Interessi protetti - Successioni, donazioni -  Francesca Zanasi - 18/06/2020

Accettazione dell’eredità con beneficio di inventario e vendita dei beni senza autorizzazione

Con l’accettazione dell’eredità con beneficio di inventario l’erede succede, per intero o pro quota, nella titolarità di tutti i rapporti trasmissibili, attivi e passivi, del de cuius. Il dettato codicistico (art. 470 c.c. e ss.) consente, infatti, agli eredi di accettare l’eredità puramente e semplicemente o con il beneficio di inventario, senza che ciò possa essere limitato dal testatore (nel caso di successione testamentaria). Com’è noto, la differenza sostanziale tra l’accettazione pura e semplice e l’accettazione c.d. beneficiata consiste nel fatto che, nel primo caso, si ha l’effetto della confusione dei patrimoni del de cuius e dell’erede e, quindi, quest’ultimo risponderà illimitatamente (anche con i beni personali) dei debiti e dei pesi gravanti sull’eredità; nel secondo caso, ai sensi dell’art. 490 c.c., l’accettazione beneficiata preclude l’effetto della confusione dei patrimonio, limitando la responsabilità dell’erede entro il valore del patrimonio relitto, il quale sarà tenuto al pagamento dei debiti ereditari e dei legati nei limiti del valore dei beni che gli sono pervenuti.

Gli effetti del beneficio di inventario

L’accettazione con beneficio d’inventario produce una serie di effetti non soltanto nei confronti dell’erede stesso, ma anche nei confronti dei creditori dell’eredità. In particolare, l’erede: (i) conserva verso l’eredità tutti i diritti e tutti gli obblighi che aveva verso il defunto, tranne quelli che si sono estinti per effetto della morte; (ii) non è tenuto al pagamento dei debiti ereditari e dei legati oltre il valore dei beni a lui pervenuti; (iii) la prescrizione dei rapporti giuridici obbligatori che intercorrano tra lui e l’eredità beneficiata è sospesa (cfr. art. 2941, n. 5, c.c.); (iv) può esperire l’azione di riduzione anche contro coloro che non abbiano la qualità di coeredi (cfr. art. 564, comma 1, c.c.).

La disciplina si distingue quando il chiamato all’eredità si trovi o meno nel possesso dei beni ereditari: nel primo caso, dovrà fare l’inventario dei beni entro tre mesi dal giorno dell’apertura della successione o da quando è venuto a conoscenza dell’eredità che gli è stata devoluta (prorogabili di altri tre mesi dal tribunale del luogo di apertura della successione) e, nel termine dei successivi quaranta giorni dalla chiusura dell’inventario, dovrà poi decidere se accettare o meno l’eredità ricevuta, altrimenti sarà “erede puro e semplice”; nel caso in cui il chiamato all’eredità non si trovi nel possesso dei beni, ha la possibilità di fare la dichiarazione di accettazione col beneficio d’inventario fino a che il diritto di accettare non sia prescritto (nel termine di 10 anni, come sancito dall’art. 480 c.c.). Una volta fatta la dichiarazione dovrà compiere l’inventario nel termine di tre mesi (sempre prorogabile dal tribunale del luogo di apertura della successione), altrimenti sarà considerato “erede puro e semplice”; se il chiamato fa l’inventario prima di accettare l’eredità, dovrà fare la dichiarazione di accettazione nei quaranta giorni successivi al compimento dell’inventario o perderà il diritto di accettare l’eredità (cfr. art. 487 c.c. che disciplina la posizione del chiamato all’eredità che non è nel possesso dei beni, nell’ambito dell’accettazione dell’eredità con beneficio di inventario).

Occorre, inoltre, rilevare che sussistono dei casi peculiari in cui l’accettazione con beneficio d’inventario è obbligatoria ex lege: il riferimento è, in particolare, alle ipotesi previste dagli artt. 471, 472 e 473 c.c., relative ai minori ed agli interdetti, minori emancipati e inabilitati, persone giuridiche, associazioni, fondazioni ed enti, ad eccezione delle società.
Nel caso di minori e interdetti però, l’accettazione dell’eredità non è automatica ma occorre sempre un atto compiuto dal tutore o dal genitore con l’autorizzazione del giudice tutelare e per il minore emancipato e l’inabilitato con il consenso del curatore e l’autorizzazione del giudice tutelare.

Ulteriore effetto protettivo del beneficio di inventario è costituito dal fatto che i creditori dell’eredità ed i legatari hanno preferenza sul patrimonio ereditario rispetto ai creditori dell’erede.

Occorre precisare che l’accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario va fatta con una dichiarazione innanzi ad un notaio o dinanzi alla cancelleria del tribunale nella cui circoscrizione è compreso l’ultimo domicilio del defunto (luogo di apertura della successione).

Ciò premesso, preme focalizzare l’attenzione su una particolare ipotesi di decadenza dal beneficio d’inventario, conseguente alla alienazione dei beni ereditari senza autorizzazione.
In forza dell’art. 493 c.c. gli eredi che abbiano accettato l’eredità con beneficio di inventario, qualora intendano compiere atti di vendita o comunque di straordinaria amministrazione, e cioè (i) alienare i beni; (ii) sottoporre i beni a pegno o ipoteca; (iii) stipulare una transazione relativamente ai predetti beni ereditari devono chiedere l’autorizzazione al tribunale del luogo in cui si è aperta la successione, ossia il tribunale del luogo dell’ultimo domicilio del defunto (con le forme stabilite dagli artt. 747 e 748 c.p.c.) pena la decadenza dal beneficio di inventario.

Per i soli beni mobili l’autorizzazione non è necessaria trascorsi 5 anni dall’avvenuta accettazione (art. 493, co. 2, c.c.).

Dunque, gli atti che hanno funzioni prettamente liquidative o conservative possono essere autorizzati in quanto conformi alla finalità dell’amministrazione ereditaria, mentre un’attenzione maggiore andrà agli atti diretti a realizzare interessi personali dell’erede, che potranno essere compiuti solo se i creditori ed i legatari siano stati già soddisfatti o siano state accantonate somme per soddisfarli. In linea con tale ratio si ritiene che vi siano delle categorie di atti che non sono comunque autorizzabili, poiché senza dubbio dannosi nei riguardi dei creditori o legatari: si tratta degli atti a titolo gratuito (quali le donazioni e altre liberalità o le rinunzie) che hanno quale effetto certo quello della diminuzione del valore del patrimonio ereditario e, quindi, della garanzia per i creditori.

Dalla norma in esame emerge che l’erede beneficiato, poiché pieno proprietario dei beni ereditari, è legittimato a compiere qualunque atto di amministrazione relativamente agli stessi beni, in modo efficace e valido: la conseguenza del mancato rispetto delle formalità previste incide infatti solo sulla sua responsabilità (limitata o meno alla quota ereditaria pervenutagli).

Con la decadenza dal beneficio d’inventario l'erede sarà, infatti, considerato “erede puro e semplice” e, quindi, potrà essere chiamato a rispondere degli eventuali debiti ereditari anche con il proprio patrimonio personale.

La peculiarità di questa norma sta nella sua ratio che tutela, da una parte, l’interesse dell’erede beneficiato a gestire i (propri) beni ereditari, dall’altra, l’interesse dei creditori, che vantano diritti sul patrimonio ereditario. Proprio per soddisfare quest’ultima esigenza è stabilito che gli atti che possono recare pregiudizio alle ragioni dei creditori dell’eredità e dei legatari devono essere preceduti da un controllo dell’autorità giudiziaria, mentre in nome della prima esigenza la mancanza del controllo non è causa di inefficacia o invalidità, ma solo di decadenza dal beneficio. A tutela dei creditori ereditari, in caso di atto compiuto in violazione delle regole stabilite dalla legge, sarà possibile esperire l’azione revocatoria.