Cultura, società - Cultura, società -  Maria Beatrice Maranò - 19/12/2017

A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure! Italo Svevo...La Coscienza di Zeno

Nasce oggi, 19 dicembre, nel 1861, a Trieste, Italo Svevo. Svevo ( pseudonimo di Ettore Schmitz), costituisce un singolare caso nella storia letteraria del Novecento. Si dedica alla narrativa sin dalla fine dell’Ottocento, tace per più di un ventennio, e conquista una fama europea per iniziativa della critica straniera pochi anni prima della morte. Nei primi romanzi collocati nell’ultimo Ottocento si ravvisano moduli e temi della narrativa di estrazione naturalistica e veristica: la capacità di caratterizzazione di un personaggio e di rappresentazione completa a tutto tondo della figura umana ( basti pensare ad Angiolina), un ambiente, Trieste, descritto nella varietà delle stagioni e delle ore e nei suoi aspetti popolari e borghesi. I protagonisti dei suoi primi due romanzi, “Una vita”, e “ Senilità”, Alfonso Nitti ed Emilio Brentani, sono entrambi incapaci di affrontare la realtà, mistificano la propria sconfitta con una serie di atteggiamenti psicologici, che Svevo riesce a smontare. Nitti si rifugia nella fantasticheria per giustificare la sua inettitudine, e Brentani, si illude di avere sufficienti artigli per aggredire la vita e goderla ed è disposto ad auto-ingannarsi. A Svevo, quindi, interessa il modo di atteggiarsi dell’uomo di fronte alla realtà: una partita che si risolve per sempre in uno scacco. Con il suo terzo romanzo ( “ La coscienza di Zeno” ), i moduli tradizionali vengono abbandonati, e prevale l’attenzione per l’analisi psicologica. Narrando oggi, i fatti di ieri, Zeno scardina le categorie temporali, in quanto il fatto, l’accaduto, o l’atteggiamento psicologico non si presentano univoci ma poliedrici e sfaccettati, con una contaminazione di passato, presente, e con una molteplicità di prospettive e valutazioni. che si intersecano con modificazioni progressive che il ricordo ha assunto alla luce dei ripensamenti, e delle esperienze posteriori. Il risultato è un personaggio che si intravede in dissolvenza: il narratore tradizionale ce lo presenta oggettivamente come una realtà autonoma da descrivere, in questo caso, invece, questa realtà la vediamo nel suo fluire, nel suo farsi, ma non assume una sua forma definitiva in quanto l’accumulo dei ricordi e delle luci a posteriori non ne permettono la cristallizzazione. Auerbach ha scritto che “ l’autore quale narratore di fatti obiettivi passa in secondo piano, quasi tutto ciò che è detto è il riflesso della coscienza dei personaggi”. “ La coscienza di Zeno”, approfondisce, pertanto, con questa nuova tecnica narrativa la linea di ricerca psicologica già iniziata nei due romanzi precedenti. Zeno Cosini, è un abulico segnato da un marchio di inettitudine di fronte alla vita ma la sua dimensione psicologica è più ricca perché ha la lucida consapevolezza della sua malattia morale e del complesso meccanismo delle sue giustificazioni e degli alibi ai quali è solito ricorrere. Da questo personaggio emerge la condizione di alienazione dell’uomo incapace di avviare un rapporto costruttivo con la realtà che lo circonda ed è un vinto e di ciò risulta lucidamente consapevole. Questa condizione è il risultato di precise ragioni storiche scaturigine della spirale produttivistica. L’unica alternativa, è sul piano individuale non su quello storico sociale: nell’acquisizione della coscienza, nella consapevolezza della condizione umana, delle menzogne convenzionali, acquisite a tal punto, da farci ritenere validi gli alibi con i quali mascheriamo le nostre fughe dalla realtà. Per la salvezza le uniche vie possibili e a portata di mano sono: tolleranza, autocoscienza e ironia. Ed ecco alla luce dell’ironia: la descrizione del fidanzamento, l’avventura adulterina, ecco il vedersi viver, frequentemente divertito, di Zeno Cosini.
L’accostamento di Svevo a Prost e Joyce va accettato con molte cautele e distinzioni ma senza dubbio Svevo si inserisce in quella scoperta dell’inconscio che è la strada dei due autori, ed è la profonda novità che la narrativa del Novecento innesta nella scoperta del quotidiano che era stata la caratteristica dell’Ottocento realista. E’ certo che Svevo insieme a Pirandello è la voce che più degnamente può inserirsi nel coro Europeo che in quegli anni scopre il volto enigmatico ed oscuro del vivere, basti pensare a Kafka.

“Perciò io penso che il rimorso non nasca dal rimpianto di una mala azione già commessa, ma dalla visione della propria colpevole disposizione. La parte superiore del corpo si china a guardare e giudicare l'altra parte e la trova deforme. Ne sente ribrezzo e questo si chiama rimorso. Anche nella tragedia antica la vittima non ritornava in vita e tuttavia il rimorso passava. Ciò significava che la deformità era guarita e che oramai il pianto altrui non aveva alcuna importanza. Dove poteva esserci posto per il rimorso in me che con tanta gioia e tanto affetto correvo dalla mia legittima moglie? Da molto tempo non m'ero sentito tanto puro. ...È perciò che solo allora cessò quel mio stato ch'io m'ostino a qualificare d'innocenza. Non era più possibile adorare Carla per un breve periodo della giornata e poi odiarla per ventiquattr'ore continue, e levarsi ogni mattina ignorante come un neonato e rivivere la giornata, tanto simile alle precedenti, per sorprendersi delle avventure ch'essa apportava e che avrei dovuto sapere a mente. Ciò non era più possibile. Mi si prospettava l'eventualità di perdere per sempre la mia amante se non avessi saputo domare il mio desiderio di liberarmene. Io subito lo domai...A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure!” (Italo Svevo)...La Coscienza di Zeno