Amministrazione di sostegno - Amministratore, poteri, doveri -  Annalisa Gasparre - 02/05/2019

Amministratore di sostegno e peculato nell’ambito di una relazione sentimentale – Cass. pen. 27727/18

L’imputato, amministratore di sostegno, è stato condannato per il reato di peculato per essersi appropriato del denaro della sua assistita, con la quale aveva una relazione sentimentale. Nel rendiconto era indicata una somma notevole come “regalie” e neppure la relazione era provata.
Secondo la documentazione dei servizi sociali l’amministratore riceveva in dono dalla amministranda importanti somme di denaro, ma per i giudici non sembra trattarsi di una prova decisiva “se si valuta, da un lato, che la relazione stessa data da ben prima dell’inizio della amministrazione di sostegno da parte dell’imputato e, dall’altra, che comunque ed in ogni caso era specifico obbligo del … documentare nel rendiconto l’entità di dette entrate e dare ragione della mancata giustificazione del correlativo ammanco, cosa che non è mai stata fatta nel corso del procedimento”.

Quanto alla qualificazione giuridica, spiegano i giudici che il fatto appropriativo in esame costituisce peculato e non truffa perché difetta radicalmente in atti qualsiasi indicazione in ordine all’uso di artifici o raggiri ai danni della persona offesa direttamente causativi della acquisizione della disponibilità delle somme in questione, somme che sono state invece oggetto di successiva appropriazione in quanto già precedentemente nella diretta ed immediata disponibilità dell’imputato quale amministratore di sostegno della vittima.
Sul tema, su questa Rivista, vedi inoltre, (14.12.2014), Ads: parificato al tutore, l’amministratore di sostegno risponde di peculato - Cass. pen. 50754/2014; (12.8.2016), Amministrazione di sostegno e peculato: l’abuso del possesso - Cass. pen. 29617/16; (24.9.18), Peculato per il tutore: la mancata rendicontazione della gestione configura distrazione? – Cass. pen. 39982/18.

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 10 maggio – 15 giugno 2018, n. 27727 - Presidente Paoloni – Relatore Gianesini
Ritenuto in fatto
1. Il Difensore di C.G. ha proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza con la quale la Corte di Appello di Genova ha confermato la sentenza di primo grado che aveva condannato l’imputato alla pena di tre anni di reclusione per il reato di cui all’art. 314 cod. pen. per essersi appropriato, quale amministratore di sostegno, del denaro della sua assistita.
2. Il ricorrente ha dedotto due motivi di ricorso, per violazione di legge penale sostanziale e vizi di motivazione ex art. 606, comma 1 lett. b ed e cod. proc. pen.
2.1 Con il primo motivo, il ricorrente ha lamentato vizi di manifesta illogicità della motivazione che aveva elaborato un ragionamento difforme dall’esito delle risultanze probatorie dato che, sul punto delle regalie per circa 10.000 Euro, la testimonianze conclamavano in realtà l’esistenza di una relazione sentimentale tra l’imputato e la amministrata e l’effettività di un trasferimento di quest’ultima in una struttura di recupero giustificata dalle condizioni di salute della donna, così che in realtà non vi era la prova che le dazioni e le regalie non fossero state approvate dalla amministrata, come del resto dimostrato da una relazione dei servizi sociali del tutto trascurata dalla Corte.
Quanto poi all’utilizzo dell’automezzo, il ricorrente ha lamentato che la Corte non avesse valutato il fatto che il C. aveva dimostrato di aver utilizzato il mezzo per esigenze della persona offesa.
2.2 Con il secondo motivo, il ricorrente ha riproposto il tema della qualificabilità del fatto in termini di truffa ex art. 640 cod. pen. e non di peculato ex art. 314 cod. pen., posto che l’imputato aveva in realtà posto in essere una condotta fraudolenta per ottenere l’intestazione a se stesso degli assegni emessi dalla amministrata.
Considerato in diritto
1. Il ricorso è infondato e va rigettato, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
2. Va chiarito preliminarmente che, secondo o fatti come accertati nel giudizi di merito, la somma oggetto di appropriazione da parte dell’imputato ammonta ad una cifra non inferiore ai 9.722 Euro, di cui una parte preponderante, oltre 10.000 Euro, indicati nel rendiconto come "regalie" e una parte minima, circa 2.000 Euro, costituenti invece spese di manutenzione e assicurazione dell’auto del C. 
3. Così delimitato l’ambito quantitativo e la composizione finanziaria delle somme oggetto di appropriazione, va allora osservato che le ragioni di critica svolte nel ricorso non sono fondate; quanto alla somma indicata come "regalie", infatti, la Corte ha adeguatamente osservato, con motivazione esente da censure, che i relativi importi ammontavano in realtà, come affermato dalla stessa L., a qualche saltuaria e sporadica corresponsione di 10/20 Euro, così che l’intera somma sopra indicata è praticamente priva di valida giustificazione; anche il tema, riproposto con il ricorso, della esistenza di una sorta di relazione sentimentale tra l’imputato e l’amministrata che avrebbe giustificato le cc.dd. "regalie" nei termini quantitativi indicati nella imputazione e poi ritenuti dalla Corte non ha trovato alcun riscontro negli atti di causa al di là della certa ma sporadica presenza dell’imputato nella abitazione della donna nelle prime ore del mattino, in ogni caso insufficiente a colmare la lacuna certificativa di cui si è detto.
3.1 Anche la documentazione che il ricorrente indica come trascurata dalla motivazione della Corte, quella dei Servizi sociali secondo i quali il C. riceveva in dono dalla donna importanti somme di denaro, non sembra davvero decisiva se si valuta, da un lato, che la relazione stessa data da ben prima dell’inizio della amministrazione di sostegno da parte dell’imputato e, dall’altra, che comunque ed in ogni caso era specifico obbligo del C. documentare nel rendiconto l’entità di dette entrate e dare ragione della mancata giustificazione del correlativo ammanco, cosa che non è mai stata fatta nel corso del procedimento.
3.2 Sul tema delle spese per l’autovettura, infine, la Corte ha del tutto adeguatamente ed analogamente osservato che le relative uscite non avevano trovato alcuna giustificazione riferibile a interventi a favore della assistita, al di là della indicazione di qualche viaggio alla volta di Firenze.
4. Il fatto appropriativo in esame, infine, è stato correttamente qualificato dalla Corte come peculato e non come truffa posto che difetta radicalmente in atti qualsiasi indicazione in ordine all’uso di artifici o raggiri ai danni della persona offesa direttamente causativi della acquisizione della disponibilità delle somme in questione, somme che sono state invece oggetto di successiva appropriazione in quanto già precedentemente nella diretta ed immediata disponibilità dell’imputato quale amministratore di sostegno della L. (così da ultimo, per la differenza tra peculato e truffa, Cass. Sez. 6 6/2/2014 n. 15795, Campanile, Rv 260154).
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.