Pubblica amministrazione - Pubblica amministrazione -  Alceste Santuari - 07/06/2019

Aziende speciali e compensi al CdA: sì, a condizione che… - Corte Conti Sez. Aut. 9/19

Come è noto, l’art. 6, comma 2, d.l. n. 79/2010, convertito con l. 30 luglio 2010, n. 122 ha disposto la regola della gratuità degli incarichi conferiti ai membri degli organi amministrativi di vertice delle aziende speciali che ricevono contributi dagli enti pubblici.

Successivamente, l’art. 1, comma 554, l. n. 147/2013 ha previsto la decurtazione del 30% dei compensi in presenza di aziende speciali direttamente affidatarie di servizi pubblici per una percentuale superiore all’80% e in perdita gestionale per il triennio precedente.

Ora, alla luce del su esposto quadro normativo (si ricorda che per le società partecipate si applicano le disposizioni del d. lgs. n. 175/2016), un comune aveva sollevato la questione relativa alla propria azienda speciale. Ancorché formalmente rientrante nella previsione del d.l. 78/2010, quest’ultima non riceve finanziamenti pubblici dal comune medesimo e pertanto l’ente locale si è chiesto se anche ad essa potesse applicarsi il divieto di corrispondere emolumenti ai membri del Consiglio di amministrazione.

La Sezione autonomie della Corte dei conti ha ritenuto opportuna una pronuncia normofilattica, anche al fine di prevenire possibili contrasti interpretativi (che peraltro ci sono già stati) tra Sezioni regionali di controllo.

Con deliberazione n. 9 del 3 giugno 2019, la Sezione Autonomie ha così statuito:

-) l’azienda speciale, benché ente strumentale dell’ente locale, gode di piena autonomia gestionale, statutaria ed organizzativa;

-) il fondo di dotazione iniziale – peraltro obbligatorio per la costituzione dell’azienda speciale da parte del comune – non può considerarsi alla stregua di un finanziamento pubblico ai sensi di quanto stabilito nel d. l. 78/2010;

-) ai sensi dell’art. 114, comma 6 TUEL, gli enti locali possono decidere di concedere contributi all’azienda speciale;

-) le attività oggetto del contratto di servizio, riconducibili nel novero delle prestazioni sinallagmatiche, non possono considerarsi erogazioni a “fondo perduto”;

-) l’art. 1, comma 554, l. 147/2013 presuppone l’esistenza di aziende speciali i cui componenti del CdA siano titolari di compensi, ossia di aziende che non siano “a carico delle finanze pubbliche”;

-) le aziende speciali – come già ribadito in giurisprudenza (cfr. Cons. St. sez. V, 7.2.2012, n. 641) – non sono assimilabili alla pubblica amministrazione;

-) l’appartenenza delle aziende speciali alla categoria degli enti pubblici economici implica una serie di conseguenze sul piano della gestione del bilancio, dei rapporti di lavoro et similia che rendono l’azienda speciale simile ad una impresa privata;

-) è legittimo dubitare che le aziende speciali “de plano” possano essere ricondotte nel catalogo degli “enti, che comunque ricevono contributi a carico delle finanze pubbliche”;

-) in considerazione degli ambiti di intervento (rectius: servizi di interesse generale) le aziende speciali possono essere equiparate alle società pubbliche disciplinate dal d. lgs. n. 175/2016;

-) da ciò discende che applicandosi la decurtazione dei compensi a queste ultime società, si deve intendere che la medesima riduzione sia possibile anche per le aziende speciali.

La Sezione Autonomie ha confermato che il divieto di corrispondere emolumenti ai membri del CdA riguarda soltanto le aziende speciali che “vivono” delle risorse dell’ente locale (o degli enti locali) titolari. Per contro, la decurtazione si applica a quelle aziende speciali che risultino affidatarie dirette di servizi ed abbiano riportato perdite nel triennio, nelle quali sia stata remunerata la partecipazione al consiglio di amministrazione.

Ma la deliberazione de qua contiene un altro passaggio di estremo valore sul punto: la previsione statutaria relativa ai compensi spettanti ai componenti del CdA “dovrà, comunque, tener conto della compatibilità e della sostenibilità di tali oneri” da parte degli enti locali titolari.

Da ciò si potrebbe dunque inferire che nel caso di aziende speciali (anche consortili) che dimostrino non soltanto una sana gestione contabile e finanziaria ma che producano anche un utile, qualora gli enti locali titolari ritenessero compatibili e sostenibili gli emolumenti al CdA potrebbero deliberare in tal senso?