Famiglia, relazioni affettive - Famiglia, relazioni affettive -  Valentina Finotti - 08/08/2018

Assegno di divorzio per compensare il coniuge e ridistribuire il patrimonio familiare: S.U. 2018/18287

Le Sezioni Unite 2018/18287 sono intervenute chiarendo in quali casi vi potrà essere il riconoscimento dell’assegno divorzile e come esso dovrà essere determinato e quantificato (1).

Con questa pronuncia i Giudici della Corte suprema di Cassazione non hanno condiviso la recente impostazione che, il 10 maggio del 2017, una “sezione semplice” della Cassazione (2) aveva espresso in tema di diritto al riconoscimento dell’assegno divorzile, impostazione che aveva stravolto l’orientamento costantemente applicato per più di un trentennio dai giudici italiani (3).

Prima del 2017.

Sino al 2017 il lavoro degli avvocati consisteva nel dimostrare che il coniuge richiedente l’assegno non aveva, rispetto all’altro, mezzi adeguati a consentirgli di conservare un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio o che poteva fondarsi su aspettative, legittime, maturate nel corso della vita matrimoniale.

Se questa prova veniva superata l’assegno divorzile era riconosciuto e solo poi, al fine di quantificarne l’entità, si  teneva conto della “storia matrimoniale”, ossia si consideravano: le  ragioni che avevano portato allo scioglimento del vincolo; il contributo, economico e personale, dato da ciascun coniuge in famiglia e nella formazione del patrimonio familiare o di quello dell’altro coniuge; la durata del matrimonio (4).

L’applicazione di questi criteri poteva determinare una “correzione” in ribasso o in aumento dell’ammontare dell’assegno divorzile.

Cassazione, 10 maggio 2017, n. 11504. La funzione esclusivamente assistenziale dell’assegno divorzile.

A partire da questa pronuncia del 2017, i giudici hanno seguito un diverso criterio per riconoscere l’assegno divorzile.

Se il coniuge richiedente aveva già un lavoro che gli consentiva l’autosufficienza economica, o, nel caso in cui non avesse lavorato nel corso del matrimonio, era in grado di trovarsi un’occupazione (in ragione dell’età e delle capacità professionali), tale da garantirgli detta autosufficienza, o, ancora, beneficiava di un patrimonio che gli permetteva di provvedere economicamente e in via autonoma a sé stesso, l’assegno divorzile non veniva riconosciuto.

Così, la Cassazione del 2017, ponendo al centro l’autoresponsabilità economica di ciascun coniuge e l’elisione definitiva del vincolo matrimoniale determinata dal divorzio (in cui ciascun coniuge riacquista lo stato “libero”), sottolineava come non si potesse riconoscere l’assegno  guardando ad un passato ormai definitivamente estinto, ossia considerando il tenore di vita matrimoniale.

Infatti valutare, nel riconoscere l’assegno divorzile, il pregresso tenore di vita matrimoniale, secondo i giudici del 2017, avrebbe significato prolungare, senza ragione, gli effetti del vincolo matrimoniale (si è parlato di “ultraattività” del matrimonio).

Questo indirizzo ha suscitato le critiche della dottrina, anche per la difficoltà obiettive di definire il concetto di autosufficienza economica che si era ritenuto essere un concetto non oggettivo, ma relativo e dipendente dal contesto sociale in cui si trovava il coniuge richiedente (5), e quindi necessariamente collegato alla storia matrimoniale (che aveva portato il coniuge ad essere in quel contesto sociale e non in un altro).

 ♣

Cassazione sezioni unite 2018/18287.

Per le Sezioni unite oggi il giudice dovrà riconoscere l’assegno divorzile alle seguenti condizioni:

 – prima di tutto il giudice effettuerà una comparazione della situazione economico - reddituale dei due coniugi al fine di verificare se tra essi, sotto tale profilo, vi sia una rilevante disparità. A tal fine i coniugi dovranno presentare in giudizio le loro dichiarazioni dei redditi e ogni altra documentazione relativa al loro patrimonio Il giudice avrà penetranti poteri in quanto, nel caso in cui sorgano contestazioni, potrà disporre indagini sui redditi, sul patrimonio e sull’effettivo tenore di vita, anche avvalendosi della Polizia giudiziaria. Così il coniuge potrà accedere, facendo richiesta all’Agenzia delle Entrate, alla documentazione fiscale, reddituale e patrimoniale dell’altro coniuge, per difendere i propri interessi nell’ambito del procedimento di divorzio (6);

 – se il giudice, acquisita tutta la documentazione necessaria (nei limiti del possibile, ossia nei limiti in cui è possibile far emergere l’effettiva capacità patrimoniale ed economica dei coniugi), accerta che vi è una rilevante disparità economica tra le parti, allora apre il giudizio volto a riconoscere l’assegno divorzile al coniuge economicamente più debole.

Il presupposto dato dalla disparità di posizioni economicoreddituali è, tuttavia, essenziale, in quanto se questo primo “step” si chiude con esito negativo, ossia se il giudice non riscontra detta disparità, la richiesta di assegno divorzile, già solo per questa ragione, non potrà trovare accoglimento.

Chiuso lo “step” dedicato alla comparazione della posizione economica delle parti, si apre il secondo “step”: il giudice valuterà se la parte economicamente più debole non ha “mezzi adeguati” (o “comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”, 7).

Ed è in questa valutazione che si svela il cuore della sentenza delle Sezioni Unite. Poichè l’adeguatezza dei mezzi, per le S.U. 2018/18287, non dovrà essere valutata:

 – né considerando il pregresso tenore di vita matrimoniale, in modo che il richiedente possa garantirsi “automaticamente” lo stesso “stato economico” beneficiato nel corso del matrimonio, per il solo fatto di non avere mezzi che gli consentano di sostenerlo;

 – né, tantomeno, guardando alla circostanza che il richiedente possa raggiungere la soglia dell’autosufficienza economica.

Invece, per le S.U. 2018/18287, l’adeguatezza dei mezzi deve essere valutata considerando due elementi:

 – i sacrifici fatti nel corso del matrimonio;

 – l’affidamento nella stabilità del vincolo matrimoniale.

Vediamo cosa questo significa.

In pratica le Sezioni Unite del 2018 si sono concentrate sulla funzione riequilibratrice e compensativa dell’assegno divorzile, al fine di evitare sia il riconoscimento di  “rendite di posizione”, disancorate dal contributo personale, dato dal coniuge richiedente l’assegno, alla formazione del patrimonio della famiglia o di quello dell’altro coniuge, sia, d’altro canto, l’azzeramento  della relazione coniugale maturata e consolidata nel tempo.

Il ragionamento è semplice e si riassume in questa domanda:

La disparità economica dei coniugi è da ricondurre, causalmente, al sacrificio di aspettative professionali (o reddituali) sopportato, nel corso del matrimonio, dal coniuge che è economicamente più debole al momento del divorzio, in quanto quest’ultimo ha assunto un ruolo esclusivamente  (o prevalentemente) all’interno della famiglia?

 

 

Se è così, ossia se il coniuge  ha sacrificato le sue aspirazioni e possibilità professionali per assumere un impegno diverso,  quello familiare, l’assegno servirà per riequilibrare l’iniqua situazione economica che esiste al momento in cui viene domandato il divorzio.

La situazione è iniqua perché un coniuge ha potuto dedicarsi alle proprie aspirazioni professionali e, contemporaneamente, crearsi una famiglia che, però, è stata condotta dall’altro coniuge il quale ha, invece, messo da parte le proprie capacità lavorative.

 Questa diversificazione, netta, di ruoli tra i coniugi merita, per le S.U. 2018/18287, una “compensazione”, in quanto è vero che la conduzione della vita familiare è frutto di libere scelte condivise, ma a queste scelte “si collegano doveri ed obblighi che imprimono alle condizioni personali ed economiche dei coniugi un corso anche irreversibile”.

Esiste un altro caso, secondo i primi commentatori della sentenza 2018/18287, che apre le porte al riconoscimento dell’assegno divorzile: pur quando non vi sia una situazione di disparità economica evidente tra i coniugi e non si ponga un problema “riequilibrativo” al termine del rapporto matrimoniale, se uno di loro non è in condizione di autosufficienza economica, l’assegno deve essere comunque riconosciuto con funzione prettamente “assistenziale”.

Qual è la normativa di riferimento alla base di questo ragionamento?

L’art. 5 della legge sul divorzio che impone di tener conto, nella determinazione dell’assegno divorzile, della durata del matrimonio, delle ragioni della decisione e del contributo dato da ciascun coniuge alla formazione del patrimonio familiare e personale dell’altro coniuge. Questi indici devono considerarsi nel momento in cui si valuta l’adeguatezza di mezzi del coniuge richiedente.

L’art. 2 della Costituzione (pari dignità dei coniugi, anche dopo lo scioglimento del vincolo coniugale). E’ vero che ciascuno è responsabile delle proprie scelte e libero di autodeterminarsi, ma questa autodeterminazione deve essere effettiva.

 Vi è libertà di scegliere solo quando si è nella concreta possibilità di farlo.

 Così potrebbe non essere, ad esempio, per una donna che per trent’anni ha sacrificato le proprie possibilità lavorative per la famiglia – magari privilegiando e sostenendo la carriera del marito - la quale, magari per l’età e la mancanza di esperienze professionali, non è più in grado di ricollocarsi all’interno del mercato lavorativo.

Però si rileva:

– bisognerà che il coniuge richiedente dimostri questo “sacrificio personale”. È evidente che se - sempre facendo un esempio - una moglie è rimasta a casa, mentre il marito lavorava, disponendo di donne di servizio, baby sitter ecc…, dedicandosi a sé stessa, più che alla famiglia, non si pone un problema “compensativo”, ma, semmai, esclusivamente “assistenziale”, qualora la signora non avesse una soglia economica che le garantisse l’autosufficienza;

– inoltre, si dovrà verificare se la “compensazione” di questo ruolo, che ha visto il coniuge dedito in via prevalente alla famiglia, non sia già avvenuta nel corso del matrimonio. Per esempio attraverso donazioni effettuate dal coniuge economicamente più forte a quello più debole che si è “sacrificato”, o attraverso il regime di comunione legale che potrebbe aver reso il richiedente l’assegno titolare di una serie di beni mobili e immobili acquistati esclusivamente con il denaro dell’altro (in questo caso si potrebbe addirittura prospettare l’ipotesi di mancato riconoscimento dell’assegno, quando le proprietà e i beni intestati al coniuge che, magari, non ha mai lavorato gli permettano, addirittura, di godere di una posizione equivalente, a livello economico, rispetto a quella dell’altro;

– infine, è necessario valutare se il pregiudizio che il coniuge ha subito nel sacrificarsi per la famiglia non sia “in concreto recuperabile”, ossia se non sia possibile un ricollocamento all’interno del mercato del lavoro: in questo caso il fattore età è determinante;

Il ragionamento svolto, naturalmente, potrà valere per i matrimonio di lunga durata o che, comunque, abbiano una durata apprezzabile al fine di valutare l’esigenze “compensative” che oggi sottendono l’assegno divorzile in modo decisivo.

In ogni caso la solidarietà torna di nuovo ad essere il centro su cui dovrà ruotare l’assegno divorzile.

Assegno che conclusivamente, riassumendo, potrà essere riconosciuto:

–  quando c’è una situazione di mancata autosufficienza economica di uno dei coniugi, sempre che questo dimostri di aver assunto tutte le iniziative atte a rendersi economicamente autonomo;

– quando, pur essendoci una situazione di autosufficienza economica, vi sia una sperequazione reddituale tra i coniugi e il richiedente alleghi e provi che essa è stata determinata causalmente e direttamente dalla distinzioni di ruoli all’interno della famiglia (distinzione di ruoli che anch’essa sarà oggetto di allegazione e prova da parte del richiedente, così come l’altro coniuge sarà ammesso a provare il contrario).

 

Note:

  1. Cassazione, Sezioni unite civili, 18287/12018.
  2. Cassazione, 10 maggio 2017 11504.
  3. Cassazione a Sezioni Unite del 1990 n. 11490.
  4. Legge 1970, n. 898, art.5, co. 6.
  5. Cassazione, 7 febbraio 2018, n. 3015.
  6. Veneto, sezione I, sentenza n. 61, 19.1.2017: “la giurisprudenza è ormai consolidata nel riconoscere il diritto del coniuge anche in pendenza di giudizio di separazione o divorzio, di accedere alla documentazione fiscale, reddituale e patrimoniale dell’altro coniuge, al fine di difendere il proprio interesse giuridico, attuale e concreto, la cui necessità di tutela è effettiva e reale e non semplicemente ipotizzata”; così, per esempio, sulla base della legge 241/1990, il Tar del Lazio Roma, con sentenza 6 febbraio 2015, ha riconosciuto all’ex moglie il diritto all’accesso ai cedolini dello stipendio del marito, dipendente di un Ministero; nello stesso senso: Tar Puglia, sentenza 31 gennaio 2017 n. 94, che ha riconosciuto il diritto del coniuge di accedere ai registri dell’anagrafe tributaria per acquisire i rapporti finanziari del congiunto, nell’ambito del procedimento di separazione.
  7. 5 legge 898/1970.