Diritto commerciale - Impresa, società, fallimento -  Luca Leidi - 14/05/2020

Accordi di ristrutturazione e Piani di risanamento

1. Introduzione

Oggetto del presente studio sono gli strumenti puramente negoziali dei sistemi di governo delle crisi finanziarie delle imprese e dunque quegli strumenti atti a trovare una soluzione negoziata extragiudiziale della crisi di impresa.

Nell’esperienza italiana, nello specifico nella legge fallimentare R.D. 16 marzo 1942, n.267, troviamo infatti due macro tipi di quelli che la dottrina definisce “concordati stragiudiziali o amichevoli”, il cui oggetto è costituito – in poche parole – da una “organizzazione convenzionale dei soddisfacimenti dei creditori, con modifica delle condizioni originarie”.[1]

Essi sono, appunto, gli accordi di ristrutturazione (ex art.182-bis) ed i piani di risanamento (ex art.67, co.3, lett.d). Tuttavia, è bene sottolineare la presentazione che ad essi è stata data, ossia “macro tipi”: con tali parole suole indicare infatti che non esistono modelli a priori imposti o esclusi dalla legge, bensì è lasciata alla autonomia privata la libertà di forgiare strumenti negoziali di regolamentazione dei rapporti fra debitore in crisi ed i suoi creditori, utilizzando schemi negoziali già presenti ovvero creandone di nuovi (ex art.1322 c.c.).

Il problema, diversamente, è costituito dall’individuazione degli elementi minimi qualificanti tali fattispecie. Si è correttamente rilevato che il contenuto minimo di tali strumenti è dato:

- (in positivo) dall’esistenza di un accordo fra il debitore ed una pluralità di creditori avente ad oggetto la regolazione dei loro reciproci rapporti;

- (in negativo) dalla sottrazione dell’accordo a qualsiasi intervento dell’autorità giudiziaria.

Comune agli accordi ex art.182-bis ed ai piani ex art.67, co.3, lett.d), è la natura: ambedue infatti non possono essere considerati procedure concorsuali nel senso proprio del termine.

2. Piano di risanamento

Inserito nella Sezione III Degli effetti del fallimento sugli atti pregiudizievoli ai creditori, l’art.67 al comma 3 lettera D), introduce nel nostro ordinamento i c.d. “Piani di risanamento”, disponendo che non sono soggetti all'azione revocatoria gli atti, i pagamenti e le garanzie concesse su beni del debitore purché posti in essere in esecuzione di “un piano che appaia idoneo a consentire il risanamento della esposizione debitoria dell'impresa e ad assicurare il riequilibrio della sua situazione finanziaria” e la cui ragionevolezza sia attestata da un professionista iscritto nel registro dei revisori contabili.

La legge non fornisce definizione alcuna del piano di risanamento, né indica il suo contenuto, ma essa lo prende in considerazione in sé e per sé in quanto espressione dell’iniziativa individuale del debitore.

Dal dettato letterale della norma, pare corretto rilevare come il legislatore abbia voluto adottare la nozione generale di “piano”, quale attività programmatoria, stabilendo che esso deve essere idoneo a consentire il risanamento della esposizione debitoria dell'impresa e ad assicurare il riequilibrio della sua situazione finanziaria.

Si rileva perciò, ancora una volta, la massima apertura circa il contenuto del piano, attribuendo assoluta discrezionalità al predisponente, ma la legge ne individua l’obiettivo finale ossia il recupero della situazione finanziaria dell’impresa e la sua continuità.

Ciò posto, avendo riferimento alla natura del piano di risanamento, si deve ritenere corretto sostenere che esso sia un atto unilaterale e stragiudiziale dell’imprenditore:

- unilaterale poiché per la sua adozione non è richiesto l’accordo con i creditori né il loro consenso;

- stragiudiziale perché non soggetto al controllo del giudice, né nella fase di preparazione, né nella fase di esecuzione.

Tali aspetti ben spiegano il motivo per cui i piani di risanamento non possono essere considerati vere e proprie procedure concorsuali.

Il piano, si è visto, deve apparire a consentire il risanamento della esposizione debitoria dell'impresa e ad assicurare il riequilibrio della sua situazione finanziaria.

Per fare ciò, la sua ragionevolezza deve essere attestata da un commercialista o revisore contabile[2] indipendente e terzo rispetto al debitore ed ai creditori interessati.

Il medesimo art.67 L.F. cit. definisce professionista indipendente colui che:

- non ha interessi personali o professionali all’operazione di risanamento;

- non è soggetto a cause di ineleggibilità o di decadenza dei sindaci ex art.2399 c.c.;

- non ha prestato negli ultimi 5 anni attività di lavoro o partecipato agli organi di amministrazione e controllo della società.

Il professionista nominato, dunque, valuterà la coerenza delle ipotesi del piano con quelle normalmente utilizzate nel settore a cui l’azienda appartiene e, qualora lo riterrà di ragionevole successo, lo attesterà come idoneo a “salvare” l’impresa.

L’attestazione del piano esonera dalla revocatoria fallimentare tutti gli atti compiuti in esecuzione del piano medesimo.

Ma come deve essere predisposto il piano?

Giova rammentare che la efficienza del piano, aperto sui contenuti, va valutata – ed attestata – allo scopo di esso: la sua idoneità alla continuità aziendale.[3]

Il piano non ha una durata prescritta dalla legge: tuttavia, è prassi che esso duri dai 3 ai 5 anni.

Del pari, nessuna forma né onere pubblicitario sono prescritti dalla legge. Quest’ultima, infatti, concede la possibilità – non l’obbligo – al debitore di far pubblicare il piano sul registro delle imprese.

Ciò detto, per dare maggiore credibilità al piano ma soprattutto per garantirne l’efficacia, si deve ritenere di prediligere alcune accortezze:

- la forma scritta avente data certa;

- la condivisione con almeno i principali creditori, che possono anche essere preventivamente chiamati ad esprimere un loro parere favorevole, soprattutto se sono previste azioni che riguardano il loro diritto di credito.

Per ciò che riguarda il contenuto, il piano di risanamento dovrà contenere:

- l’indicazione delle ipotesi di base;

- l’indicazione delle fonti delle informazioni;

- i riferimenti metodologici e normativi applicati (ad es. principi contabili e criteri di valutazione in generale);

- esplicitazione delle premesse che non dipendono da azioni o volontà dell’imprenditore (es. impegno dei creditori a dilazioni).

- indirizzo strategico: formulazione della “diagnosi” e indicazione della “terapia”.

- esplicitazione chiara della situazione di partenza (patrimoniale, economica, finanziaria, organizzativa, di mercato).

- indicazione degli atti, almeno quelli più rilevanti, da compiere per l’esecuzione del piano.[4]

Può accadere che durante l’esecuzione del piano si rilevino dei discostamenti.

Nel caso in cui si rilevino degli scostamenti significativi rispetto al piano ed esso non possa più essere eseguito secondo gli indirizzi e i tempi prefissati, gli atti successivi al verificarsi dello scostamento non godono della esclusione dalla revocatoria.

Se gli scostamenti determinano la revisione del piano esso dovrà essere sottoposto ad una nuova attestazione da parte del professionista abilitato.

3. Accordi di ristrutturazione dei debiti

Il secondo tipo di “concordato amichevole”, ben diverso dai piani di cui sopra, è disciplinato dall’art.182-bis L.F., come modificato dal D.L. 22 giugno 2012 n. 83 (conv. L. 134/2012), e lo si ritrova al Titolo III “Del Concordato Preventivo e degli accordi di ristrutturazione”.

Gli accordi di ristrutturazione dei debiti, così come i piani di risanamento, non possono essere considerati procedure concorsuali: infatti, a differenza di tali procedure, essi non prevedono alcuna regolamentazione coattiva dei rapporti imprenditore-creditori, né imposizioni di vincoli sul patrimonio del primo.

Anche per tale strumento la legge non fornisce definizione alcuna. Come per il piano di risanamento ex art.67, co.3, anche l’accordo per la ristrutturazione del debito è un accordo privato rimesso totalmente alle parti, le quali ben possono derogare alla par conditio creditorum.

Oggetto della ristrutturazione sono i debiti e “ristrutturazione dei debiti” certamente significa nuova regolazione dei rapporti debitore-creditori.[5]

Al pari dei piani di risanamento, gli accordi di ristrutturazione non hanno contenuti standard. Ad ogni modo, qualunque siano le specifiche volontà, il contenuto minimo ed essenziale resta il meccanismo di regolamentazione dei debiti.

L’accordo di ristrutturazione deve avere forma scritta poiché, come si vedrà a breve, dovrà essere depositato in tribunale e pubblicato nel registro delle imprese.

La legge impone degli specifici presupposti per l’instaurazione del procedimento ex art.182-bis:

1) il debitore deve essere un “imprenditore in stato di crisi”.[6] I presupposti soggettivi ed oggetti sono identici a quelli richiesti per l’ammissione al concordato preventivo.

2) l’accordo con creditori rappresentanti almeno il 60% dei crediti;

3) l’accordo deve prevedere il pagamento entro 120 giorni dei creditori non partecipanti all’accordo medesimo. Il termine decorre:

- dall’omologazione, in caso di crediti già scaduti a quella data;

- dalla scadenza, in caso di crediti non ancora scaduti alla data dell’omologazione.

Particolarità di tale accordi è la loro presentazione.

Il debitore in stato di crisi deve presentare l’accordo presso il tribunale del luogo in cui l’impresa ha la propria sede, mediante deposito di un ricorso con il quale ne domanda l’omologazione.

Al ricorso devono essere depositati:

a) la documentazione rappresentante:

- la situazione patrimoniale, economica e finanziaria dell’impresa;

- lo stato analitico ed estimativo dell’attività;

- l’elenco dei creditori, con indicazione dei rispettivi crediti e delle cause di prelazione;

- l’elenco dei titolari di diritti reali o personali sui beni dell’impresa;

- il valore dei beni ed i creditori particolari degli eventuali soci illimitatamente responsabili;

b) una relazione redatta da un professionista terzo ed indipendente;[7]

Immediatamente dopo il deposito del ricorso, il debitore dovrà depositare e far pubblicare l’accordo nel registro delle imprese. Ai sensi del secondo comma dell’art.182-bis, l’accordo acquista efficacia dal giorno della sua pubblicazione nel registro imprese, anche se si deve ritenere che tale efficacia valga tra le parti dal momento della sua stipula.

La pubblicazione nel registro delle imprese fa decorrere diversi termini.

Innanzitutto, ai sensi del co.3 dell’art.182-bis, dalla data della pubblicazione e per sessanta giorni i creditori per titolo e causa anteriore a tale data non possono iniziare o proseguire azioni cautelari o esecutive sul patrimonio del debitore, né acquisire titoli di prelazione se non concordati. L’inosservanza del divieto determina la nullità degli atti.

Inoltre, co.4, dalla pubblicazione decorre anche il termine di trenta giorni entro il quale i creditori (rimasti estranei all’accordo) ed ogni altro interessato possono proporre opposizione alla richiesta di omologazione.

Il tribunale, decise le opposizioni, procede all'omologazione in camera di consiglio con decreto motivato. Il giudizio di omologazione ha ad oggetto solamente la verifica della regolarità della procedura, ossia circa i presupposti e le condizioni a cui la legge subordina l’omologazione (co.7).

Il decreto di omologa deve essere pubblicato nel registro delle imprese ed è appellabile mediante reclamo da presentarsi entro 15 giorni dalla pubblicazione medesima.

L’accordo omologato dal tribunale riconosce giudizialmente l’idoneità del medesimo a rimuovere la crisi dell’impresa e sottrae alla revocatoria fallimentare gli atti, i pagamenti e le garanzie effettuate in esecuzione di esso.

Anche in tali ipotesi, come per i piani di risanamento, posso rilevarsi degli scostamenti rispetto all’accordo omologato: in tal caso, il debitore rimane libero, ma le operazioni che ha effettuato possono essere soggette ad azione revocatoria.

 

 

 doppiaelle@live.it

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[1] Così in Nigro-Vattermoli, Diritto della crisi delle imprese. Le procedure concorsuali, Bologna, 2009, 379.

[2] Iscritto nel registro dei revisori contabili e che abbia i requisiti previsti dall'articolo 28, lettere a) e b) ai sensi dell'articolo 2501-bis, co.4, c.c..

[3] Sembra infatti da escludere che possano considerarsi piani di risanamento che non prevedano la continuazione dell’attività di impresa.

[4] Reply consulting, “Il piano ex art. 67 co 3° lett. d) l. fall: criticità e punti di attenzione“.

[5] Nigro-Vattermoli, op. ult. cit., 383.

[6] Il D.L. 98/2011, convertito dalla L.111/2011, ha concesso l'accesso all'istituto in commento anche alle imprese agricole.

[7] Valgono qui le considerazioni poste circa il professionista attestante il piano di risanamento. Vedi supra.