Diritto commerciale - Diritto commerciale -  Sabrina Peron - 06/10/2017

Brevi note sul possesso dell’opera cinematografica, Cass. 39/2017 – Sabrina Peron

Nel caso deciso dalla Corte di Cassazione nella sentenza che qui si pubblica, ha riguardato un caso in cui il regista di un’opera cinematografica (un lungometraggio) era l'unico ed esclusivo titolare del diritto d'autore sull'opera cinematografica da lui diretta, che aveva poi ceduto a uno degli attori del giudizio, il quale a sua volta li aveva ceduti ad un produttore. Gli attori avevano quindi richiesto al Tribunale di Roma l’accertamento dei loro diritti d’autore nei confronti del convenuto che, in via riconvenzionale aveva richiesto al Tribunale “di accertare di essere proprietario del bene, in via principale, a norma dell'articolo 1153 c.c. e, in via subordinata, dell'articolo 1161 c.c., comma 1”, avendo acquistato i relativi diritti con contratto stipulato con una società presso la quale il materiale era stato depositato dal regista”.

Il Tribunale di Roma, prima, e la Corte d’Appello, poi (App. Roma, n. 3150/2012), rigettavano la domanda riconvenzione proposta dalla parte convenuta ritenendola infondata, dato che questa a) si era limitata a ritirare la pellicola depositata presso lo stabilimento di una società, come dimostrato anche dal fatto che la somma versata non corrispondeva al prezzo di vendita ed era idonea a coprire le sole spese di custodia; b) non ricorrevano gli estremi del “possesso vale titolo”, essendo il convenuto un collaboratore del regista  e, quindi, a conoscenza che la società presso la quale le pellicole erano depositate non era proprietario delle stesse e non poteva cederle, sicché la presunzione di buona fede dell'acquirente era stata superata; c) il convenuto non era mai stato titolare di un autonomo potere di fatto sul bene, avendo operato quale custode e, quindi, mero detentore nell'interesse del regista, né vi era stato alcun atto di interversione nel possesso; d) il possesso delle pellicole non era assimilabile al possesso di beni mobili, in considerazione della peculiarità delle opere cinematografiche che si compongono di un supporto materiale finalizzato alla custodia dell'opera intellettuale contenuta, in questo caso di notevole interesse storico e artistico, sicché egli non poteva vantare su di essa diritti di utilizzazione economica; pertanto, la domanda di usucapione era infondata.

Riassunto sinteticamente il caso, pare utile premettere che l’opera cinematografica, com’è noto, è tutelata dalla legge sul diritto d’autore (L. 633/1941), la quale riserva ai film una disciplina particolare. Difatti ne sono considerati coautori l’autore del soggetto, lo sceneggiatore, il compositore della colonna musicale e il regista (art. 44 L. 633/1941), mentre il diritto patrimoniale è direttamente attribuito in capo al produttore (art. 45 L. 633/1941), il quale ha lo sfruttamento cinematografico dell’opera prodotta.

Tuttavia, anche per le opere cinematografiche, come per qualsiasi altra opera dell’ingegno tutelata dalla L. 633/1941, vale il principio che il diritto d’autore sorge nel momento della creazione ed esteriorizzazione dell’opera, in una forma percepibile all’esterno. Momento che determina la nascita dei diritti d’autore (patrimoniali e morali) che il titolare (o i titolari) può esercitare.

Il diritti patrimoniali e morali d’autore, spettano quindi a titolo originario colui che ha creato l’opera, con l’unica eccezione del produttore dell’opera cinematografica il quale acquista a titolo originario tutti i diritti patrimoniali d’autore. Ai sensi poi dell’art. 107, L. 633/1941, l’acquisito derivativo dei diritti patrimoniali d’autore può aversi in tutti i modi e in tutte le forme consentite dalla legge. Mentre i diritti morali d’autore, in quanto diritti della personalità, sono inalienabili ed irrinunciabili (art. 22 L. 633/1941).

 Sulla base di questi principi, giurisprudenza consolidata dalla quale la sentenza che qui si pubblica non si discosta, ha da tempo escluso la possibilità di acquisto a titolo originario di un’opera immateriale dell'ingegno – ivi comprese quelle cinematografiche. Ed in particolare ne ha escluso, l’applicabilità, sic et simpliciter, “in base a titolo astrattamente idoneo per effetto del possesso di buona fede, ai sensi dell'art. 1153 c.c., a ciò ostando il carattere particolare del diritto d'autore, che trova fondamento unicamente nell'atto creativo e realizzativo dell'idea, per il trasferimento del quale non si richiede una consegna, perché questa, anche ove ricorra, si riferisce all'oggetto materiale in cui l'opera si estrinseca, senza però mai immedesimarsi in essa” (cfr. Cass., n. 30082/2011; App. Roma, n. 6768/2013).

 In proposito, la Dottrina ha discusso la possibilità di configurare il “possesso di beni immateriali” (in proposito, per approfondimenti, si rinvia a Ubertazzi, Commentario Breve alla proprietà intellettuale – Commento all’art. 167 L. 633/1941), peraltro, “reso problematico dal modo in cui il nostro l'ordinamento concepisce l'istituto del possesso: inteso per lo più come relazione materiale con una cosa e non come esercizio di fatto di un apparente diritto” (così App. Roma, n. 6768/2013).  

In ogni caso, è sufficiente ricordare che del “possesso legittimo” dei diritti di utilizzazione economica delle opere dell'ingegno tratta espressamente l'art. 167, lett. a), L. 633/1941, laddove dispone che i “diritti di utilizzazione economica delle opere dell’ingegno possono essere fatti valere giudizialmente”, da chi “si trovi nel possesso legittimo degli stessi”. Mentre a livello europeo, il principio volto a garantire il pacifico godimento del possesso, espresso dall'art. 1 del Protocollo n. 1 della Convenzione EDU, è stato applicato anche al possesso di beni immateriali ed opere intellettuali (cfr. CEDU, 21.04.2008, Balan c. Moldavia, e CEDU, 01.01.2007, Anheuser-Busch c. Portogallo). Tuttavia, ogniqualvolta la giurisprudenza ha conferito rilievo al possesso di un’opera intellettuale, l’ha fatto ancorandolo all’esistenza di un corpus materiale nel quale l’opera di estrinseca (cfr. Cass., n. 815/1968) e l’ha fatto al fine di risolvere il conflitto tra più acquirenti dei medesimi diritti di utilizzazione di opere dell’ingegno, secondo la regola dettata dall’art. 1155 c.c. (cfr. Cass., n. 3004/1973).

Ne segue, che se, da un lato, non è possibile rifiutare a priori qualsiasi accostamento tra l'istituto del possesso e le opere dell’ingegno (occorre anzi riconoscere anche per questi casi la possibilità di applicare gli strumenti apprestati a favore di chi eserciti sull’opera un’attività corrispondente all’esercizio della proprietà o di altro diritto reale); dall’altro lato, non è possibile ritenere che allo sfruttamento economico di tali opere sia senz'altro applicabile qualsiasi altra norma imperniata sul possesso e che ne disciplina gli effetti giuridici.

Ad esempio, in passato la Cassazione ha escluso l’usucapibilità del diritto di utilizzazione economica di un’opera intellettuale (Cass., n. 826/1977), dato il particolare carattere del diritto d'autore, che trova fondamento unicamente nell'atto creativo dell'idea, seguito dalla sua estrinsecazione, e che perciò non tollera altri modi di acquisto a titolo originario, quali quelli che, a certe condizioni, potrebbero derivare dal possesso.

Per tale ragione la giurisprudenza ha interpretato l'art. 167 L. 633/1941, nel senso di assicurare, a chi si trovi in una posizione corrispondente a quella di un possessore di buona fede, la possibilità di far valere i suoi diritti nei confronti di eventuali contraffattori; senza, però, innovare i principi che attengono alla natura immateriale dell'opera dell'ingegno ed ai modi di acquisto dei diritti ad essa inerenti (Cass., n. 30082/2011).

Sulla scorta di tali rilievi, la Corte di Cassazione, nella sentenza che qui si pubblica ha quindi ribadito il principio che il “possesso delle pellicole non è assimilabile al possesso di beni mobili, in considerazione della peculiarità delle opere cinematografiche”, ed ha ritenuto che le Corti di merito avessero fatto corretta applicazione del principio secondo cui “non è configurabile l'acquisto a titolo originario di un'opera immateriale dell'ingegno, nella specie cinematografica, in base a un titolo astrattamente idoneo per effetto del possesso di buona fede, ai sensi dell'articolo 1153 c.c., a ciò ostando il carattere particolare del diritto d'autore, che trova fondamento unicamente nell'atto creativo e realizzativo dell'idea, per il trasferimento del quale non si richiede una consegna, perché questa, anche ove ricorra, si riferisce all'oggetto materiale in cui l'opera si estrinseca, senza però mai immedesimarsi in essa”.