Amministrazione di sostegno - Generalità, varie -  Paolo Cendon - 09/08/2017

22 anni, ritardo mentale: meglio che la ragazza non si sposi?

Le recenti discussioni intorno a una vicenda di down ci inducono  a ripubblicare questo scritto di Cendon, apparso una decina d'anni fa

È bene che una ragazza di 22 anni, malata di mente, si sposi?
Difficile dare una risposta netta. In certi casi sí, in altri no.
Quando sí e quando no?
Sí - in linea di massima - quando l’interessata appaia in grado di percepire con sufficiente chiarezza (e di osservare per il futuro con relativa costanza) il senso dei doveri di cui all’art. 143 c. c. Altrimenti no.
Perché no?
Un po’ per ragioni giuridico-formali.
Un po’ - soprattutto - per motivi di ordine pratico. Qualora il disturbo psichico sia molto serio, è probabile che l’osservanza di alcuni doveri non sarebbe proprio impeccabile: e allora il rischio di un fallimento del ménage diverrebbe, c’è da credere, maggiore del consueto.
Il che risulta già temibile per i casi normali (non c’è manuale di psichiatria che non segnali il fallimento matrimoniale come una fra le prime cause di turbe mentali; senza contare gli interessi del consorte, e quelli della prole, la cui venuta al mondo in una cornice matrimoniale sarebbe tanto piú incoraggiata). Figurarsi per le relazioni già in partenza sinistrate, o un po’ strane, eterodosse.
Ma perché una ragazza di 22 anni malata di mente vuol sposarsi?
Per gli stessi motivi (sentimentali, sessuali, logistici, mondani, psicologici, economici, ecc.) per cui la maggioranza delle vendiduenni vuole maritarsi.
Piú alcuni altri. Perché l’interessata - portatrice com’è di disturbi del genere - sarà stata sino a quel momento, probabilmente, meno amata e desiderata delle sue coetanee (e se ne sarà sempre accorta). Perché è facile che la fanciulla sia alquanto sentimentale e veda, magari troppo, la vie en rose.
Perché non pochi fra i rischi della vita coniugale, fatalmente, le sfuggiranno. Perché il fascino del vestito bianco è, nel suo caso, semi-irresistibile. Perché il bisogno di affrancamento da un nucleo d’origine verosimilmente molto apprensivo sarà, per lei, Documenti archiviati Documenti annotati Ricerche Effettuate Opere: ancor maggiore del solito.
Perché il bisogno di sentirsi come le altre donne è, dopotutto, piú forte di qualsiasi cosa.
E perché, con tutte le ragazze che ci sono al mondo, un giovanotto - magari laureato, e con un regolare rapporto di lavoro (come nel nostro caso) - dovrebbe voler sposare una come lei?
Cioè sposare lei.
Perché, ad esempio, chi soffre di disturbi psichici è spesso piú mite, meno aggressivo, piú affettuoso. Perché chi sta male ha piú bisogno di essere amato (e ciò commuove il partner), perché è meno proiettato verso la carriera, piú legato alla casa. Perché fa piú tenerezza, perché ci si sente piú nobili e generosi a sposare una donna cosí.
Forse qualche volta, è pur vero, ci sarà da preoccuparsi, da insospettirsi circa le motivazioni (l’uomo di solito non è tanto buono, perché quello lí è cosí buono, cosa c’è sotto?); magari da indagare un poco. Non è detto comunque.
Che fare, allora, qualora i due abbiano già fissato la date delle nozze?
Meglio sentire i Servizi psichiatrici che hanno seguito sin lí la ragazza. E, ove da lí venga la conferma che si tratta in effetti di un essere ingenuo, infantile, sensibile soprattutto ai motivi piú luccicanti e cinematografici del matrimonio; ove tutto ciò sia confermato, puntualmente, anche dai colloqui che il GT intrattiene con la ragazza: bene, in tal caso sarà meglio far sí che i confetti vengano per il momento sospesi, e la marcia del Lohengrin rinviata, spostata a giorni migliori - inducendo i nubendi a richiedere, per tempo, lo stop alle pubblicazioni.
E per il futuro immediato?
Molto meglio, per il bene della ragazza, che si adotti hic et nunc un provvedimento giudiziale in cui venga introdotto un impedimento formale - per la stessa - a sposarsi. Non si sa mai.
Cioè interdicendo la ragazza?
Ovviamente no, visto che l’interdizione - per tante ragioni che non è il caso qui di ricordare minuziosamente - deve ritenersi già oggi sostanzialmente abrogata.
E allora come?
Attraverso l’adozione di un provvedimento - introduttivo dell’amministrazione di sostegno - in cui venga stabilito, ex art. 411 c. c., ult. comma, un divieto per la ragazza a sposarsi.
Ma è possibile una cosa del genere?
Certamente sí, visto che la prescrizione di cui parliamo è stata messa a punto, dal legislatore del 2004 (basta leggere gli atti parlamentari), proprio pensando al ventaglio degli atti di carattere personale (per gli altri non c’era problema, visto che le categorie della ordinaria e/o della straordinaria amministrazione sono ben salde nel sistema, e appaiono facilmente spendibili in un decreto): in particolare, il comma è stato introdotto nel c. c. al fine di evitare che l’eventuale necessità di mettere in campo - nello specifico - limitazioni del genere, costringesse i giudici del caso a far capo a uno degli istituti tradizionali.
E i due «morosi» che non possono, dopo il decreto, sposarsi?
Tutto continuerà come prima: si vedranno, usciranno, progetteranno. Si sorrideranno, confideranno, andranno al cinema; litigheranno, faranno la pace, andranno a bere la cioccolata calda nei caffè. Come Renzo e Lucia, prima delle nozze (o quasi).
Ciascuno nella sua casa, con la sua famiglia? Per il momento sí. Del resto lei ha solo 22 anni.
Magari prima o poi andranno a vivere insieme, il diritto privato certo non glielo impedirà: forse sarà una buona idea. Magari un giorno il divieto matrimoniale potrebbe essere modificato, revocato, si vedrà. La vita è lunga; il GT è lí, ha gli occhi aperti, non c’è fretta.
E come amministratore di sostegno chi nominare?
Un sacerdote, perché no? Qualcuno della famiglia di lei, meglio di no: troppo coinvolti, intrigati.
Meglio il prete, che oltre tutto c’è. Se accetta, se i due fidanzati sono religiosi, se il matrimonio in chiesa era già in cantiere: è una soluzione che va benissimo.
Ma i preti, di solito, non sono quelli che vogliono che lui e lei si sposino?
I tempi sono cambiati. Certo, ci vorrà un sacerdote comprensivo, con la mano leggera, autorevole.
Un uomo di Chiesa perspicace, diplomatico, ancora giovane, garante dell’equilibrio generale.
E sotto il profilo patrimoniale?
Non cambia niente, il punto non è quello.
E il parere della famiglia di lei, per ipotesi favorevole - dopo le iniziali riluttanze - alla celebrazione delle nozze, in qual conto andrà tenuto? Bisogna vedere quali siano, in effetti, le ragioni profonde di quel favor.
Se fosse soprattutto che i congiunti si sono sempre (non dico vergognati, però) rammaricati di avere una figlia del genere? talvolta anche disperati?
Se fosse che la celebrazione di un matrimonio - in quanto elemento di normalizzazione, all’esterno - promette di lenire per se stesso quelle sofferenze, di lavare in parte l’onta di quella diversità?
Ma giuridicamente, privatisticamente, questo amministratore che poteri avrà?
Poteri di indirizzo, di guida generale. Un tramite ufficiale col giudice; una sorveglianza discreta, una vigilanza leggera sull’evolversi della relazione.
Una voce ancor piú in grado di imporsi sulle famiglie nell’eventualità di contrasti: uno scoglio «provvidenziale» per tutti (e per i piccioncini anzitutto) cui appendersi nei momenti difficili.
Il diritto privato non ha scelto nel 2004 di occuparsi delle persone? Allora dev’esser conseguente con se stesso. Poteri soffici, sostegni empatici, un altro tipo di linguaggio e di regole. Non diciamo sempre che l’amministratore di sostegno è una sorta di angelo custode?