Consumatori - Contratti, clausole abusive, vessatorie -  Valeria Cianciolo - 21/07/2017

Applicazioni pratiche della donazione con riserva di disporre

Mentre un tempo la irrevocabilità delle donazioni era stimato come un valore, oggi, all’opposto, è un limite.

La famiglia è mutata: esistono le coppie di fatto, le coppie tra persone dello stesso sesso, le coppie che stabiliscono relazioni non fondate necessariamente sul sesso o sulla procreazione.

Tutto questo ha modificato il quadro di riferimento in modo drastico e i principi anche di ordine pubblico che poi ne conseguono, fino al punto di considerare un valore la riserva di disporre dei beni donati ed un disvalore le donazioni irrevocabili nel quadro di coppie o di relazioni tendenzialmente instabili o “liquide”, come si dice.

Come è noto, il donante, all’atto della stipulazione, può riservarsi la facoltà di disporre – nell’arco della propria vita – «di qualche oggetto compreso nella donazione o di una determinata somma sui beni donati».

La soluzione adottata dal nostro legislatore è un compromesso tra il principio della irrevocabilità della donazione e quello di autonomia privata: come tutte le soluzioni intermedie, il risultato non soddisfa la logica del sistema perché o tale donazione doveva essere nulla, in omaggio al principio della irrevocabilità ovvero pienamente valida, vale a dire senza limite alcuno, in omaggio all’autonomia privata.

Secondo parte della dottrina, la riserva di disporre deve essere inquadrata in quella serie di riserve e limiti alla pienezza del diritto attribuito, che è possibile apporre alla donazione, giustificati dal carattere di liberalità che l’atto presenta[1]. Vale a dire, che si avrebbe una donazione pura e semplice relativa alla parte non riservata, mentre la parte oggetto di riserva sarebbe donata sotto condizione risolutiva dell’atto di disposizione.

Contrariamente a quanto avveniva sotto il vigore del Codice civile abrogato, tale facoltà non può essere esercitata dagli eredi del donante.

E’ evidente come la disciplina positiva, da un lato, rispecchi la tradizione, consentendo la validità di una tale clausola; dall’altro, se ne differenzi, in quanto il mancato esercizio della facoltà di disporre consolida pienamente, alla morte del donante, la donazione nel donatario, invece di dar luogo a una attribuzione a favore degli eredi.

Autori come Torrente danno un’ampia interpretazione della nozione contenuta nell’art. 790 c.c. e, benché non risultino precedenti editi in giurisprudenza dal 1942 ad oggi, si tratta di una norma ampiamente utilizzata nella prassi notarile che utilizza abbastanza frequentemente la riserva di disporre in atti di donazione di immobili e, in qualche caso di somme o di valori mobiliari.

La prassi notarile utilizza abbastanza frequentemente la riserva di disporre in atti di donazione di immobili e, in qualche caso, anche in donazioni di valori mobiliari apprezzando la flessibilità e lo scarso costo delle soluzioni operative più diffuse

Com’è nell’abito prudente della migliore pratica professionale si è trovato una soluzione pragmatica per sfruttare al meglio la duttilità di questo istituto, affiancando alla donazione del bene immobile, una donazione anche modesta di denaro corrisposta attraverso una forma di pagamento che ne consenta la tracciabilità (e renda quindi possibile effettivamente accertare che, insieme all’immobile, sia stato donato il denaro). In questo modo, il donante si riserverà la facoltà di disporre a favore di un terzo del bene immobile, preservando la stabilità e irretrattabilità della donazione per la parte che riguarda la somma di denaro e si ottiene un risultato doppiamente tranquillante: da un lato, si preserva, coerentemente con il disposto normativo, il potere di disporre di uno dei beni donati che potrà essere alienato ad un terzo, dall’altro si cancella retroattivamente la provenienza donativa dell’immobile, perché l’esercizio della riserva elimina il titolo donativo originario, in quanto il potere di disporre rimane in capo al donante e non è trasferito al donatario.

La prassi notarile raccomanda di riconoscere al donante il potere di annotare nei registri immobiliari la risoluzione della donazione: in questo modo il disponente originario si riappropria del valore economico del bene senza la mediazione del donatario. Così il donante può vendere l’immobile al terzo, ottenere il pagamento del prezzo e, contestualmente, annotare la risoluzione a margine della prima trascrizione, consentendo che sia trascritta contro di sé la compravendita.

Senza alcun dubbio, è possibile mettere a punto clausole di riserva di disporre di somme determinate, con le opportune garanzie. Il donante può riservarsi un diritto di usufrutto sui beni donati: la riserva di disporre riguarda allora la nuda proprietà; può riservarsi di chiedere somme fino ad un determinato ammontare (es: fino al 50% delle somme donate da riscuotere in una o più soluzioni); può riservarsi di chiedere il pagamento di rendite, con garanzie sui beni donati. Può, se crede, riservarsi di chiedere codesti pagamenti per sopperire a casi di bisogno, variamente indicati, senza che ciò sia necessariamente una condizione della donazione, ma semplicemente una giustificazione della riserva, per sottolinearne la rispondenza ad interessi meritevoli di tutela.

Ad esempio: “Dono a mio figlio Mario i valori mobiliari che ho depositato presso …………; mi riservo di disporre ex art. 790 c.c. del 50% di detti valori. Verranno allo scopo date opportune istruzioni alla società fiduciaria Alfa affinché i titoli pari al 50% del valore complessivo dei beni non possano essere trasferiti finché la riserva di disporre non sia rinunziata. Sono certo che mio figlio capirà le ragioni che mi inducono a riservare una parte dei beni e in particolare i problemi che potrei dover affrontare in caso di difficoltà nelle mie attività o di peggioramento della mia salute.”

La riserva di disporre può riguardare tutti i beni donati[2].

Tuttavia la tesi più legata all’interpretazione letterale della norma ha ancora oggi i suoi fautori.

La prassi ne tiene conto e propone modelli dove una parte (anche una parte importante) dei beni vengono donati definitivamente, avendo però cura di non limitare questi beni ad entità trascurabili in relazione all’insieme dei beni donati. Se il bene donato è uno solo, si può proporre di donare definitivamente una quota (per es: 1/5); o una parte determinata del bene (es. la villa e pochi terreni adiacenti, ma non il parco e la maggior parte dei terreni).

La riserva di disporre non sospende comunque, gli effetti dell’atto, come se fosse una vera e propria condizione risolutiva. L’atto produce i suoi effetti. Il donatario riceve il bene; ne ha il godimento; se è un immobile, lo può locare; pagherà le imposte dovute e le spese di amministrazione; se si tratta di somme di denaro le investirà nei modi ritenuti opportuni (ma non potrà disporne o confonderle con le somme di cui è titolare, perché la riserva di disporre suppone il diritto del donante di richiederne in tutto o in parte la restituzione).

Se si tratta di immobili, la donazione sarà trascritta con la menzione della facoltà di disporre (ex art. 2659 c.c.) e se il donante rinunzia a tale facoltà, si annoterà il relativo atto ex art. 2668 c.c.

In linea di massima, la riserva di disporre può essere prevista anche in relazione a donazioni indirette. Esempio. Il padre sovvenziona il figlio per l’acquisto di un immobile; il figlio acquista l’immobile da terzi e ne diventa proprietario, con un debito di restituzione verso il padre; il padre, con un documento scritto, rinunzia a chiedere la restituzione e sottoscrive col figlio un documento dove si dà formalmente atto della remissione del debito e quindi del perfezionamento di una donazione indiretta ex art. 809 c.c.. Nel documento è inserita la riserva di disporre da parte del padre ex art. 790 c.c.

Altro caso: il padre acquista da terzi un appartamento sottoscrivendo un contratto preliminare per persona da nominare avente ad oggetto un immobile; nomina poi il figlio come destinatario del contratto e interviene al contratto definitivo per pagare il prezzo e confermare la nomina del figlio come beneficiario del contratto, riservandosi però la facoltà di disporre del bene (nel quadro della donazione indiretta intervenuta). Il figlio interviene ed accetta.

Il donante può riservarsi un diritto di usufrutto sui beni donati, ovviamente: la riserva di disporre riguarda allora la nuda proprietà; può riservarsi di chiedere somme fino ad un determinato ammontare (es: fino al 50% delle somme donate da riscuotere in una o più soluzioni); può riservarsi di chiedere il pagamento di rendite, con garanzie sui beni donati.

Può, se crede, riservarsi di chiedere codesti pagamenti per sopperire a casi di bisogno, variamente indicati, senza che ciò sia necessariamente una condizione della donazione, ma semplicemente una giustificazione della riserva, per sottolinearne la rispondenza ad interessi meritevoli di tutela.

Quanto al contenuto dell’oggetto della riserva, ci si deve chiedere cosa avvenga nell’ipotesi in cui questo sia assolutamente indeterminabile: è il caso, per esempio, di chi – nella stipula – si riservi semplicemente di disporre altrimenti di parte di questa.

Sembra, qui, che la riserva debba considerarsi nulla, e comunque priva di effetti, ferma restando la validità della donazione: la volontà – determinata e precisa – di donare non può essere distrutta da una volontà contraria cosı` indeterminata.

Di fronte a una donazione già determinata nel suo oggetto, quindi, la riserva non ha significato, se non al riguardo di un oggetto parimenti determinato.

[1] v. BIONDI, Le donazioni, in Tratt. Vassalli, XII, Torino, 1961.

[2] vedi A. TORRENTE, La Donazione, 465 ss. che accoglie la tesi affermativa circa l’ammissibilità della riserva di disporre su tutti i beni donati.