Deboli, svantaggiati - Deboli, svantaggiati -  Valeria Cianciolo - 06/01/2018

Amministrazione di sostegno e matrimonio. Nota a Cassazione Civile, Sez. I, 11 maggio 2017, n. 11536.

 Introduzione. Il provvedimento degli Ermellini riporta in discussione la tematica assai controversa della capacità del soggetto debole rispetto agli atti personalissimi nonché, più in generale, al suo diritto alla vita affettiva e sessuale.

Questo il principio espresso: “Il divieto per l’interdetto di contrarre matrimonio stabilito dall’art. 85 c.c. e il relativo regime di invalidità matrimoniale di cui all’art. 119 c.c. non possono essere estesi, neppure per analogia, al beneficiario dell’amministrazione di sostegno, posto che i sottostanti istituti di protezione si collocano su piani totalmente diversi. Le finalità di protezione del soggetto incapace devono, nell’amministrazione di sostegno, trovare fondamento e tutela in un individualizzato provvedimento del giudice tutelare. Anche nei casi in cui, in circostanze eccezionalmente gravi e nel suo esclusivo interesse, al beneficiario dell’amministrazione di sostegno sia imposto divieto di contrarre matrimonio, è da escludersi che questo possa poi essere impugnato ai sensi dell’art. 119 c.c., potendosi in tal caso ricorrere unicamente all’impugnazione di cui all’art. 120 c.c., ovvero all’azione di annullamento ad opera dell’amministratore di sostegno. Nei procedimenti in cui sia previsto l’intervento obbligatorio del P.M., la nullità derivante dalla sua omessa partecipazione al giudizio si converte in motivo di gravame ai sensi degli artt. 158 e 161 c.p.c. La legittimazione a far valere tale vizio spetta tuttavia unicamente alla stessa parte pubblica, dovendosi escludere che sussista una concorrente legittimazione delle altre parti.”

Come è noto, uno dei principi che regolano l'amministrazione di sostegno è quello per cui alla limitazione della capacità del beneficiario corrisponde il conferimento di poteri all'amministratore. La giurisprudenza ha ritenuto, in proposito, che in base a tale principio, l'impossibilità giuridica per l'amministratore di compiere gli atti riservati, per la loro stessa natura, alla sola persona del beneficiario (c.d. atti personalissimi: testamento, donazione, riconoscimento di figlio nato fuori dal matrimonio, matrimonio ecc.) comporterebbe l'impossibilità di impedire al beneficiario il compimento di tali atti. A questo proposito deve però considerarsi il disposto dell'art. 411, 4° co., secondo il quale «il Giudice Tutelare, nel provvedimento con il quale nomina l'Amministratore di sostegno, o successivamente, può disporre che determinati effetti, limitazioni o decadenze, previsti da disposizioni di legge per l'interdetto o l'inabilitato, si estendano al Beneficiario dell'amministrazione di sostegno, avuto riguardo all'interesse del medesimo e a quello tutelato dalle predette disposizioni». L'art. 591 c.c. ad esempio, prevede che siano incapaci di testare le persone interdette per infermità di mente; mentre, l'art. 85 c.c. dispone che non possano contrarre matrimonio gli interdetti per infermità di mente.

Anche rispetto alla materia non patrimoniale il giudice deve delineare l'area di incapacità del beneficiario. A differenza che per gli atti patrimoniali, però, il contenuto del decreto non potrà che tradursi nel riferimento a categorie individuate in relazione a uno o più tipi normativamente previsti. Oltre alla (in)ammissibilità del compimento da parte dell'amministratore di sostegno di atti quali il matrimonio, il testamento, il riconoscimento del figlio nato fuori dal matrimonio, vi sono una serie di atti particolari (si pensi tra tutti alle donazioni di organi) attraverso i quali non si manifesta solo la propria personalità, ma si esprime una solidarietà costituzionalmente garantita[1] tale da realizzare, talvolta, l'intimità stessa della persona[2].

Il matrimonio rappresenta senz’altro una scelta di libertà ed è probabilmente tra gli atti giuridici quello in cui la libertà è maggiormente tutelata e presidiata e non soltanto nel diritto civile moderno, perché la tutela della libertà del consenso è altrettanto forte nel diritto canonico.

Il divieto di nozze non è in sé illegittimo: il beneficiario potrebbe essere, sotto questo profilo, totalmente incapace di scelte critiche e di determinarsi liberamente, ed allora bisogna estendergli il divieto di cui all’art. 85 c.c., e ciò perché lo prevede espressamente l’art. 411 c.c.

 

La giurisprudenza. Il primo caso nel quale il tema è stato affrontato ex professo nella giurisprudenza di merito, riguarda il caso di una ragazza di ventidue anni, oligofrenica, attirata in una relazione sentimentale, ma non in grado di comprendere il significato dei doveri di cui all'art. 143 c.c.. In questo caso si è ritenuta appropriata la nomina di un amministrazione di sostegno, con la previsione di un divieto alle nozze, almeno in via temporanea, ai sensi dell'art. 411, ult. co.[3].

Molto innovativo senza alcun dubbio, il decreto del Trib. Varese 6 ottobre 2009, decr., (G.T. dr. G. Buffone) che ha dichiarato un principio moderno e rivoluzionario: “Per il mondo del diritto, afferma il giudice, la persona affetta da sindrome di Down non va considerata come «malata» ma come una «persona diversamente abile» e quindi «non va trattata come soggetto da curare, ma come soggetto da aiutare nella realizzazione della sua personalità e dei suoi progetti di vita». Ciò comporterebbe due importanti conseguenze. Innanzitutto, l’amministratore di sostegno è autorizzato alla cura del beneficiario nel perseguimento del suo best interest, potendo quindi assumere scelte anche in ambito sanitario, purché queste non siano imposte all’incapace «in contrasto con le sue, pur flebili ma efficaci, scelte di autodeterminazione terapeutica». Viene quindi riconosciuto che la sindrome di Down, anche se rappresenta una «situazione congenita», «non priva il soggetto trisomico della capacità di orientarsi nelle scelte di vita, di emozionarsi, di scegliere per il proprio bene, di capire e comprendere e, se del caso affezionarsi, o, addirittura, innamorarsi».

Per questo applicare l’art. 85 c.c., ovvero l’art. 119 c.c., che presuppongono l’apertura della procedura di interdizione del soggetto disabile, alla fattispecie in commento configurerebbe la violazione di un diritto fondamentale della persona garantito sia dall’art. 2 della nostra Carta costituzionale sia da fonti di riconoscimento dei diritti fondamentali di provenienza internazionale alle quali il nostro ordinamento è vincolato quali l’art. 16 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, gli artt. 8 e 12 della Cedu, nonché gli artt. 7 e 9 della Carta europea dei diritti fondamentali proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e ora richiamata dal Trattato di Lisbona. Ulteriormente, l’implicito «divieto di nozze» reclamato dalla madre della disabile, la quale vorrebbe sostituirsi nella scelta della figlia, violerebbe l’art. 5 della Convenzione di New York, il quale impone agli Stati Parti di «vietare ogni forma di discriminazione fondata sulla disabilità e garantire alle persone con disabilità uguale ed effettiva protezione giuridica contro ogni discriminazione qualunque ne sia il fondamento».

 

Il caso. Il caso affrontato dagli Ermellini nella sentenza in esame, riguarda il giudizio di nullità matrimoniale instaurato dai figli di un soggetto “ultraottantenne, invalido di guerra e invalido civile al 100% con necessità di assistenza globale permanente e già affetto da ictus cerebrale” e per tali motivi, assistito da un amministratore di sostegno. Nel giudizio vengono convenuti dagli attori il padre, la moglie di questi, il legale-amministratore di sostegno, nonché un ulteriore soggetto collegato al ministero dell’interno, del quale posto che dalla narrativa processuale del provvedimento non risulta alcuna qualifica, verosimilmente sia da ricollegarsi alla generale funzione di vigilanza sullo stato civile e sull’anagrafe[4].

Il padre muore nelle more del giudizio di primo grado che rigetta la richiesta avanzata dagli attori

che interpongono gravame.

La Cassazione ha preferito una soluzione della questione in punto di diritto, per la quale soltanto il P.M. stesso sarebbe legittimato a far valere la nullità derivante dalla sua mancata partecipazione al giudizio. Nella sentenza viene in proposito affermato che “nei procedimenti in cui sia previsto l’intervento obbligatorio del P.M., la nullità derivante dalla sua omessa partecipazione al giudizio si converte in motivo di gravame ai sensi degli artt. 158 e 161 c.p.c., che, tuttavia, può essere fatto valere solo dalla parte pubblica, dovendosi escludere che sussista una concorrente legittimazione delle altre parti”.

Prosegue la sentenza affermando: “il divieto di contrarre matrimonio può essere imposto al beneficiario di amministrazione di sostegno solo nel suo proprio interesse, è del tutto ovvio che il matrimonio contratto in violazione del divieto non possa essere poi invalidato se non in funzione della soddisfazione del suo stesso interesse e non di quello all’astratta osservanza del provvedimento giudiziale di divieto, ovvero, tantomeno, dell’interesse di terzi. E dunque - venendo alla vicenda in discorso - è a maggior ragione da escludere che i terzi possano impugnare il matrimonio ai sensi dell’art. 119 c.c., nei confronti del destinatario dell’amministrazione di sostegno, in assenza - come in questo caso - di un divieto di matrimonio adottato dal giudice tutelare. Il che, tuttavia, non vuol dire - sebbene non sia questo il caso che ci occupa - che l’eventuale divieto di contrarre matrimonio imposto dal giudice tutelare nell’esercizio dei suoi poteri, ai sensi dell’art. 411 c.c., u.c., possa essere impunemente violato dal beneficiario dell’amministrazione di sostegno, soccorrendo in tal caso, oltre all’impugnazione di cui all’art. 120 c.c., l’azione di annullamento ad opera dell’amministratore di sostegno, secondo la previsione dell’art. 412 c.c., comma 2.”

Gli Ermellini escludono in modo netto e categorico che il divieto di contrarre matrimonio stabilito per l’interdetto possa essere esteso, anche analogicamente, al beneficiario dell’amministrazione di sostegno e che l’attenzione debba essere sempre focalizzata sul best interest di quest’ultimo, prevedendo che solo “in circostanze particolarmente stringenti, diremmo eccezionalmente gravi” (così si esprime la Corte) possa essere imposto dal giudice al beneficiario il divieto di contrarre matrimonio. “…osserva la Corte, parte della dottrina ha in radice escluso che possa estendersi al beneficiario dell’amministrazione di sostegno, sia pure attraverso un apposito provvedimento del giudice tutelare, il divieto di contrarre matrimonio stabilito per l’interdetto per infermità di mente. Si è in proposito difatti affermato che il beneficiario dell’amministrazione di sostegno può compiere gli atti personalissimi in generale, neppure potendosi far salva l’utilizzazione, da parte del giudice tutelare, del potere di estendere al riguardo le limitazioni dettate per l’interdetto (oltre all’art. 85 c.c., vale rammentare per il testamento l’art. 591 c.c., comma 1, n. 2) ai sensi del citato articolo 411, ultimo comma, c.c., il che - si dice - ricondurrebbe l’amministrazione di sostegno all’alternativa capacità- incapacità che la normativa introdotta nel 2004 ha inteso viceversa superare. Considerata la coesistenza nell’ordinamento dell’amministrazione di sostegno e dell’interdizione e inabilitazione, e considerato altresì che il legislatore, intervenendo nella materia, non ha ritenuto di modificare l’art. 85 c.c., (norma, peraltro, che la dottrina prevalente, anche sulla base di considerazioni di taglio comparatistico, considera non più attuale anche nei confronti degli stessi interdetti), è stato ritenuto che il divieto di contrarre matrimonio possa essere imposto soltanto per via di interdizione. Tanto più, come pure è stato osservato, che la regola in materia matrimoniale è quella della incoercibile libertà di contrarre matrimonio, sicché essa non può subire limitazioni, come tali intollerabili, se non nei casi tassativamente previsti dalla legge.”

 

[1] Ruscello, "Amministrazione di  sostegno" e tutela dei "disabili". Impressioni estemporanee su una recente legge, in SIur, 2004, 2, 155.

[2] In proposito, la legislazione prevede, per gli interdetti, soluzioni rispettose della personalità. Si pensi alle disposizioni sull'interruzione della gravidanza e alla possibilità da queste concessa di richiedere l'intervento da parte della stessa interdetta giudiziale (art. 13, L. 22.5.1978, n. 194), riconoscendo a quest'ultima una sorta di capacità naturale. Non si dimentichi, infine, che vi sono determinati atti "familiari" per i quali la legge esclude espressamente qualsiasi forma di rappresentanza: si pensi, all'istanza di separazione personale tra coniugi, ai sensi dell'art. 150 c.c. alla cui presentazione sono legittimati esclusivamente i coniugi ai sensi dell'art. 150, ult. co., c.c.

 

[3] Trib. Trieste 28.9.2007 Giur. It., 2007, 12, 2738 nota di Cendon.

[4] Attribuita allo stesso ministero dall’art. 14, comma 2, D.Lgs. 30 luglio 1999, n. 300 (Riforma dell’organizzazione del Governo, a norma dell’art. 11 della L. 15 marzo 1997, n. 59).