Amministrazione di sostegno - Finalità della legge, destinatari -  Alberto Manzoni - 31/08/2020

Amministrazione di sostegno e valutazione del (possibile) beneficiario

La norma sull’amministrazione di sostegno, introdotta nell’ordinamento nazionale ormai sedici anni or sono, come noto si prefigge di tutelare “con la minore limitazione possibile della capacità di agire, le persone prive in tutto o in parte di autonomia nell’espletamento delle funzioni della vita quotidiana, mediante interventi di sostegno temporaneo o permanente”.
Due i fattori che, già nella formulazione sopra richiamata, hanno evidenziato nel corso di questi lustri la loro criticità: come valutare l’autonomia della persona (rectius, la parte residua dell’autonomia), per ponderare come integrarla con gli interventi di sostegno, e l’arco temporale lungo il quale prevedere e sviluppare gli interventi.
La decisione ultima sull’apprezzamento dell’autonomia, sulla tipologia di interventi di supporto nonché sull’arco temporale di estensione degli stessi, è stata attribuita al giudice tutelare, organo giudiziario monocratico deputato alla tutela delle persone, in particolare quelle più deboli. È stata fatta la scelta di non apportare alla ponderazione del giurista l’integrazione con competenze extra-giuridiche che in altri ambiti, nei quali la valutazione della persona e della personalità sono considerate importanti, trovano la loro valorizzazione. Si pensi a questo proposito ai giudizi avanti il Tribunale per i minorenni ed il Tribunale di sorveglianza, nei quali la conoscenza del fatto storico, che ha dato avvio al procedimento, è affiancata alla valutazione “prognostica” delle persone coinvolte nella vicenda: il minore, i suoi genitori, i parenti, il condannato che chiede “fiducia” per essere ammesso a scontare fuori dal carcere almeno una parte della condanna; in virtù di questa importanza il giudizio è affidato ad un collegio misto, nel quale alla cultura ed alla competenza giuridica si affiancano culture e competenze “altre” (medica, psicologica, pedagogica, sociologica, ecc). A questo proposito, Paolo Zatti osservava che “il Tribunale per i minorenni misto riconosce l’insufficienza del giudice” (atti del convegno “Persona vulnerabile e progetto di sostegno”, Padova, 29.4.2016, nota a pag. 109).
Nel corso degli anni la ricerca di criteri di valutazione dell’autonomia, in grado di rispondere a requisiti di uniformità quanto più possibile validi e scientificamente fondati per soddisfare l’esigenza di assicurare al meglio una uniformità del giudizio a parità di condizioni rappresentate al giudice, ha portato ad attribuire un valore assai rilevante alla diagnosi nosografica “classica”: in molte ordinanze, infatti, si legge di beneficiari “affetti da”, per i quali si prevedono interventi di sostegno sostanzialmente standardizzati in base alla patologia dalla quale il beneficiario è affetto.
Questa ricerca di uniformità di giudizio, quantunque comprensibile e per certi aspetti condivisibile (sarebbe infatti poco auspicabile una irragionevole difformità di criteri di valutazione, che rischierebbe di sfociare nell’arbitrio o nell’alea) cozza, peraltro, con un dato di fatto di ordinaria esperienza: essere “affetti da” poco dice per quanto attiene alla concreta estrinsecazione della vita di una persona, sia rispetto alle aree in cui può svilupparsi autonomamente, sia per ciò che attiene alle aree in cui trova limiti non sormontabili che richiedono un ausilio esterno, il più possibile circoscritto, circostanziato, essenziale ma specificamente individuato.
Lo stesso rapporto tra la persona e le sue limitazioni è molto soggettivo: uno stesso impedimento può essere avvertito in modi molto diversi dalle persone, che possono rimanere prigioniere dei loro limiti oppure (all’estremo opposto) trovare le capacità, le possibilità, di sviluppare per quanto possibile tutte le loro potenzialità: un esempio, ex plurimis, i campioni degli sport paralimpici: tutti “affetti da”, ma malgrado ciò tesi a valorizzare al massimo le loro potenzialità, nei confronti delle quali lo stesso utilizzo del termine”residue” è aborrito. Come sottolineato tempo fa da un noto atleta paralimpico, infatti, non si parla di capacità residue, bensì di potenzialità valorizzabili: lo stesso utilizzo del termine “capacità residue” rinvia ad un ideale di normalità considerato universale, che sotto questo profilo potrebbe considerarsi “normale” meramente in termini di statistica descrittiva.
Anche l’ausilio richiesto dall’interessato, a sua volta, non sarà azionato necessariamente dalla spinta del giudice: la presenza di una famiglia solidale, di amici sensibili, di vicini di casa che non ignorano i rapporti interpersonali, di servizi pubblici e del privato sociale efficienti e “presenti” possono fare una sostanziale differenza.
Esattamente questo è l’ambito di applicazione di uno strumento di valutazione riconosciuto a livello internazionale: l’ICF, acronimo di “International Classification of Functioning, disability and health”, prodotto e approvato dall’Organizzazione mondiale della sanità. Questo strumento indaga e classifica, in modo standardizzato e quindi applicabile in modo ragionevolmente uniforme, non già le patologie da cui la persona è affetta (non è dunque un banale duplicato della classica diagnosi nosografica!), bensì le potenzialità, le attitudini ed i limiti che una persona riesce a sviluppare nell’estrinsecazione della sua esistenza: sono oggetto di indagine non solo le strutture corporee, ma anche (soprattutto) le funzioni corporee, le aree di attività e partecipazione, i fattori ambientali che agevolano oppure ostacolano la persona. Queste macroaree, a loro volta suddivise in sottoaree ed ulteriormente dettagliate in indicatori puntuali, prevedono una valutazione mediante “qualificatori”, sia considerando una scala “negativa” (gravità della menomazione, degli ostacoli, dei vincoli), sia valorizzando una scala positiva (presenza di fattori a vantaggio della persona, denominati “facilitatori”).
Già nel 2016 era stato ipotizzato l’utilizzo di questo strumento nella valutazione dei possibili beneficiari di amministrazione di sostegno: si vedano, a questo proposito, gli atti del seminario “Persona vulnerabile e progetto di sostegno” (Padova, 29.4.2016), nei materiali “Un «progetto di sostegno» per la realizzazione del beneficiario. Documento di lavoro condiviso”: nella nota a pag. 98 si fa cenno all’utilizzo dell’ICF, da parte dell’INPS, nelle valutazioni ai fini delle certificazioni per la disabilità (L. 68/1999) e l’handicap (L. 104/1992); nella nota a pag. 108, inoltre, si evidenziava l’associazione tra diagnosi nosografica “tradizionale”e diagnosi funzionale condotta mediante gli standard ICF.
Si è obiettato che l’utilizzo di scale qualitative, sia pure con risposte articolate in sette modalità, è pur sempre esposto al rischio di variabilità in funzione delle soggettività dei criteri di valutazione: da un lato l’obiezione è condivisibile, tanto quanto è peraltro estensibile al processo di ponderazione dei sintomi che conduce alla classica diagnosi nosografica, ma è altrettanto fondata l’osservazione che l’utilizzo di una scala di rilevazione strutturata ed uniforme consente di esaminare anche aree, del “funzionamento” complessivo della persona e del suo ambiente di riferimento, che talvolta possono sfuggire od essere di meno immediata rilevazione.
L’utilizzo di questo sistema di valutazione, affiancato alla classica diagnosi nosografica, potrebbe portare due vantaggi evidenti: da un lato, la standardizzazione dei criteri di valutazione della condizione in cui versa, concretamente e a tutto campo, il futuro beneficiario di amministrazione di sostegno; dall’altro, proprio la conoscenza della condizione complessiva del beneficiario consentirebbe al Giudice tutelare di attribuire all’amministratore di sostegno le funzioni, esclusive od in affiancamento, particolarmente individuate “su misura” per “quello” specifico beneficiario, per il tempo ritenuto necessario, con ciò riducendo il rischio di incappare in ordinanze standardizzate, depersonalizzate, clonate (o quasi) sulla base della patologia dalla quale il beneficiario è affetto, a prescindere da valutazioni più personalizzate sulla sua reale condizione esistenziale, considerata nella sua globalità e non solo rispetto alle aree “affette da”.