Persona, diritti personalità - Nome, immagine -  Mottola Maria Rita - 26/07/2015

2° COMANDAMENTO: LIMPORTANZA DEL NOME E DELLIDENTITÀ . I^ PARTE – Maria Rita MOTTOLA

Non pronunzierai invano il nome del Signore, tuo Dio.

Quando si cita il 2° comandamento al più viene alla mente il vizio pessimo della bestemmia. L'art. 724 c.p. punisce chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole oltraggiose, contro la divinità. La stessa sanzione si applica a chi compie qualsiasi pubblica manifestazione oltraggiosa verso i defunti dopo le modifiche apportate dall'art. 57, D.Lgs. 30 dicembre 1999, n. 507.

Si cercò di cancellare il reato ma la Corte Costituzionale ritenne che 'la dichiarazione d'incostituzionalità dell'art. 724, primo comma, del codice penale doveva tuttavia essere circoscritta alla sola parte nella quale esso comporta effettivamente una lesione del principio di uguaglianza. La fattispecie dell'art. 724, primo comma, del codice penale è scindibile in due parti: una prima, riguardante la bestemmia contro la Divinità, indicata senza ulteriori specificazioni e con un termine astratto, ricomprendente sia le espressioni verbali sia i segni rappresentativi della Divinità stessa, il cui contenuto si presta a essere individuato in relazione alle concezioni delle diverse religioni; una seconda, riguardante la bestemmia contro i Simboli o le Persone venerati nella religione dello Stato. La bestemmia contro la Divinità, come anche la dottrina e la giurisprudenza hanno talora riconosciuto, a differenza della bestemmia contro i Simboli e le Persone, si può considerare punita indipendentemente dalla riconducibilità della Divinità stessa a questa o a quella religione, sottraendosi così alla censura d'incostituzionalità. Del resto, dal punto di vista puramente testuale, ancorché la formula dell'art. 724 possa indurre alla riconduzione unitaria delle nozioni di Divinità, Simboli e Persone nella tutela penalistica accordata alla sola religione dello Stato, è da notarsi che, in senso stretto, il termine "venerati", impiegato nell'art. 724, è propriamente riferibile ai soli Simboli e Persone. Cosicché, dovendosi ritenere che il legislatore abbia fatto uso preciso e consapevole delle espressioni impiegate, il riferimento alla religione dello Stato può valere soltanto per i Simboli e le Persone' Quindi solo la parte che si riferisce esplicitamente alla religione cattolica può essere considerata contraria al principio di eguale trattamento di tutte le religioni, mentre 'la scelta di punire la bestemmia, una volta depurata del suo riferimento ad una sola fede religiosa, non è dunque di per sé in contrasto con i principi costituzionali, tutelando in modo non discriminatorio un bene che è comune a tutte le religioni che caratterizzano oggi la nostra comunità nazionale, nella quale hanno da convivere fedi, culture e tradizioni diverse' (C. Cost. 18 ottobre 1995, n. 440).

Sembra anacronistico in una società che ha ucciso Dio un simile reato. In realtà il bene tutelato non è ovviamente il nome di Dio, bensì il sentimento di coloro che in Dio pongono la loro fede. E' un reato contro i sentimenti, perché la bestemmia offende e umilia il credente. Chi è privo di fede non può immaginare che sensazione di violenza si prova nel sentire parole ingiuriose e offensive contro quella Persona per la Quale tutto si sarebbe disposti a fare.

Ma la bestemmia è solo un'offesa? È solo contumelia e ingiuria unita al nome Santo?

L'argomento è ben più complesso.

Innanzitutto il nome di Dio non è pronunciabile, perché non conosciuto, Dio, Signore, il Santo, l'Onnipotente, non sono il vero nome di Dio che proprio perché non deve essere pronunciato neppure può essere conosciuto.

Ma la Genesi ci narra come Dio conferì ad Adamo il potere di dare il nome a tutti gli esseri viventi. Quel 'dare il nome' è simbolo di possesso e di potere su di essi. Ecco perché non possiamo chiamare per nome Dio sul quale non abbiamo potere e che non possediamo.

Il Nome è innanzitutto Parola e poi Segno e Simbolo. Se ci si ferma a riflettere si comprende l'importanza del Nome. Secondo la Cabalà (una modalità di studio delle scritture che valorizza, tra l'altro il significato delle parole, delle singole lettere, e dei numeri che corrispondono ad esse, (Confronta La matematica di Dio, Mottola http://www.personaedanno.it/index.php?option=com_content&view=article&id=44733&catid=223). La parola vita in ebraico Chaim si scrive tracciando al suo interno due lettere Yud, il nome di Dio Y-H-V-H inizia appunto con una Yud mentre il nome con il quale si nomina Dio, Adomai, termina con una Yud. Al centro della parola vita quindi vi è l'inizio e la fine del nome di Dio.

E' comprensibile così che il Nome di Dio non poteva essere conosciuto se non come Y-H-V-H, Colui che è. L'esercizio del potere di Dio con la Parola è evidentissimo nella creazione: è sufficiente la parola perché tutto venga creato. Un semplice Fiat è sufficiente.

Non nominare il nome di Dio invano assume così una valenza del tutto differente. Quel nome, anzi il Nome, è vitale, è forza talmente prorompente da essere incontenibile, è calore che scalda ma che può bruciare sino alla consunzione, è energia miracolosa. La donna malata perché impura non può osare avvicinarsi al Maestro e allora tocca il suo mantello ma subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si volta alla folla dicendo: 'Chi ha toccato le mie vesti?'. I suoi discepoli stupiti gli fanno notare che la folla si stringeva intorno la lui.Egli guardava attorno, per capire chi fosse stato. 'E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: 'Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va' in pace e sii guarita dal tuo male' (MC, 5, 30, 34). E qui sta il mistero: la forza vitale guaritrice può essere in una qualche misura attratta anche, almeno alle apparenze del racconto evangelico, contro la volontà divina che la dona incondizionatamente purché vi sia l'intervento di una forza, altrettanto potente, la fede, quella capace di muovere le montagne.

Ma l'importanza del nome è anche nella diversità che genera l'identità. Ogni essere vivente avrà un nome che lo distingue, lo identifica, lo rende unico. Sottomesso al potere di Elohin, ma unico e irripetibile per quel nome che lo riconosce.

'La Convenzione conclusa a Ginevra il 12 agosto 1949, al termine del secondo conflitto mondiale, relativa al trattamento dei prigionieri di guerra all'art. 18 recita: tutti gli effetti e gli oggetti d'uso personale – eccettuate le armi, i cavalli, l'equipaggiamento militare e le carte militari – resteranno in possesso dei prigionieri di guerra, come pure gli elmetti metallici, le maschere contro i gas e qualsiasi altro oggetto loro consegnato per la loro protezione personale. Resteranno parimenti in loro possesso gli effetti e gli oggetti che servono al loro abbigliamento e al loro nutrimento, anche se questi effetti ed oggetti fanno parte del loro equipaggiamento militare ufficiale. I prigionieri di guerra non dovranno trovarsi, in nessun momento, senza carta d'identità. La potenza detentrice fornirà tale documento a coloro che non lo possedessero. Le insegne del grado e della nazionalità, le decorazioni e gli oggetti aventi sopra tutto valore personale o sentimentale non potranno essere tolti ai prigionieri di guerra (art. 18, l. 27.10.1951, n. 1739). La tutela apprestata dalla convenzione di Ginevra è diretta a salvaguardare l'integrità fisica del prigioniero e la sua dignità. Il diritto sancito dall'articolo in argomento è il diritto a conservare la propria identità. I militari catturati durante un conflitto hanno il diritto di conservare i propri effetti personali, le proprie cose. Hanno, altresì, il diritto ad avere un documento di riconoscimento e, se sprovvisti, ad ottenerne uno. L'identità del prigioniero è perciò la sua unicità e specificità. Il nome lo identifica, lo distingue dagli altri prigionieri, lo rende persona e non semplice numero. Nei campi di concentramento nazisti si tatuava il numero di riconoscimento: era il sistema per depersonalizzare il deportato, privarlo dell'identità. Il diritto a conservare i propri oggetti personali consente il contatto con il mondo esterno, preservando l'individuo dall'alienazione psicologica. Si riconosce valore sentimentale agli oggetti, ai simboli del proprio status, le mostrine per esempio, a ciò che rammenta la nazionalità e quindi il rapporto con le proprie origini (Mottola, Il danno da perdita della propria identità. Le cose, il buon nome, il tempo, gli ideali, in Persona e Danno, Giuffré, 2004).

Quando si vuole togliere dignità si esclude l'uso del nome che identifica. Nei lager i prigionieri erano un numero senza identità per annientare la forza che nasce dalla consapevolezza della propria diversità e unicità, ma anche per consentire ai carnefici di dimenticare che gli altri erano uomini e donne, propri simili: i numeri sono più facili da annientare e uccidere.

E proprio ora appare tutta l'importanza del Nome, del nome che ci viene dato dai nostri genitori, che ci accompagna, che ci rende unici e importanti, differenti e non omologati in una maschera o in una apparenza. Diffidiamo dall'ideologia dominante che vuole renderci tutti uguali, è falsa uguaglianza che vuole renderci solo numeri, vuole solo annientarci.