Biodiritto, bioetica - Biodiritto, bioetica -  Stefano Rossi - 03/09/2017

Ancora sull'eutanasia: definizione e limiti di una pratica discussa

La notizia è di questi giorni e ricorda la vicenda di Lucio Magri, politico e fondatore del quotidiano Il Manifesto, che ha scelto la via del suicidio assistito in Svizzera. Come Magri, anche l’ingegnere di Albavilla non soffriva di una malattia terminale, non era affetto da una disabilità gravissima (come dj Fabo), ma “semplicemente” – si fa per dire – di forma depressiva per cui era in cura da tempo. Ora la Procura di Como ha aperto un’inchiesta sulla sua morte, da chiarire vi è infatti il ruolo svolto da un amico dell’ingegnere che l’avrebbe accompagnato fino a Chiasso dove l'uomo ha preso un treno per la Svizzera. Il reato ipotizzato è istigazione al suicidio.

Pensare al tema dell’eutanasia sulla base di un approccio fondato esclusivamente sull'analisi della normativa ordinaria di derivazione penalistica (artt. 579 e 580 c.p) ne mette in luce evidentemente, e da subito, l’insufficienza. L’omicidio del consenziente e l’aiuto al suicidio appaiono infatti un segmento parziale di un fenomeno complesso, “non solo per la vastità della dimensione casistica, quanto proprio per la diversa qualità di una serie di contesti, e di problematiche che si manifestano (o che vengono proposte) con il linguaggio e la forza giuridica espansiva dei diritti” (A. D’Aloia, Eutaniasia, in Dig. disc. pubbl., 2012).

La rivendicazione di un potere di controllo nella fase finale della propria esistenza diventa così un argomento inedito e assai controverso nel dibattito sui principi e sulle implicazioni sostanziali della libertà e della dignità della persona.

Le possibilità offerte dalla scienza infatti hanno ricondotto nel dominio della volontà decisioni che prima non vi appartenevano, collegando perciò le conseguenze di quella scelta ad un atto umano e dunque ad una responsabilità individuale. Così il diritto ha dovuto fare i conti non solo con un mutamento culturale, ma soprattutto con la radicale trasformazione dello storico paradigma della naturalità (anche della morte), che per il suo carattere immodificabile e autoregolante esonerava dall’obbligo di prevedere una disciplina legislativa che ne regolasse lo svolgimento.

Chi risulta giuridicamente legittimato a tracciare la linea che segna la fine della vita di ciascuno? Chi decide fino a che punto si deve cercare di protrarre una esistenza che può dirsi tale ormai solo in senso biologico? Chi può stabilire il quantum di tollerabilità dell'intervento della tecnica?

È chiaro che se si afferma la prevalenza della dignità, intesa in senso oggettivo, nei confron­ti dell’autodeterminazione individuale, il passo successivo compiuto è quello della riconduzione dell’indisponibilità della vita del suo titolare come connotato della dignità stessa. Sicchè la pretesa di un paziente, in situazione di grave sofferenza ed in fase ter­minale, ad ottenere la cessazione della propria insopportabile esistenza sarebbe lesiva della dignità.

In questa prospettiva il riconoscimento o meno di un diritto di morire non si può configurare come questione privata, poiché concerne la richiesta di ottenere, nei confronti dell’ordinamen­to giuridico e del personale sanitario, azioni e omissioni che provochino la morte. Quindi un diritto a morire non può essere riconosciuto, posto che si sostanzierebbe in una richiesta individuale fondata sulla percezione di indegnità della vita, valutazione che sarebbe in contrasto con il carattere oggettivo della dignità.

Conseguentemente “nelle situazioni di debolezza e di fragilità estreme, quali sono quelle del malato gra­ve e del morente, la dignità umana reclama […] dalle strutture pubbliche il soste­gno, la solidarietà e la cura, e non la rimozione del problema attraverso la recisione della vita, o, detto ancor più concisamente data tale esigenza di protezione e so­stegno […] la risposta più adeguata a questo bisogno fondamentale, è la cura della sofferenza e non la soppressione della persona che soffre” (G. Razzano, Dignità nel morire, eutanasia e cure palliative nella prospettiva costituzionale, Torino, 2014, 277 s.).

Tuttavia, nell’interpretazione consolidata in dottrina e giurisprudenza, l’art. 32 Cost. sancisce che il diritto alla salute va inteso come pre­tesa sia ad essere curati sia a non esserlo. Quindi il diritto in oggetto ha sia natura di diritto sociale che di libertà. Non sussiste quindi un dovere di sottoporsi a trattamenti sanitari e di curarsi, salvo le ipotesi in cui il rifiuto di cure possa provocare danni alla salute altrui.

Questa interpretazione sembra escludere dall’orizzonte del nostro ordinamento una prospettiva paternalistica, ovvero “una concezione etico-politica secondo la quale lo Stato, o un soggetto autorizzato dallo Stato, ha il diritto di usare la forza, contro la volontà di un individuo adulto, anche qualora le sue scelte siano, ad esempio, suffi­cientemente coerenti, basate sulla conoscenza dei fatti rilevanti e libere da coazione, al fine, esclusivo o principale, di tutelare (quelli che vengono con­siderati) i suoi interessi, ovvero (ciò che viene qualificato come) il suo bene; in particolare al fine di evitare che questi, tramite un’azione od un’omis­sione, cagioni, o rischi o tenti in modo significativo di cagionare a se stes­so (ciò che viene considerato) un danno, ad esempio fisico, psicofisico, economico” (G. Maniaci, La forza dell’argomento peggiore. La retorica paternalistica nell’argomen­tazione morale e giuridica, in Ragion pratica, 2012, 205).

Se infatti la struttura ed il senso dei diritti rico­nosciuti nei testi costituzionali viene prefigurata a favore di individui e nei confronti di altri soggetti, pubblici o privati, ciò non determina una necessaria inversione, prevedendosi che diritti attribuiti ai singoli e reclamabili verso soggetti pubblici o privati possano essere (viceversa) oggetto di una pretesa (doverosa) da parte di questi ultimi verso gli individui, titolari delle predette situazioni giuridiche. Così il riconoscimento accanto ai diritti-facoltà dei diritti-poteri, in cui è insito un fattore di solidarietà sociale, non può indurre ad una compressione dell’autodeterminazione individuale.

Anche per questo motivo non risulta convincente quell’orientamento che rinviene nel disegno costituzionale un presunto “interesse della collettività” diretto ad imporre, in nome di doveri inderogabili di solidarietà ovvero di una nozione oggettiva di dignità, un dovere di curarsi al di là di ogni utilità o beneficio, indipendentemente da quello che ciascuno ritiene sia giusto per sé, in rapporto alle sue condizioni, alle sue valutazioni morali o alla sua concezione di dignità e di vita.

Partendo dalle implicazioni del personalismo costituzionale, il semplice confronto tra l’etica della sacralità della vita e la dottrina della qualità della vita appare frutto di uno schematismo poco raffinato: se infatti “la vita non è un orizzonte da cui è possibile filtrare tutto il senso irriducibile ed autentico dell'autonomia e dell'esperienza personale di ognuno; di contro, essa nemmeno può essere ridotta ad un ambito di libertà illimitata ed irresponsabile, specchio egoistico di ogni desiderio individuale, anche quello più estremamente autolesionistico, mettendo completamente fuori gioco gli interessi oggettivi, intrinseci, di cui pure essa è portatrice” (A. D’Aloia, Eutanasia, cit.).

In questi termini il principio di protezione della vita assume quindi una rilevanza limitata a fronte di una richiesta del paziente, ovvero laddove vi sia una sua volontà di rifiutare o interrompere cure ritenute inutili; quando, insomma, piuttosto che esprimere un desiderio di morire, il soggetto chiede di poter vivere quel poco di vita che ancora gli resta (e che è pesantemente gravato da elementi di sofferenza e di decadimento fisico e psichico) secondo modalità corrispondenti alla sua valutazione morale, alla sua dignità.

In sintesi, rifiutare o rinunciare ad un presidio terapeutico ritenuto inutilmente gravoso sul piano della sofferenza e delle difficoltà di vita, esprime la volontà di non contrastare più la malattia, accettando la conseguenza della morte. Diversa è invece la struttura fattuale dell’eutanasia attiva o del suicidio medicalmente assistito, dove la causa della morte è direttamente nel comportamento eutanasico del soggetto o del medico che assiste o aiuta il paziente.

Il diritto di rifiutare le cure non determina l’immediato affievolimento di ogni altro diritto del soggetto, compreso quello di cambiare le proprie scelte ed eventualmente di tentare di costruire un approccio terapeutico alla malattia. Viceversa, il diritto di essere aiutati a morire si realizza attraverso modalità che tolgono al soggetto, uno actu e definitivamente, tutti i suoi diritti, svuotandoli del presupposto – logico prima ancora che giuridico – della esistenza in vita, e già questo appare una contraddizione rispetto al concetto stesso di diritto e di libertà.

Ci sono differenze evidenti – seppure fragili in alcune ipotesi – tra le due fattispecie che riguardano sia il dato oggettivo (vale a dire degli strumenti usati e la struttura ontologica del fatto) che il dato soggettivo (relativo all’atteggiamento psicologico dei soggetti agenti, e in particolare del medico, della specifica finalizzazione della condotta). La sequenza causa- intenzione-risultato si presenta, nel caso dell’eutanasia con accenti oggettivamente diversi dal rifiuto o astensione dalle cure, almeno per quanto attiene all'elemento della causa immediata della morte, nonché al rapporto tra azione (omissione mediante azione), condizione di malattia, risultato.

Allo stato, tento conto della distinzione sopra esposta, la costruzione di un diritto di morire (attraverso una condotta direttamente eutanasica) appare ancora largamente contrastata sul piano legislativo e giurisprudenziale. L’opzione volta a legittimare l’eutanasia attiva trova di fronte a sé il valore e il principio della protezione della vita, principio che, sebbene non possa più giocare quel ruolo di argomento volto a chiudere la discussione, svolge ancora un ruolo rilevante nel procedimento di bilanciamento tra principi operato a livello costituzionale: così non sembra indifferente che l’ erosione del principio di intangibilità della vita si sia verificata in virtù di un principio costituzionale ormai incontroverso (ovvero l’aspetto passivo del diritto alla salute) e con modalità volte a preservare la declinazione personalistica (quindi profondamente umana) dell’esistenza del singolo individuo che non può chiudersi in forma sanitarizzata contro la volontà della persona; diversamente, tutt’ora la prospettiva volta a legittimare l’eutanasia si fonda su riferimenti costituzionali incerti e “instabile” nel loro percorso di costruzione e riconoscimento ed è volta a dare legittimazione ad una condotta direttamente orientata a condurre alla morte, anche se per motivi che possono essere altruistici e solidaristici.

Né si può omettere che i rischi di abuso e di uso “economico” dell’eutanasia, oltre le intenzioni e i vincoli stabiliti per il riconoscimento a livello legislativo, che potrebbero colpire specialmente le persone più deboli, costituiscono tutt’ora un potente deterrente sul piano generale dei valori e delle norme sociali.

Quello qui brevemente discusso è essenzialmente un problema culturale, sociale e politico che non può essere affrontato solo in Tribunale, ma che necessita un quadro di riferimento – di un overlapping consensus –che possa orientarne il lavoro di traduzione interpretativa di principi e concetti giuridico-costituzionali volti a legittimare la pratica eutanasica.