Interessi protetti - Interessi protetti -  Alessio Anceschi - 30/01/2018

Azione di recupero del credito professionale e negoziazione assistita - Alessio ANCESCHI

Con ordinanza del 12 gennaio 2018 il Tribunale di Modena ha stabilito l'onere, da parte dell'avvocato procedente, che abbia agito in proprio per il recupero del proprio credito professionale per l'assistenza legale prestata in procedimenti giudiziali civili, l'obbligo di ricorrere alla procedura di negoziazione assistita.

Tale decisione si allinea ad altra giurisprudenza di merito orientata nello stesso verso (Trib. Milano 14.10.2015 e Trib. Verona 18.6.2015).

Senonchè tale provvedimento contrasta palesemente con il disposto di cui all'art. 3 co. 7°, d.l. 132/2014 in virtù del quale il procedimento di negoziazione assistita "non si applica quando la parte può stare in giudizio personalmente" come appunto previsto dall'art. 14 co. 3°, d.lgs. 150/2011 secondo cui nel procedimento di recupero del credito professionale "le parti possono stare in giudizio personalmente".

Secondo la legge, pertanto, il procedimento di negoziazione assistita non è necessario nel procedimento di recupero del credito professionale per assistenza legale in sede giudiziale civile ovvero nei casi previsti dall'art. 28, l. 794/1942.

In merito, occorre peraltro ricordare che la possibilità delle parti (di entrambe le parti, non solo dell'avvocato) di stare in giudizio personalmente nel giudizio di liquidazione dei compensi per l'attività processuale civile è connaturato al rito "speciale" in oggetto essendo già previsto sia dall'art. 29 co. 3°, l. 794/1942 (applicabile fino al 2011) che dall'art. 379 co. 3° c.p.c. 1865 (applicabile fino al 1942).

La possibilità delle parti di stare in giudizio personalmente, alla quale si riferisce l'art. 3 co. 7°, d.l. 132/2014 non si riferisce affatto all'ipotesi di cui all'art. 86 c.p.c. che consente all'avvocato di difendersi da solo (c.d. "difesa in proprio") non soltanto nei procedimenti di recupero del proprio credito professionale bensì in qualsiasi procedimento civile di cui sia parte, bensì alle ipotesi eccezionali previste dalla legge in cui la parte può stare in giudizio senza il ministero di un difensore.

Oltre all'ipotesi più nota prevista dall'art. 82 c.p.c., il nostro ordinamento ne prevede altre, compresa quella disciplinata dall'art. 14 co. 3°, d.lgs. 150/2011. Il motivo per cui nel procedimento di liquidazione del compenso dovuto all'avvocato per l'assistenza legale in sede giudiziale civile entrambe le parti (e non solo l'avvocato) possono stare in giudizio personalmente attiene alla natura ontologicamente sommaria di tale procedimento che risulta comprensibile solamente laddove se ne comprenda veramente l'origine e la struttura.

Il procedimento di liquidazione del compenso per l'attività giudiziale civile si risolve in una mera verifica (sommaria) dell'attività svolta dall'avvocato in sede giudiziale civile e nella conseguente applicazione dei parametri legali di liquidazione dei compensi (oggi regolata dal D.M. 55/2014). La natura "ontologicamente" sommaria di questo rito si riflette anche negli altri presupposti della disciplina, quale la competenza e l'inappellabilità.

La natura ontologicamente sommaria dell'istituto processuale è stata ribadita e rafforzata dalla riforma del 2011 sulla semplificazione dei riti. I presupposti della riforma del 2011, tesa a ridurre i tempi processuali costituisce un'ulteriore conferma (semmai ne avessimo necessità) dell'esclusione del procedimento di negoziazione assistita. Non a caso, quasi tutti i "riti speciali" ivi disciplinati, presuppongo la possibilità di "stare in giudizio personalmente" (artt. 6, 7, 9, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20, 21, 22, 23, 24, d.lgs. 150/2011).

La riforma del 2011 ha reso più incisiva tale procedura rendendola "obbligatoria" (laddove in precedenza era facoltativa), come previsto dall'art. 4, d.lgs. 150/2011. Eppure la giurisprudenza è riuscita a distruggere questo istituto applicandolo MALE, contro ogni presupposto normativo.

E' possibile che alla base di tale errata applicazione della legge vi sia, se non altro (...), un'assoluta mancanza di riguardi verso la professione forense. L'istituto, originariamente disciplinato dal codice di procedura civile (del 1865) nasceva dalla consapevolezza dell'importanza del ruolo dell'avvocato nell'ordinamento civile, unitamente alla figura del Giudice, del cancelliere e degli altri ausiliari di giustizia. Ruolo che è evidentemente venuto meno sia nell'immaginario collettivo, che evidentemente, nell'immaginario del Giudice, (del quale l'avvocato è tenuto a rispettare le decisioni anche quando assunte contro il diritto).

Il procedimento di liquidazione dei compensi per l'attività giudiziale civile (e stragiudiziale connessa) dovrebbe essere un procedimento quasi istantaneo, assunto quasi de plano, esattamente come le sono quelli di liquidazione dei patrocini a spese dello stato (art. 170, d.p.r. 115/2002) che, infatti, hanno la stessa natura (art. 15, d.lgs. 150/2011). Dovrebbe essere ma non lo è.

La spiegazione di ciò è probabilmente dentro un grande buco nero della nostra attuale giurisprudenza.

Nel caso di specie, affrontato dal Tribunale di Modena, l'avvocato aveva introdotto il procedimento mediante citazione (ancorchè specificatamente riferito alla disciplina in esame) e l'eccezione di improcedibilità era stata proposta nell'atto di costituzione.

Stante la perentorietà dell'art. 4, d.lgs. 150/2011 che impone l'obbligo per il Giudice di convertire il rito alla prima udienza (quindi come atto preliminare alla trattazione della causa, al pari della decisione sull'esperimento della procedura di negoziazione assistita) non pare che il diverso tipo di atto introduttivo escluda l'eccezione sancita dall'art. 3 co. 7°, d.l. 132/2014 così come la stessa non viene esclusa dal fatto che l'ex cliente preferisca farsi assistere da un difensore piuttosto che partecipare al giudizio personalmente.

Nel precedente di Milano (14.10.2014) la negozione assistita veniva disposta perchè ritenuta "opportuna", benchè l'applicazione e l'interpretazione della legge non debba avere a che fare con "l'opportunità" ma con il "diritto".

Il precedente di Verona (18.6.2015) appare invece fondato benchè non per le ragioni assunte in motivazione bensì in quanto riguardava il recupero di credito professionali unicamente derivanti da attività stragiudiziale.  

L'esclusione della negoziazione assistita (e quindi l'applicazione della regola generale che la pretende quale condizione di procedibilità) sussiste infatti in tutti i casi che non rientrano nell'ambito di applicazione dell'art. 14, d.lgs. 150/2011 (ovvero dell'art. 28, l. 794/1942)  che riguarda solo ed unicamente la liquidazione dei compensi per l'attività di assistenza legale prestata nei giudizi civili e per l'attività stragiudiziale connessa ad essi.

E' questo, sicuramente, un'altro caso in cui la giurisprudenza viene citata a sproposito ed applicata "contro" la legge. La corretta applicazione del diritto si fonda sull'interpretazione della legge secondo i criteri suoi propri. Diversamente l'interpretazione della legge diventa arbitrio.

Mi vengono in mente i ricordi di fanciullo quando seguivo i miei amichetti in imprese folli e pericolose ed i miei genitori mi sgridavano dicendo: "Se i tuoi amici vanno nel fosso, vuoi andarci anche tu ?". Un insegnamento che occorrerebbe ricordare anche a chi applica il diritto.