Famiglia, relazioni affettive - Famiglia, relazioni affettive -  Francesco Bernicchi - 08/05/2020

Art. 236 c.c.: atto di nascita e possesso di stato

ARTE. 236

ATTO DI NASCITA E POSSESSO DI STATO

“La filiazione [legittima] si prova con l'atto di nascita iscritto nei registri dello stato civile. Basta, in mancanza di questo titolo, il possesso continuo dello stato di figlio [legittimo]”.

La valenza probatoria dell’atto di nascita

 

L’articolo in commento, come è noto, è stato modificato dall’impianto normativo previsto dal D. Lvo. 154/2013, recante la revisione delle disposizioni vigenti in materia di filiazione, ed in particolare dall’articolo 7.

La formulazione sintetica della norma fa dedurre che sia la filiazione in costanza di matrimonio, sia quella fuori dallo stesso, possono aver prova con l’atto di nascita mentre, in assenza di questo, è sufficiente il possesso continuo dello stato di figlio.

È doveroso segnalare che l’atto di nascita è previsto e disciplinato dall’art. 29 del D.P.R. 396/2000, in materia di ordinamento dello stato civile, ed è redatto dall’ufficiale di stato sulla base della dichiarazione di nascita assumendo così rango di documento pubblico avente al suo interno tutta una serie di indicazioni specifiche.

Se i genitori sono uniti in matrimonio e la madre non si è mai avvalsa della facoltà di non essere nominata, l’atto di nascita indica le generalità dei genitori ed è, nella fisiologia dei casi, la prova legale della filiazione avvenuta nel matrimonio che stabilisce la filiazione in modo automatico (v. art. 231 c.c. e concetto di attribuzione legale di paternità).

Diversamente se il figlio è nato fuori del matrimonio, l’articolo 29 del D.P.R. menzionato, prevede che le generalità di uno dei genitori o di entrambi possano essere indicate nell’atto di nascita solo se è effettuata la dichiarazione di riconoscimento. Senza, l’atto di nascita certifica, appunto, la nascita stessa, ma non lo stato di filiazione.

In giurisprudenza, ad oggi, l’articolo 236 c.c. è visto come la prova della teoria dell’autosufficienza dell’atto di nascita medesimo: ha valore probatorio sia per l’attestazione del parto che per l’identità della madre, ma anche per il fatto che si tratta di una nascita da unione coniugale e che sia identificato un determinato uomo come marito della madre.

Il nome del padre, nell’atto di nascita, deve risultare in modo specifico non bastando l’indicazione della donna come coniugata. Se così non fosse, si dovrebbe ammettere anche che l’atto di nascita, per poter adempiere alla sua funzione, abbia bisogno di essere integrato con l’atto di matrimonio, tesi già contestata.

Per eliminare l’efficacia costitutiva dell’atto di nascita è sempre necessario proporre un’apposita azione che è quella di disconoscimento della paternità avente, anch’essa, carattere costitutivo; è importante però ricordare che, per diritto vivente, le questioni pregiudiziali di stato non possono essere decise incidenter tantum all’interno di un procedimento diverso, ma devono essere necessariamente decise – con efficacia di giudicato – dal giudice competente per materia.

 

Il secondo comma dell’articolo 236 c.c. ammette, come prova della filiazione secondaria, il ricorso al possesso di stato stabilendo così un rapporto gerarchico che si chiude con l’articolo 241 c.c. che prevede l’utilizzo di ogni mezzo e la conseguente libertà dei mezzi di prova.

L’atto di nascita e il possesso di stato hanno valore di prova legale, mentre le altre prove soggiacciono al libero apprezzamento del giudice (Cattaneo, Lo stato di figlio legittimo e le prove della filiazione, in Trattario, Rescigno, 4, III 2ed. Torino, 1997)

La gerarchia tra le due prove effettuata dal Codice ha, ovviamente, un senso sociale oltre che giuridico: l’atto civile ha natura documentale e pubblica, il possesso di stato, invece, risponde a dinamiche fattuali come retaggio di un passato ove le mani dello Stato non riuscivano a controllare documentalmente tutto relegando così, ad oggi, la sua funzione ad un ruolo marginale.

Il valore del possesso di stato si distingue a seconda che sia con riferimento alla nascita nel matrimonio o fuori dello stesso.

Nella prima ipotesi, la norma è considerata applicabile nel caso in cui la nascita della persona non sia mai stata registrata negli atti dello stato civile e quindi, il titolo, non esista oppure, caso raro, venga distrutto o smarrito.

Il valore della prova del possesso di stato nel caso di nascita fuori dal matrimonio è di difficile inquadramento: la registrazione di una nascita in questa situazione – si ripete – documenta il fatto stesso della nascita, ma non anche della filiazione che è possibile solo se nell’atto vi sia anche il riconoscimento.

Il possesso di stato può supplire alla mancanza dell’atto di nascita, ma non alla mancanza di riconoscimento e quindi il tutto si riduce al caso in cui vi sia stato atto di nascita, contestuale riconoscimento e il tutto sia stato smarrito o distrutto.