Malpractice medica - Consenso informato -  Andrea Castiglioni - 24/01/2018

Aborto. Operazione corretta con esito infausto. Onere della prova del paziente - CdA Genova 4.1.2018 n. 11

Una donna incinta si sottopone ad un esame e apprende che il futuro bambino sarebbe nato con una grave malformazione fisica. La cosa genera nella donna un perturbazione che incide sulla sua serenità psichica, pertanto i sanitari ritengono vi siano i presupposti per effettuare un’interruzione di gravidanza oltre il termine di novanta giorni (art. 6, l. 194/1978). L’interruzione di gravidanza può essere procurata o in via chirurgica, o con una meno invasiva terapia farmacologica. La donna sceglie questa seconda soluzione. Sfortunatamente si verifica una complicanza che obbliga i sanitari ad operare un intervento chirurgico di isterectomia, che comporta la sterilità della donna. Il CTU conferma che detta operazione chirurgica è stata eseguita nel rispetto delle regole dell’arte e in ossequio delle buone pratiche mediche.

La Corte respinge la domanda di risarcimento del danno della donna, fondata sull’assunto che il consenso informato a lei reso prima del trattamento farmacologico fosse carente e non idoneo a fornire tutte le informazioni necessarie, comprese le possibili complicanze (come poi si è verificato).

Le motivazioni possono così riassumersi: premesso che la complicanza verificatasi, benché improbabile, era prevista in letteratura come possibile conseguenza di quel trattamento farmacologico; premesso che l’operazione chirurgica era indispensabile per salvare la vita della donna, ed era stata condotta correttamente, nel rispetto delle leges artis e delle buone pratiche cliniche; nonostante fosse vero che l’informativa fosse carente, perché contenuta in un mero formulario che è stato consegnato per la sottoscrizione, non era stata raggiunta la prova che la donna, qualora avesse ricevuto un’informativa idonea e completa, avrebbe rifiutato il trattamento farmacologico.

Ciò vale sia per quanto riguarda il trattamento farmacologico, che era facoltativo perché la donna poteva scegliere di partorire comunque, oppure poteva scegliere la soluzione chirurgica, sia per quanto riguarda l’intervento chirurgico, necessario, per gestire la complicanza insorta.

In altre parole: è onere degli operatori sanitari dimostrare di aver reso un’informativa idonea e completa, finalizzata ad un consenso informato correttamente maturato, nel rispetto del diritto all’autodeterminazione costituzionalmente tutelato, che comprenda anche i rischi che si corrono e le complicanze che possono verificarsi; è onere del paziente-danneggiato dimostrare che il consenso sarebbe stato diverso (in questo caso, non sarebbe stato dato perché avrebbe rifiutato il trattamento) qualora l’informativa preventiva fosse stata corretta (“In tema di responsabilità professionale del medico, in presenza di un atto terapeutico necessario e correttamente eseguito in base alle regole dell'arte, dal quale siano tuttavia derivate conseguenze dannose per la salute, ove tale intervento non sia stato preceduto da un'adeguata informazione del paziente circa i possibili effetti pregiudizievoli non imprevedibili, il medico può essere chiamato a risarcire il danno alla salute solo se il paziente dimostri, anche tramite presunzioni, che, ove compiutamente informato, egli avrebbe verosimilmente rifiutato l'intervento, non potendo altrimenti ricondursi all'inadempimento dell'obbligo di informazione alcuna rilevanza causale sul danno alla salute”; Cass. 9.2.2010, n. 2847. “Ai fini della valutazione della fondatezza della domanda risarcitoria proposta dal paziente, l’ipotesi in cui il danno alla salute costituisca esito non attendibile dalla prestazione tecnica, se correttamente eseguita, da quella in cui, invece, il peggioramento della salute corrisponda ad un esito infausto prevedibile “ex ante”, nonostante la corretta esecuzione della prestazione tecnico-sanitaria che si rendeva comunque necessaria, nel qual caso, ai fini dell’accertamento del danno, graverà sul paziente l’onere della prova, anche tramite presunzioni, che il danno alla salute è dipeso dal fatto che, ove compiutamente informato, egli avrebbe verosimilmente rifiutato l’intervento”; Cass. 13.1.2017 n. 24074).

In presenza di un trattamento sanitario necessario (l’intervento chirurgico) correttamente eseguito ma dall’esito infausto, in mancanza di tale dimostrazione da parte del paziente-danneggiato, non si può attribuire rilevanza causale alla mancata o scorretta informazione.

Nel caso di specie, la paziente-danneggiata, già madre di due bambini, aveva dimostrato incondizionatamente, con il supporto del marito, di voler abortire perché non intendeva far nascere un bambino affetto da una grave malformazione fisica. Aveva scelto incondizionatamente il trattamento farmacologico, perché meno invasivo e meno rischioso.

Nel processo è emerso che se l’informativa resa dai sanitari fosse stata esaustiva e completa, ella avrebbe comunque prestato il proprio consenso al trattamento. Pertanto, anche mediante presunzioni, non è stata raggiunta la prova della formazione viziata del consenso.