Persona, diritti personalità - Nome, immagine -  Redazione P&D - 11/07/2018

Brevi note in tema di diritto all’immagine e consenso allo sfruttamento della stessa - Trib. Roma, 3 ottobre 2016 - Stefano Letteriello

Sommario: 1. La vicenda al vaglio del giudicante. – 2. Il diritto all’immagine nella ricostruzione del codice civile e della l. n. 633/1941. – 3. Conclusioni de iure condito e de iure condendo.

1.    La sentenza in rassegna affronta il problema dell’indebito sfruttamento economico dell’immagine altrui nonché quello, al primo strettamente connesso, dell’individuazione dei limiti del consenso all’uopo eventualmente prestato.
In particolare, nel solco di quanto sancito in altre pronunce, è stato ribadito che, in materia di diritto all’immagine, la mancanza del consenso alla sua divulgazione può essere giustificata sia da esigenze di pubblica informazione che da esigenze di carattere culturale.
Sebbene il caso portato all’attenzione del Giudice concernesse la tutela all’immagine e il relativo sfruttamento della stessa, i principi ai quali lo stesso si è ispirato offrono interessanti spunti per alcune riflessioni in merito ad un tema destinato ad assumere sempre maggiore rilievo in considerazione dell’evoluzione tecnologica dei mezzi di comunicazione e, conseguentemente, delle forme di utilizzazione sia diretta che indiretta dell’immagine di più persone. La decisione è intervenuta a seguito della controversia che ha visto contrapporsi da una parte G. F., in proprio e quale procuratrice di M. M., M. M. e M. M. e dall’altra la I. Film s.r.l., la N. T. s.r.l., F. G. e M. V., al fine di inibire la rappresentazione dell’opera teatrale “Penso che un sogno così”, ripercorrente la vita del maestro Domenico Modugno.
La parte attrice, per l’esattezza, ha lamentato un utilizzo improprio, ossia senza previa autorizzazione della stessa - titolare dei diritti di sfruttamento economico - dell’immagine, del nome, del marchio, di altri segni distintivi e dei fatti riguardanti la sfera personale dell’artista. Il giudice nell’esaminare la questione sulla legittimità o meno dell’uso, da parte dei convenuti, del nome e dell’immagine di D.M. nello spettacolo di cui sopra - avente ad oggetto una narrazione autobiografica dello stesso, con riferimento alla sua vita e alle sue opere - ha in primis ripercorso gli elementi caratterizzanti la tutela dell’immagine invocata dagli attori.
Nel ventennio appena trascorso, quest’ultima, ha ottenuto una sempre crescente rilevanza, data, soprattutto, dal continuo progredire tecnologico e dal sempre maggior utilizzo di Internet che caratterizza ormai la società in tutti i suoi più vari aspetti. Corollario del descritto evolversi degli strumenti di divulgazione è stata, così, la continua compressione della sfera di riservatezza di ogni persona alle continue interferenze altrui, spesso del tutto ingiustificate e comunque non autorizzare, con conseguente necessità per il giurista di individuare e di predisporre nuove e più sofisticate soluzione di tutela.

2.    Giova ricordare, al riguardo, come nel sistema italiano il diritto all’immagine, oggetto di ricostruzioni diverse e spesso tra loro antitetiche, sia considerato un primario diritto della persona che trova il proprio referente costituzionale nell’ art. 2 che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’individuo sia nella sfera individuale che in quella collettiva. Esso rappresenta un’espressione del diritto alla riservatezza, diretto a proteggere la parte più intima e quindi la privacy di un individuo, affinché la propria immagine non venga divulgata, esposta o comunque pubblicata senza il proprio consenso e comunque fuori dai casi previsti dalla legge.
In ambito civilistico, invece, la disciplina in materia di immagine trova, come è noto, un duplice livello di tutela: l’art. 10 c.c. che dispone i limiti di pubblicazione dell’immagine di una persona e nel caso di violazione o, comunque, pregiudizio al decoro e alla reputazione della persona stessa, statuisce la possibilità di richiedere l’intervento dell’Autorità giudiziaria per far cessare l’abuso e condannare al risarcimento del danno, nonché gli artt. 96-98, L. 22 aprile 1941, n. 633 (legge sul diritto d’autore, in seguito solamente LDA) che disciplinano il ritratto di una persona vietandone l’esposizione, la riproduzione o la commercializzazione senza il consenso della stessa, salvo le libere utilizzazioni. Dal combinato disposto di simili norme emerge pertanto una duplice protezione: l’una volta alla tutela dell’onore, del decoro e della reputazione della persona, l’altra finalizzata a garantire l’immagine in se considerata, quale valore del quale solo l’individuo può disporre.
Giova sottolineare che entrambe le norme tutelano il c.d. diritto al “ritratto”, intendendosi per tale un’opera dell’arte figurativa, una fotografia o anche il fotogramma di un film, ove appaiano riconoscibili le sembianze di una persona determinata anche se l’immagine è soltanto parte della raffigurazione più vasta e complessa. Coerentemente a tali principi, non solo si è è ritenuto che la stessa rappresentazione scenica o teatrale di un personaggio possa rientrare nella nozione di ritratto come tale astrattamente idonea a pregiudicarne la reputazione, bensì è stata giudicata illecita anche la pubblicazione a fini pubblicitaria dell’immagine di una persona nota senza il consenso di quest’ultima. Pur utilizzando il Codice civile e la L. 633/41 i termini, rispettivamente, “immagine” e “ritratto”, si ritiene che debbano essere considerati sinonimi.
La dottrina, per molto tempo è stata dell’idea che l’unica immagine giuridicamente rilevante fosse quella intesa come rappresentazione visiva delle sembianze della persona, vale a dire la riproduzione grafica dei caratteri somatici, raffiguranti la stessa. Tuttavia, la coerenza con l’intero sistema giuridico, che è formato non solo di disposizioni codicistiche ma anche e soprattutto di quelle costituzionali, ha portato a ricondurre nella nozione di immagine non solo il su richiamato aspetto fisionomico, ma anche quello c.d. figurato, ricomprendente anche caratteristiche non direttamente riferibili alla persona stessa, come abbigliamento, ornamenti, trucco ed altro che per l loro peculiarità richiamino in via immediata nella percezione dello spettatore proprio quel personaggio al quale tali elementi siano ormai indissolubilmente collegati.
Bisogna, però, puntualizzare che non ogni diffusione dell’immagine altrui risulta illegittima, dato che sia nel codice civile che nelle norme speciali menzionate, sono previste fattispecie che legittimano un uso pubblico dell’immagine altrui.
Da un lato, infatti, l’illiceità della diffusione della propria immagine viene meno qualora vi sia il consenso dell’interessato; il consenso costituisce un negozio unilaterale avente ad oggetto non il diritto personalissimo e inalienabile all’immagine, ma soltanto il suo esercizio, il quale, resta vincolato ai limiti - di tempo, luogo e scopo - imposti dal titolare del diritto, se il consenso è espresso, o dalle circostanze, interpretando il comportamento della persona ritratta se il consenso è tacito.
Dall’altro, invece, come evidenziato dal provvedimento in commento, si può prescindere dal consenso, in tutte quelle ipotesi in cui ciò sia determinato da motivi di notorietà del personaggio ritratto, o dall’ufficio pubblico ricoperto, o dalla necessitò di giustizia, polizia, scopi scientifici, didattici, culturali, o quando la riproduzione sia collegata a fatti o avvenimenti, cerimonia di interesse pubblico o svoltosi in pubblico. L’indagine del giudicante non dovrà pertanto arrestarsi all’esistenza di un consenso espresso o tacito bensì anche all’estensione ed ai limiti del medesimo, desumibili anch'essi dallo stesso atto di disposizione del diritto o dalle circostanze concrete, dovendo la divulgazione considerarsi lecita soltanto quando risponda alle condizioni di tempo e di luogo, alle finalità, nonché alle forme ed alle modalità con riferimento alle quali il consenso era stato prestato.
Peraltro, anche in assenza di limitazioni precise, siano queste espresse o desumibili dalle circostanze concrete, deve ritenersi tutt’ora operante il limite generale della prevedibilità dell’utilizzo dell’immagine, in forza del quale non sono da ritenersi ammesse le forme di divulgazione completamente avulse dal contesto nel quale le riproduzioni sono state eseguite e per finalità ultronee rispetto a quelle inizialmente prospettate.
In ossequio a tale principio si è ad esempio ritenuto che l’autorizzazione alla diffusione di una foto di scena da parte di un’attrice fosse limitata a meri usi promozionali del film, con esclusione di pubblicazioni inserite in operazioni dotate di rilevanza economica autonoma e prive di qualsivoglia nesso strumentale con l’opera cinematografica.
In ordine a questo medesimo aspetto è senz’altro interessante osservare come, dall’indirizzo giurisprudenziale dominante, si sia in parte discostata una pronuncia del Tribunale di Roma il quale, ritenendo che l’immagine rientri “fra i dati personali protetti dalla normativa sulla  privacy”, ha stabilito che “il consenso al suo utilizzo non può essere tacito o implicito” (secondo quanto stabiliva la giurisprudenza formatasi sulle disposizioni dettate dalla legge sul diritto d’autore in materia di diritto all’immagine), ma deve essere espresso ai sensi dell’art. 23 del codice della privacy.
La motivazione adottata dal Giudice capitolino non pare tuttavia convincente né in grado di originare un revirement della Cassazione sul punto, che in effetti non v’è stato, viste le finalità del tutto peculiari della legislazione per la tutela dei dati personali solo in parte coincidenti con quelle della L. 633/41. La ratio è evidente: in questi casi l’eccezione alla regola generale del consenso è giustificata da esigenze superiori rispetto alla tutela del diritto all’immagine, aventi ugualmente fondamento nella Costituzione, ma che in base al principio del “bilanciamento degli interessi” tali situazioni prevalgono, purché non siano violativi dell’onore, della reputazione e del decoro della persona ritratta.
Nel caso di specie, il giudice, premessa la notorietà di Domenico Modugno, divenuto uno dei più celebri personaggi del panorama musicale italiano, ha ritenuto, pertanto valida la mancata acquisizione, da parte dei convenuti nei confronti degli aventi diritto allo sfruttamento economico, del consenso consenso per l’utilizzazione dell’immagine del maestro nell’opera “Penso che un sogno così”, considerando lo spesso superato sia dalla notorietà del personaggio che dal prevalente interesse culturale e informativo che caratterizzano lo spettacolo. Infatti, quest’ultimo, ricostruisce fedelmente la vita e l’attività artistica del maestro, consentendo al pubblico di conoscere D.M. non solo nella sua veste musicale ma anche in quella di uomo, per meglio comprendere quanto le vicissitudini personali abbiano inciso sulla figura dell’artista. per di più, l’utilizzo di segni distintivi dello stesso come la giacca del Festival di Saremo del 1958 e la proiezione di sue immagini, rappresentano solo un ulteriore strumento per la finalità divulgativa dell’opera; proprio quest’ultima giustifica la loro utilizzazione senza il previo consenso.
Ulteriore contestazione da parte attorea, per avvalorare la non sussistenza delle scriminanti al consenso, viene individuata nella finalità lucrativa e commerciale della rappresentazione.
Il giudice, a tal proposito, compie una doppia valutazione. Da un lato, specifica che qualora l’immagine di D.M. fosse stata utilizzata esclusivamente per fini commerciali e pubblicitari, tale uso non potrebbe che qualificarsi come “indebito”, dato che la riproduzione senza consenso della persona interessata è lecita solo qualora abbia il fine di tutelare l’interesse pubblico all’informazione. Dall’altro, evidenzia come l’assenza di un fine di lucro non dimostra, di per sé, il fine culturale dell’evento e che, al contrario anche un evento culturale gratuito, organizzato a preminente fine commerciale, può porsi al di fuori delle esimenti previste all’art. 97 LDA.
Per verificare se la riproduzione ha avuto esclusivamente uno scopo lucrativo, l’organo giudicante, ha valutato la natura e la finalità dell’opera “Penso che un sogno così”, facendo ricorso a un giudizio di “prevalenza” tra le due finalità (informativa e commerciale), al fine di accertare la congruenza tra la divulgazione dell’immagine ed il soddisfacimento dell’interesse pubblico e, quindi, la liceità o meno dell’iniziativa.
Più in generale, si può affermare che il rapporto di strumentalità (tra l’impiego dell’altrui immagine e la realizzazione di una finalità informativa) - che rende lecita la riproduzione - sussiste solo allorché l’immagine costituisca il fatto su cui cade l’interesse pubblico a ricevere la notizia oppure quando l’immagine rappresenti il naturale corollario della descrizione del fatto.
Nella vicenda in esame, si può notare come lo scopo informativo, realizzato attraverso la riproduzione della vita e delle opere del maestro D.M. sia stata ritenuta dal giudice prevalente rispetto alla finalità commerciale perseguita dalle società resistenti, tenuto conto che lo spettacolo ha avuto un intento essenzialmente culturale, commemorativo e conoscitivo di un personaggio facente parte della cultura musicale della nazione.

3.    I profili analizzati e le osservazioni fin qui esposte non possono che condurre verso una inevitabile nonché piena condivisione dell’impostazione seguita dal Tribunale capitolino, ovvero, la non sussistenza della violazione del diritto all’immagine di cui agli artt. 10 c.c. e 96 L. 633/41, dato che l’utilizzo della stessa è stata correlata da esigenze di prevalente interesse pubblico, informativo e culturale e, pertanto, prescinde dal consenso degli interessati per la sua diffusione. In particolare il giudice nel “bilanciare” il diritto esclusivo che il titolare detiene sulle proprie opere e la libertà di circolazione di idee e informazioni nella società civile, ha ritenuto prevalente l’esigenza di assicurare ai cittadini la fruibilità dei contenuti presenti nella vita e nelle opere di D.M.
La visione scelta dall’organo giudicante è perfettamente in linea anche e soprattutto con la rivoluzione che negli ultimi anni il processo di digitalizzazione ha prodotto all’interno della società; lo stesso, ampliando le strutture di produzione e distribuzione dell’informazione, della cultura e della conoscenza, ha determinato un flusso continuo e dinamico di dati che consentono al genere umano di progredire senza alcuna barriera economica, sociale o digitale. La trasmissione dei dati avviene con una velocità tale da generare vantaggi non solo per l’utente che ne fruisce ma anche per l’arstista che in pochissimo tempo riesce a condividere a livello globale il proprio prodotto assicurandosi velocemente, in caso di consenso positivo della rete, vantaggi economici che in altre epoche avrebbero impiegato molto più tempo a prodursi.
Tuttavia, questa facilità nell’acquisizione di contenuti ha aumentato in modo esponenziale la possibilità di riprodurre e diffondere il problema esercitando un controllo efficace e costante. Troppo spesso, infatti, vi è un uso indiscriminato ed illecito delle fonti, spinto dalla convinzione che qualsiasi cosa, frutto del lavoro e dell’opera altrui, possa essere utilizzata liberamente per il semplice fatto di essere stata reperita su Internet. Ciò deriva principalmente dall’immaterialità dell’opera, il cui sfruttamento non dà la consapevolezza di commettere una violazione online del diritto d’autore, dato che, nel sentire comune, guardare un film in streaming o scaricare l’ultima puntata di una serie tv non sono da considerarsi come reati, in quanto, l’utente, nella maggior parte dei casi, agisce inconsapevolmente ritenendo la sua azione come uso legittimo del mondo cibernetico; per di più, non opera verso di lui l’effetto dissuasivo della pena, visto che reati in tan senso vengono compiuti in massa impunemente, data la difficoltà di individuare tutti gli autori del reato.
A tal riguardo, le autorità di regolamentazione, a livello internazionale, europeo e nazionale, sono state chiamate ad elaborare meccanismi che consentano al diritto d’autore, anche con le nuove tecnologie, di continuare a svolgere le sue funzioni: da una parte, quella di garantire l’accesso alle opere culturali al maggior numero di persone e al minor costo possibile; dall’altra, quella di incentivare la creazione di nuove opere culturali proteggendo i diritti degli autori sa usi non consentiti delle loro opere e prevedendo una partecipazione agli utili derivanti dallo sfruttamento economico delle stesse. Data la difficoltà del quadro legislativo italiano a far fronte ai cambiamenti tecnologici - e alle loro conseguenze - con la stessa velocità con i quali questi avvengono, tale compito è stato affidato principalmente ai giuristi che nel bilanciamento dei due interessi - cultura/informazione e diritti economici dell’artista/eredi, determinano caso per caso quello prevalente, in base ad una interpretazione del diritto d’autore non più letterale e statica ma bensì dinamica.
In tal senso, le tesi estreme per cui nel mondo della comunicazione digitale senza confini il concetto stesso di tutela del diritto d’autore e dei diritti connessi sia obsoleto non possono essere accolte, ritenendosi invece necessaria una riforma della normativa esistente, che consenta al diritto d’autore di convivere con il mondo di Internet senza privarlo della sua peculiarità.

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