Diritto, procedura, esecuzione penale - Reato -  Redazione P&D - 09/10/2017

Animali: lite a causa del cane, che finisce dal veterinario – App. Palermo, 20.7.17 - A.G.

Tra due uomini avveniva una lite violenta a causa del fatto che il proprietario di un cane aveva consentito di espletare i propri bisogni fisiologici sul prospetto esterno di una falegnameria.
Il proprietario della falegnameria reagiva malamente. La lite degenerava in colluttazione.
Il proprietario della falegnameria veniva condannato dal Tribunale di Palermo per il reato di maltrattamento di animali per avere, per crudeltà e senza motivo, cagionato a un cane lesioni consistenti in contusioni, traumi agli arti e shock. In particolare l’uomo aveva scaraventato per terra il cane, lo aveva colpito ripetutamente con calci e lo intrappolava sotto una macchina. Lo stato risultava da certificato medico veterinario.
La Corte d’appello conferma la condanna osservando che nessuna incertezza residua circa i maltrattamenti posti in essere e ascrivibili all’imputato. Ulteriore prova, oltre a quella dichiarativa, è rappresentata dalla fattura del medico veterinario, documento da cui si evince che, a causa dell’aggressione subita, il cane versava in stato di shock e aveva riportato contusioni varie e traumi agli arti.

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App. Palermo, Sez. IV, Sent., 20-07-2017

1. Con sentenza del 26 gennaio 2016 il Tribunale di Palermo in composizione monocratica dichiarava C.P. colpevole del delitto di cui all'art. 544 ter comma 1 c.p. perché, per crudeltà e senza motivo, cagionava al cane di proprietà di G.A. lesioni consistenti in contusioni, traumi agli arti e shock, come risultante da certificato medico veterinario in atti, in particolare scaraventava per terra il predetto cane, lo colpiva ripetutamente con calci e lo intrappolava sotto una macchina, fatto commesso in ….. il 3 marzo 2012.
Riconosciute le circostanze attenuanti generiche, sul rilievo della occasionalità del fatto, il Tribunale condannava l'imputato alla pena di mesi due di reclusione, concedendo il beneficio della sospensione condizionale della pena.
Nella pronunzia impugnata il primo giudice, sulla base delle dichiarazioni testimoniali del G. e del G., ricostruiva puntualmente la dinamica della violenta lite intercorsa tra il danneggiato e l'odierno appellante, scatenata dal fatto che il G. aveva permesso al suo cagnolino di espletare i propri bisogni fisiologici sul prospetto esterno della falegnameria dell'imputato. La lite degenerava repentinamente in una colluttazione, alla quale prendeva parte anche il figlio del C., intervenuto per dare man forte al padre bloccando il G., mentre l'imputato, con estrema crudeltà, percuoteva, sbatteva a terra e colpiva con calci il cagnolino. Il Giudice di prime cure sentiva in dibattimento il teste G.N., vicino di casa delle parti, che aveva soccorso e accompagnato presso la Stazione dei Carabinieri di Cinisi il G.; riteneva illogica e incoerente la ricostruzione dell'accaduto riportata dalla teste a discarico, moglie dell'imputato, I.R., e disponeva la trasmissione degli atti al PM per le determinazioni di competenza; giungeva pertanto ad affermare la piena responsabilità penale del C.P..
2. Avverso la suddetta sentenza ha proposto appello il difensore dell'imputato, chiedendo in primis la rinnovazione dell'istruzione dibattimentale al fine di assumere il verbale dell'udienza del 11.05.2016 svoltasi dinanzi al Giudice di pace, nella quale il G. ha manifestato la volontà di rimettere la querela nei riguardi dell'odierno imputato per i reati di minaccia ex art. 612 co. 1 c.p. e lesioni personali di cui all'art. 582 co. 2 c.p.
Con il secondo motivo di impugnazione, la difesa ha chiesto l'assoluzione del predetto perché il fatto non sussiste o perché l'imputato non lo ha commesso, deducendo la illogicità e contraddittorietà delle dichiarazioni rese dal G. e dal G.. Il difensore inoltre ha sottolineato che dal referto medico veterinario non si evince che l'animale oggetto della visita fosse il cagnolino del G., poiché non vi è alcun riferimento in tal senso; né il detto referto appare idoneo a provare che le contusioni e i traumi riportati dall'animale visitato non fossero stati involontariamente cagionati proprio dal suo proprietario, il quale, secondo l'appellante, aveva perso l'equilibrio durante la discussione ed era caduto sulla bestiola.
In subordine, la difesa ha chiesto l'assoluzione del prevenuto con la formula dubitativa di cui al co. 2 dell'art. 530 c.p.p., adducendo la presunta inidoneità del quadro probatorio a fondare la responsabilità penale dell'imputato.
All'odierna udienza, la Corte, accogliendo l'istanza della difesa di riapertura istruzione, ha acquisito la sentenza del Giudice di Pace di Palermo del 9/06/2016 con cui è stata dichiarata, nel relativo procedimento n.1889/12 R.G.N.R. mod 21-bis, l'estinzione dei reati suindicati per intervenuta rimessione della querela da parte del G.; il Procuratore Generale ed il difensore dell'imputato hanno poi concluso come riportato in atti. Dopo la camera di consiglio la Corte ha dato lettura del dispositivo.
3. L'appello non è fondato e la sentenza merita piena conferma.
Il G. ha offerto una più che verosimile ricostruzione dei fatti, descrivendo in modo logico e privo di contraddizioni come il litigio con il C. fosse ben presto degenerato in una colluttazione, la quale aveva dato occasione al prevenuto di accanirsi sulla bestiola, da lui ritenuta responsabile di un torto subito.
La circostanza poi che il G. abbia deciso di rimettere la querela sporta in data 04/05/2012, relativa al procedimento (n.1889/12 R.G.N.R. mod 21-bis) pendente dinanzi al Giudice di Pace di Palermo per i reati di lesioni personali e minacce a carico dell'odierno appellante, non indebolisce il robusto quadro probatorio che palesa, oltre ogni ragionevole dubbio, la responsabilità penale del C. per il delitto di cui all'art. 544 ter, unico oggetto del procedimento de quo. Di contro, tale remissione può ancor di più indurre a ritenere sostanzialmente genuina la testimonianza resa dal proprietario del cane, non animato da alcun sentimento di rabbia o rancore nei confronti del C..
Nonostante il G., nel descrivere l'aggressione subita dal suo cagnolino, abbia forse enfatizzato alcuni gesti dell'imputato, sottolineando la gratuita violenza e crudeltà con cui i calci e le percosse sono state inferte alla bestiola, nessuna incertezza può residuare circa il fatto che i maltrattamenti penalmente rilevanti ai sensi dell'art. 544 ter c.p. siano stati effettivamente posti in essere e che questi siano ascrivibili all'odierno appellante. La prova delle lesioni riportate dal cane è costituita dalla fattura del medico veterinario in atti, intestata a G.G., padre dell'A., all'epoca dei fatti ancora minorenne. Da tale fattura, datata 03/05/2012, stesso giorno dell'aggressione, si evince che l'animale in questione, a causa dell'aggressione subita, versava in stato di shock e riportava contusioni varie e traumi agli arti. Secondo l'insegnamento della giurisprudenza di legittimità: "nel reato di maltrattamento di animali, la nozione di lesione, sebbene non risulti perfettamente sovrapponibile a quella prevista dall'art. 582 cod. pen., implica comunque la sussistenza di un'apprezzabile diminuzione della originaria integrità dell'animale che, pur non risolvendosi in un vero e proprio processo patologico e non determinando una menomazione funzionale, sia comunque diretta conseguenza di una condotta volontaria commissiva od omissiva" (Cass., Sez. 3, Sentenza n. 32837 del 27/06/2013). Ebbene, non v'è dubbio che siffatte lesioni siano state riscontrate dal medico veterinario presso il quale il proprietario del cagnolino si era recato qualche ora dopo l'accaduto, subito dopo avere informato sommariamente i Carabinieri. Il fatto che l'animale avesse subito una menomazione fisica, ancorché temporanea, è stato avvalorato anche dalla testimonianza resa all'udienza dibattimentale del 7/11/2014 da N.G., il quale, alla domanda del PM su quali fossero le condizioni di salute del cane da lui personalmente riscontrate nell'immediatezza dei fatti, ha risposto: "Zoppicava un pochetto" (Verbale di trascrizione della testimonianza resa all'udienza del 7/11/2014 da G.N., pag. 16). In quella sede inoltre, il G. ha confermato pienamente, in risposta alle contestazioni cui il Pubblico Ministero ha proceduto, quanto da lui dichiarato ai Carabinieri, e specificamente: "Ribadisco che entrambi i C., P. ed il figlio, colpivano il giovane G., mentre vedevo solo il C.P., colpire il cane" (Verbale cit., pag. 18); e ancora: "in particolare vedevo che C.P., gli dava pedate dall'alto, in basso, come a schiacciarlo per terra e poi, lo sbatteva contro un'autovettura ivi parcheggiata" (Verbale cit., pag. 19).
Il trattamento sanzionatorio non è stato oggetto di alcuna censura da parte della difesa. Il Giudice di prime cure, nonostante abbia optato per la pena detentiva in luogo dell'alternativa pecuniaria, ha comunque determinato la sanzione della reclusione nel minimo edittale, riconoscendo altresì le circostanze attenuanti generiche e concedendo il beneficio della sospensione condizionale.
Per queste considerazioni la sentenza merita piena conferma e l'appellante va condannato al pagamento delle ulteriori spese processuali.
P.Q.M.
La Corte, visto l'art. 605 c.p.p.,
conferma la sentenza resa il 26 gennaio 2016 dal Tribunale di Palermo, in composizione monocratica, appellata da (...), che condanna al pagamento delle ulteriori spese processuali.
Così deciso in Palermo, il 6 luglio 2017.
Depositata in Cancelleria il 20 luglio 2017.