Responsabilità civile - Risarcimento, reintegrazione -  Redazione P&D - 04/02/2019

Amianto sulle navi: Il Tribunale di Genova condanna il Ministero della difesa a risarcire i familiari di un lavoratore deceduto - Trib. Genova, sentenza 29.1.2019 - P. Frisani E.Rosanò

Con la sentenza in allegato (link) pubblicata lo scorso 29 gennaio il Tribunale di Genova ha condannato il Ministero della Difesa a risarcire il danno non patrimoniale iure proprio a favore dei congiunti di una vittima dell’amianto, deceduta a causa di mesotelioma pleurico contratto nello svolgimento delle sue mansioni di carpentiere e addetto ai bacini di carenaggio presso l’arsenale della marina militare di La Spezia.
Si tratta di un risarcimento complessivo di oltre 700.000,00 euro (270.000,00 per il coniuge e 200.000,00 per ciascuno dei due figli, maggiorati degli interessi) a favore dei congiunti della vittima assistiti nel 2014 dagli avv.ti Pietro Frisani ed Emanuela Rosanò (quest’ultima oggi in servizio presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri).


• L’IMPIEGO DI AMIANTO NEI CANTIERI NAVALI
La letteratura scientifica documenta come l’uso dell’amianto sia stato massiccio nell’ambito dei cantieri navali e nelle navi militari e diffuso in tutti gli ambienti, considerate le sue proprietà ignifughe, nonché le ottime proprietà fisiche di isolante termoacustico, al di là delle specifiche mansioni che ne comportavano l'utilizzo. L’esposizione ha interessato coibentatori, meccanici, carpentieri di bordo, saldatori, tubisti, elettricisti, impiantisti, i quali eseguivano le loro mansioni con continuità, trasferendosi da un’unità all’altra e da un cantiere all’altro, subendo perciò un’esposizione intensa e duratura. Tali elementi sono, allo stato, incontrovertibili, come dimostrano sia i dati scientifici acquisiti in merito alla nocività dell’amianto ed alla presenza dello stesso nei cantieri navali a partire dai primi anni del 1900, sia il conseguente, seppur lento, excursus storico seguito dalla normativa e dalla giurisprudenza. Nonostante la pericolosità dell’amianto fosse nota da lunghissimo tempo, soltanto nel 1991, con il D.lgs n. 277/1991 lo Stato Italiano dava attuazione, in ambito nazionale, alle direttive comunitarie adottate in materia di protezione dei lavoratori contro i rischi derivanti da esposizione ad agenti chimici, fisici e biologici durante l'attività lavorativa. E, finalmente, con la legge n. 257/92, recante “Norme relative alla cessazione dell'impiego dell'amianto”, il legislatore italiano interveniva per vietarne l'utilizzo.


• LA RESPONSABILITA’ DEL MINISTERO DELLA DIFESA
Nella pronuncia in commento si evidenzia l’assoluta inescusabilità del contegno del Ministero della Difesa.
Secondo il Tribunale di Genova : "Le dimensioni e l’organizzazione del Ministero della difesa erano tali da rendere esigibile la massima diligenza nell’adeguamento alle conoscenze scientifiche concernenti il proprio settore di operatività”.

In relazione agli obblighi imposti dalla normativa vigente in materia (intendendosi così sia il generale disposto dell’art. 2087 c.c. che la normativa di settore) l’Amministrazione erariale aveva l’obbligo di tutelare l’integrità fisica e psichica del lavoratore e la mancata adozione delle cautele nonché il difetto di informazione rispetto ai rischi per la salute ai quali il personale era sottoposto integrano l’accettazione del rischio di cui alla colpa specifica in materia.

L’art. 2087 c.c., in particolare, non è da intendersi quale semplice enunciazione di un dovere imposto al datore di lavoro ma è da declinarsi in termini di vera e propria obbligazione dello stesso con ciò postulando il dovere datoriale di adoperarsi nell’approntare tutte le misure dettate:
1) dalla particolarità del lavoro, in base alla quale devono essere individuati i rischi e nocività specifiche;
2) dall'esperienza, in base alla quale devono essere previste le conseguenze dannose, sulla scorta di eventi già verificatisi e di pericoli già valutati in precedenza;
3) dalla tecnica, in base alle conoscenze in materia di sicurezza messe a disposizione dal progresso tecnico-scientifico.
L’art. 2087 c.c. esprime un basilare principio che è quello della massima sicurezza tecnologicamente fattibile, in relazione al quale il datore di lavoro deve perseguire la massima sicurezza, tecnica, organizzativa o procedurale fattibile, del lavoratore.


• IL NESSO DI CAUSALITA’ NELLE OBBLIGAZIONI OMISSIVE
Si tratta sicuramente del requisito di più difficile dimostrazione nell’ambito delle cause di natura risarcitoria. Per consolidato dato ermeneutico ai fini della causalità materiale nell’ambito della responsabilità aquiliana la giurisprudenza e la dottrina prevalenti ritengono, in applicazione dei principi penalistici, di cui agli artt. 40 e 41 c.p., che un evento è da considerare causato da un altro se, ferme restando le altre condizioni, il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo (cd. teoria della condicio sine qua non).
Nella specie, imputandosi al Ministero della Difesa l’omessa adozione di cautele atte a ridurre (se non vanificare) i rischi connessi alla esposizione da amianto, si tratta evidentemente di una ipotesi di causalità omissiva, figura afferente al diritto penale e, la cui dimostrazione, nella diversa arena dei giudizi civili va adeguata alle peculiarità delle singole fattispecie normative di responsabilità civile. Vale, infatti, sottolineare come ciò che muta sostanzialmente tra il processo penale e quello civile è la regola probatoria, in quanto nel primo vige la regola della prova “oltre ogni ragionevole dubbio” (cfr. Cass. Pen. S.U. 11 settembre 2002, n. 30328, Franzese), mentre nel secondo vige la regola della preponderanza dell’evidenza o “del più probabile che non” (cfr., Cass. Sez. Unite nn. 576 e 581/2008).
Vale sottolineare che quando, come nel caso di specie, si imputa al soggetto agente una omissione colposa, il nesso di causalità risulta accertato quando la violazione della norma costituisce causa o concausa di un evento che la norma violata era preordinata ad impedire (cfr ad plurimis Cass. 2085/2012).

Nel caso all’esame del Tribunale di Genova, il lavoratore aveva prestato servizio, inizialmente alle dipendenze di alcune ditte in appalto presso l’arsenale della marina militare di La Spezia e, successivamente, fino alla data del suo pensionamento, alle dirette dipendenze del Ministero della Difesa. L’esposizione ad amianto è stata accertata per l’intero arco della sua vita lavorativa.
Il consulente tecnico d’ufficio nella sua relazione peritale aveva precisato che ciascuno dei due periodi lavorativi era stato “anche da solo, di entità sufficiente a causare la malattia in misura più probabile che non”, avvertendo della pericolosità di una, comunque ipotizzabile, ripartizione – in termini percentuali- dei contributi causali apportati – all’interno della causalità complessiva- dal primo periodo di attività svolto dal Da Pozzo presso le ditte in appalto rispetto a quello svolto alle dirette dipendenze dell’arsenale.
Il Tribunale di Genova, aderendo alla tesi dei ricorrenti, ha applicato il principio dell'equivalenza delle cause ex art. 41 c.p., secondo il quale va ha applicato il principio attribuita efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito alla produzione dell'evento, indipendentemente dalla prevalenza quantitativa di una causa o dell'altra.
Ove, come nella specie, sia dimostrato che l’esposizione ad amianto del lavoratore è stata causa e/o concausa del mesotelioma che ne ha determinato il successivo decesso, la condotta risulta essere condizione dell’evento in quanto, ipotizzandosi come avvenuta l’azione che sarebbe stata doverosa ed esclusa l’interferenza di altri fattori alternativi, l’evento, con elevato grado di credibilità razionale, non si sarebbe verificato o si sarebbe verificato con minore intensità lesiva (cd giudizio controfattuale).


• LE MISURE DI PROTEZIONE A TUTELA DEL LAVORATORE
Le deposizioni rese dai testi e la consulenza tecnica d’ufficio hanno consentito di accertare come con ogni verosimiglianza i mezzi e presìdi specifici approntati dal Ministero della Difesa a fini preventivi nei confronti delle patologie determinate dall’amianto erano praticamente assenti. Pertanto la loro valenza e utilità era di fatto nulla.


• IL DANNO NON PATRIMONIALE DA DEPRIVAZIONE DEL RAPPORTO PARENTALE


Il soggetto che chiede "iure proprio" il risarcimento del danno subito in conseguenza della uccisione di un congiunto per la definitiva perdita del rapporto parentale lamenta l'incisione di un interesse giuridico diverso sia dal bene salute, del quale è titolare (la cui tutela ex art. 32 Cost., ove risulti intaccata l'integrità psicofisica, si esprime mediante il risarcimento del danno biologico), sia dall'interesse all'integrità morale (la cui tutela, ricollegabile all'art. 2 Cost., ove sia determinata una ingiusta sofferenza contingente, si esprime mediante il risarcimento del danno morale soggettivo), e ciò in quanto l'interesse fatto valere è quello alla intangibilità della sfera degli affetti e della reciproca solidarietà nell'ambito della famiglia e alla inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana nell'ambito di quella peculiare formazione sociale costituita dalla famiglia, la cui tutela è ricollegabile agli artt. 2, 29 e 30 Cost.
Nella sentenza in commento, il Tribunale di Genova ha sottolineato, come il danno da perdita del rapporto parentale va al di là del mero dolore che la morte di una persona cara provoca nei prossimi congiunti che le sopravvivono, concretandosi nella "irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità".
Tale danno, ha osservato correttamente il Giudice, è complementare - e non differenziale- rispetto a quello indennizzato dall'istituto previdenziale per la malattia professionale e va, pertanto, integralmente risarcito.


Si tratta di una importante vittoria che lascia aperte significative possibilità per i familiari delle numerosissime vittime dell’amianto di potere agire in sede civile, per chiedere ed ottenere la condanna del datore di lavoro al risarcimento dei danni subiti sia iure hereditario (ottenendo cioè il danno che sarebbe spettato al deceduto) sia iure proprio, in ragione della perdita del rapporto parentale. Si tratta di pretese che traggono origine dal medesimo fatto illecito del datore di lavoro: la violazione delle norme in materia di prevenzione degli infortuni sui luoghi di lavoro ex art. 2087 c.c.
Questa possibilità appare ancora più significativa laddove – in sede penale- il reato (di omicidio e/o lesioni colpose) sia stato dichiarato estinto per prescrizione. Si ricorda, infatti, che il processo civile gode di termini più lunghi in materia di prescrizione: applicandosi – in sede civile- le norme in materia di omicidio colposo conseguenza della violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro, la domanda può essere azionata entro dieci anni dalla morte (nel caso di decesso sia avvenuto prima del 2005) ovvero quattordici anni, laddove la morte sia avvenuta dopo il 2005, ai sensi della legge n. 251/2005 che ha previsto il raddoppio dei termini di prescrizione in presenza della violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro e della legge 102/2006 che ha inasprito il trattamento sanzionatorio in caso di omicidio colposo commesso con violazione di norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro (da 5 a 7 anni di reclusione).
Sono state circa 155 le navi militari con la presenza di amianto sottoposte ad importanti interventi di bonifica negli ultimi anni. Un prezzo altissimo in termini di danni alla salute quello pagato dal personale militare e dagli operai e tecnici degli Arsenali della Marina Militare di La Spezia, Taranto e Augusta con centinaia di morti e ammalati per patologie asbesto-correlate in particolare mesotelioma, cancro al polmone e alla laringe, asbestosi, placche pleuriche.
In Italia, ogni anno si registrano in media 1243 casi di decesso per mesotelioma maligno (più di tre morti al giorno!) e 3000 casi di decesso per altre patologia asbestocorrelate. Questi dati emergono dal VI rapporto del RE.NA.M. che raccoglie i dati COR (centri operativi regionali).
Da parte dei Giudici si registrano risposte positive a conferma della sensibilità che sempre di più viene riservata ai lavoratori ammalatisi per colpa dell'asbesto o, purtroppo, sempre più spesso, ai congiunti di quelli deceduti a causa dello stesso terribile male.