Diritto, procedura, esecuzione penale - Generalità, varie -  Redazione P&D - 29/08/2019

Ancora in tema di consulenza tecnica - Giuseppe Sciaudone

Una mia CT del passato (2005) che mi sta particolarmente a cuore; forse la più bella.

M’è venuta in mente incrociando un libro ieri pomeriggio: “La sedia vuota” del giornalista Raffaele Sardo (storie di vittime innocenti della criminalità). Il libro pubblicato per conto della Fondazione Polis nel 2018 ha la prefazione dell’amico Franco Roberti. Tra le tante storie c’è anche la terribile vicenda dei due Carabinieri Luciano Pignatelli e Carmelo Ganci, uccisi per mano della camorra in località Piana di Monte Verna (CE) il 4 dicembre del 1987. Luciano aveva 24 anni e Carmelo 23; ai due giovani carabinieri, barbaramente trucidati in un agguato, fu poi assegnata la Medaglia d’oro al valor militare.

Ciò che mi lega a questa terribile vicenda è stato il mio incarico come CT della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere; sono passati tanti anni e ne passarono altrettanti tra l’omicidio e la condanna all’ergastolo (confermata in Cassazione) degli imputati e di uno in particolare, quello che io ho conosciuto.

Ciò che posso dire, e che ho sempre sostenuto, è che si trattava di palese simulazione da parte dell’imputato; non è stato facile far valere questa tesi; il Perito d’Ufficio, infatti, cadde nella trappola buonista… Il colloquio al quale assistetti come consulente della Procura lo ricordo come uno dei più grotteschi della mia carriera. L’imputato era internato in OPG all’epoca ed era chiuso in sé, non disponibile ad accedere ad un vero e proprio colloquio col Perito d’Ufficio, e dunque, fu una partita a carte, bastò una partita a carte, mal condotta, a convincere il Perito rispetto alle gravi condizioni del periziando. Capii che c’era una notevole forzatura nell’atteggiamento del periziando, che si configurava al fine di ottenere benefici di giustizia. Consegnate la perizia d'Ufficio e la mia CTP, la Corte d'assise nominò un collegio di periti. Anni dopo, rincontrai lo stesso imputato, per un altro (decisamente meno grave) procedimento; lo trovai “guarito”, mi venne spontaneo chiedergli allora dove fosse stato curato così bene, come avesse fatto a migliorare così tanto la sua condizione di incapace di stare in giudizio rispetto al nostro incontro in occasione della CT sopra citata, pensavo tra me e me ‘devo andarci anch’io’; lui mi rispose: mi hanno curato in OPG . . .