Famiglia, relazioni affettive - Separazione, divorzio -  Cristina Giacalone - 23/03/2020

Breve considerazione sull’integrazione del contraddittorio nelle ipotesi di cui all’articolo 316 bis c.c.

Ipotizziamo che,in un caso di separazione giudiziale dei coniugi con figli minorenni o maggiorenni ma economicamente non autosufficienti, il giudice stabilisca in capo al padre ed in favore della madre l’obbligo di versare un assegno per il mantenimento degli stessi e che quest’ultimo si trovi nell’assoluta impossibilità di adempiervi. In tal caso, di quali strumenti potrà disporre la madre anch’ella del tutto incapace di produrre redditi per sopperire al mantenimento dei propri figli?  Anche in tali ipotesi è possibile rinvenire una risposta all’interno del nostro ordinamento giuridico ed in  particolare nel disposto di cui all’art. 316 bis c.c., il cui primo comma sancisce che: “I genitori devono adempiere i loro obblighi nei confronti dei figli in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la loro capacità di lavoro professionale o casalingo. Quando i genitori non hanno mezzi sufficienti, gli altri ascendenti, in ordine di prossimità, sono tenuti a fornire ai genitori stessi i mezzi necessari affinché possano adempiere i loro doveri nei confronti dei figli.” Orbene, la norma in questione, aggiunta dal d.lgs. 28 dicembre 2013, n.154 ed entrata ufficialmente in vigore il 7 febbraio 2014, costituisce certamente occasione per riflettere circa la possibilità di individuare o meno un’ipotesi di litisconsorzio necessario in tutti quei casi in cui uno o entrambi i genitori agiscano giudizialmente per ottenere il mantenimento della prole da parte dei propri ascendenti: più correttamente, ci si vuole interrogare se la vocatio in ius possa riguardare solo gli ascendenti contro cui l’azione giudiziale è espressamente destinata oppure se debba investire tutti gli ascendenti (con pari grado di parentela rispetto a quelli convenuti), anche se formalmente non considerati nell’atto introduttivo del procedimento.  Tenuto conto del dato letterale, della ratio della disposizione, nonché  dell’argomento logico-sistematico della norma in esame, è possibile ravvisare che la ragione ispiratrice  dell’intervento legislativo è quella di fornire, sempre e comunque, ai figli minori un adeguato supporto economico, garantendo loro, e non ai propri genitori, in caso di difficoltà di questi ultimi, l’ausilio degli ascendenti, a partire dai nonni, sino a quelli più risalenti nell’albero genealogico.  A ben vedere, infatti, l’aiuto dei nonni ed eventualmente quello degli altri ascendenti di grado più elevato, sembra trarre la propria origine giuridica da quella fonte sovraordinata dell’ordinamento giuridico che è la Carta Costituzionale; più precisamente, l’istituto in argomento pare affondare le proprie radici nell’obbligo generale di solidarietà sociale previsto dall’art. 2 Cost., nonché dal combinato disposto di questa ultima norma con le disposizioni degli artt. 29 e 30 Cost., concernenti i diritti della famiglia fondata sul matrimonio. Ed invero, soffermandosi sul dato letterale  della norma emerge che, già il disposto di cui al vecchio art. 148 c.c., oggi sostituito dall’art. 316 bis c.c., prevedeva il concorso degli  ascendenti, legittimi e naturali in ordine di prossimità, al sostentamento in via subordinata dei minori i cui genitori non abbiano i mezzi sufficienti per il mantenimento della prole. Dunque, dal dato normativo in senso stretto discende  l’esistenza di una astratta obbligazione ex lege tra gli ascendenti,  che sul piano processuale non può che tradursi  in termini di necessaria partecipazione di tutti gli obbligati alla procedura giudiziale, trattandosi,  pertanto, di un’ipotesi di litisconsorzio necessario ex art 102 c.p.c.  Inoltre, con riferimento all’obbligo che scaturisce in capo a tutti gli ascendenti in via sussidiaria nel solo caso in cui i genitori  si trovino nell’impossibilità di provvedere al mantenimento dei figli, vale la pena spendere qualche parola in più, precisando che, detto obbligo non risponde ad una logica di tipo fideiussoria delle obbligazioni incombenti sui congiunti dello stesso sangue, quanto piuttosto, trattasi sempre di voler garantire quello che è il superiore interesse del  minore (cfr. Cass. S.n.251/2002 e Cass. S.n.3402/1995); da ciò scaturisce la necessità di integrare il contraddittorio tra  tutti gli ascendenti, in quanto appunto tutti  (se in vita)  debbono contribuire, sulla base dei previgenti principi di solidarietà familiare, in concorso tra loro e senza distinzione tra linea materna e paterna, al mantenimento dei nipoti (cfr.Cass.S.n.20509/2010 e Cass.S.n.251/2002).  La necessità di integrare il contraddittorio tra tutti gli ascendenti (se viventi) è altresì da rinvenirsi nel fatto che, la concreta sussistenza dell’obbligo previsto dall’art. 148 c.1.c.c. presuppone anche una valutazione della capacità reddituale e patrimoniale di tutti gli ascendenti, senza distinzione di sorta, anche perché, ricorrendone i presupposti, il provvedimento verrà pronunciato nei confronti, tanto dei nonni paterni, quanto dei nonni materni, non assumendo alcun tipo di rilievo la circostanza che l’inadempimento provenga ex  latere matris o ex latere patris.  Ciò trova peraltro, la sua giustificazione nel fatto che, la solidarietà familiare nel nostro ordinamento, giustifica solo l’obbligo del mantenimento o degli alimenti, non già una responsabilità patrimoniale sussidiaria per i debiti dei propri discendenti, il che significa che non è consentito ottenere dagli ascendenti del genitore inadempiente l’equivalente di quanto da questi non corrisposto (cfr.Trib.Trani, decreto 13.4.2010 e Trib.Trani, decreto 23.7.2010). Alla luce di quanto detto,  tanto sulla base della ratio logica sottesa alla norma, tanto sulla base del testo della stessa, appare, dunque, evidente che ad essere obbligati siano tutti gli ascendenti del medesimo grado senza distinzione di sorta, con la conseguenza che, laddove venissero ad essere chiamati in giudizio ai sensi dell’art. 316 bis c.c. solo alcuni di essi, si verificherebbe da un lato la lesione del diritto di difesa delle parti ingiustamente pretermesse e, dall’altro la lesione dei principi fondamentali che regolano il processo civile, ossia i principi consacrati negli artt. 102 c.p.c. e 2909 c.c.  Infatti, il giudicato sostanziale per correttamente formarsi presuppone lo svolgimento di un processo in cui siano intervenuti tutti i soggetti coinvolti nella vicenda oggetto di accertamento da parte del giudice adito; nella specie, inoltre, considerato che il giudizio ex art. 316 bis c.c. è destinato a concludersi con un decreto di ingiunzione, che se non opposto entro i quaranta giorni dalla notificazione è idoneo al passaggio in giudicato sia formale che sostanziale, sarà allora necessario procedere all’integrazione del contraddittorio. Da ultimo, ritornando all’esempio fatto in esordio, la madre, per far fronte al mantenimento dei figli, potrà agire nei confronti dei nonni. Ma dovrà citare in giudizio non solo i suoceri, come si può essere erroneamente portati a pensare dal momento che l’inadempimento deriva dal figlio di questi ultimi, ma anche i suoi genitori che in quanto ascendenti ex art. 316 bis c.c., in via sussidiaria ed ove possibile, hanno l’obbligo di provvedere al mantenimento dei nipoti.