Danni - Danni non patrimoniali, disciplina -  Andrea Castiglioni - 07/10/2019

Camera d'albergo senza acqua calda, e ancora non c'è danno, nè condanna alle spese – Trib. Catanzaro 8.4.2019

I clienti di un albergo, entrati nella stanza che avevano prenotato, la trovavano con diverse difformità e malfunzionamenti. Il letto matrimoniale era composto da due letti singoli ravvicinati, però con altezze diverse, così che neppure il figlio di 18 mesi, che avrebbe dovuto dormire nel letto con loro, come preannunciato all’albergatore al momento della prenotazione, non avrebbe potuto farlo appunto a causa del dislivello; mancavano le luci da comodino; l’acqua calda non c’era, tanto che la doccia hanno dovuto farla sfruttando il bagno degli amici compagni di viaggio nell’alloggio accanto.

Promuovevano l’azione giudiziaria eccependo l’inesatto adempimento, domandando la risoluzione del contratto – con restituzione del prezzo già pagato – e il risarcimento del danno non patrimoniale per i disagi subiti e il soggiorno rovinato. Soltanto il giudizio di appello – cioè il tribunale in correzione della pronuncia del giudice di pace, che aveva respinto la domanda applicando in modo errato le regole probatorie – dava ragione agli ospiti, purtroppo solo parzialmente perchè non veniva ravvisato alcun pregiudizio non patrimoniale.

La questione del risarcimento del danno non patrimoniale da inadempimento contrattuale è tuttora terreno di ampio dibattito. Vede una giurisprudenza (al momento) consolidata, che non si discosta dall’impostazione data dalle Sezioni Unite di San Martino (Cass. S.U. 11.11.2008, n. 26972), in contrapposizione con un’opinione dottrinaria (al momento) solitaria.

La sentenza in questione aderisce all’impostazione delle Sezioni unite, che però – ed è questo il punto criticabile – ritiene applicabile alla materia contrattuale la disciplina propria del risarcimento aquiliano, forse perchè è l’unica in cui si scorge una norma (l’art. 2059 c.c.) che tratta espressamente del danno non patrimoniale. Ed il verbo “trattare” appare anche eccessivo, dato che tale articolo si limita a prevedere una pura e semplice – quanto sterile – riserva di legge.

Ecco che, allora, stando all’impostazione giurisprudenziale, in materia contrattuale il danno non patrimoniale può trovare cittadinanza, ma solo se: (1) la riserva di legge venga integrata da una fattispecie costituisca un fatto di reato, che il giudice civile può conoscere incidentalmente, sicché, per il tramite dell’art. 185 c.p., il pregiudizio non patrimoniale può essere risarcito; (2) la legge integri espressamente la riserva di legge, prevedendone la risarcibilità, come ad es. l’art. 158, Legge sul diritto d’autore (L. 633/1941); (3) come statuito dalle Sezioni unite del 2008, sia stato (a) violato un interesse di rango costituzionale, e (b) la violazione sia grave.

È evidente che, così ragionando, difficilmente in un rapporto contrattuale potrà trovare ristoro il danno patrimoniale, poiché (1) difficilmente si ha contemporaneamente reato (perchè difficilmente si versa in un’ipotesi di “reato in contratto”); (2) sono rari i casi in cui la legge apre al danno non patrimoniale; (3) il “catalogo” degli interessi costituzionalmente tutelati non è poi così ampio; e, in questo periodo storico, questa ristrettezza sta anche dimostrando una crescente inadeguatezza ed inattualità. Pensiamo che tra i diritti e gli interessi costituzionalmente tutelati, non c’è la casa e la tranquillità domestica (Cass. 20927/2015 ha dovuto “scomodare” l’art. 8 della Convenzione EDU per risarcire i danni non patrimoniali – esistenziali – da immissioni sonore); pensiamo alla riservatezza, diritto immateriale che sta diventando sempre più presente nella prassi, grazie anche alla lenta maturazione della nostra cultura, che con tutti questi mondi social non ha ancora capito l’importanza della privacy, e del fatto che chiunque voglia trattare i miei dati deve avere il mio consenso (difficile non sottoscrivere, quando si ricevere la quinta telefonata per un finto sondaggio o per una promozione telefonica imperdibile).

Un’avanguardia dottrinaria sostiene che si debbano distinguere i piani, ponendo in contesti diversi il danno aquiliano dalla pattuizione di un regolamento contrattuale. In un contratto, infatti, le parti sono (dovrebbero essere) libere di farvi confluire interessi anche non patrimoniali, e poterli sottoporre a tutela anche rafforzata, anche pattuendo una penale cospicua, che il debitore conosce e accetta consapevolmente, chiaramente a fronte di un prezzo che valga il rischio che ci si assume. Potrebbe bastare la previsione dell’art. 1218 c.c., che “si limita” a prevedere la risarcibilità del “danno”, senza distinguere tra patrimoniale e non patrimoniale. Anche perchè, come ben noto, l’obbligazione può avere ad oggetto interessi anche non patrimoniali.

Ma il tribunale non viene sedotto da tale orientamento, e giustifica la sua presa di posizione con l’argomentazione ben nota ai fautori dell’opinione restrittiva. Il contratto è lo strumento principale per la produzione e la circolazione della ricchezza, pertanto non è bene aprire in modo disinvolto a fronti che rendano facilmente risarcibile il danno esistenziale. Ciò sarebbe il preludio ad un profluvio di liti anche bagatellari, in questo modo dequotando sia lo strumento contrattuale, che finirebbe per scottare, sia il sistema giustizia, che rischierebbe l’ingolfamento con sensibile aumento dei costi sociali.

La dottrina d’avanguardia, tuttavia, risponde osservando che se si persiste nel tenere strette le maglie del ristoro degli interessi non patrimoniali, accade che il debitore potrebbe anche mettere in conto di adempiere alla propria obbligazione in modo inesatto (superficiale, frettoloso, imperito, negligente), dato che, in caso di contenzioso, potrebbe essere invitato a semplicemente restituire il prezzo incassato, per effetto degli effetti restitutori della risoluzione – come è accaduto in questo caso, visto che gli ospiti dell’albergo, a fronte di un soggiorno rovinato, si sono visti soltanto restituire (soltanto) i € 180,00 del prezzo.

Uno spiraglio rimane comunque aperto, quando si legge nella motivazione che l’interesse non patrimoniale leso può trovare ristoro se, indagando la causa concreta del contratto, tale interesse sarebbe stato perseguito e tutelato dai contraenti in via esclusiva, o quantomeno in modo assolutamente preminente, dalla stipulazione inadempiuta.

La causa in concreto, dunque, può essere la chiave che consente al giudice di valutare anche le conseguenze dannose che non riguardano esclusivamente profili patrimoniali, come, ad es., un fine settimana al mare; oppure (caso effettivamente successo) un mese da incubo per il viaggio da pendolari su treni regionali, con innumerevoli ritardi e cancellazioni, molte nemmeno preannunciate; non si sbaglierebbe nel ritenere che quei ritardi non abbiano avuto soltanto ripercussioni sui redditi dei viaggiatori, ma abbiano inciso negativamente sulla qualità della vita, cioè sul tempo speso per andare al lavoro, per tornare a casa, o per raggiungere il luogo di un concorso pubblico o di un colloquio di lavoro, tutti interessi che valgono di più di € 100,00 di rimborso.

Concludendo, gli ospiti dell’albergo si sono visti accogliere solo la domanda di risoluzione, e respinta la domanda di risarcimento. Quindi, si giovano di una condanna a vedersi restituiti € 180,00 del prezzo pagato, ma, visto l’accoglimento parziale dell’appello, il tribunale ha pronunciato la compensazione delle spese di lite (… almeno quello, però…!), e quindi non sarà l’albergatore inadempiente a pagare il loro avvocato (la cui parcella sarà verosimilmente sui € 2.000,00, più o meno). Chiosando, se, da un lato, le remore della giurisprudenza ad includere il risarcimento del danno non patrimoniale sono giustificate dall’esigenza di evitare l’abuso del rimedio giudiziario e le liti bagatellari, dall’altro lato, l’uso poco saggio della condanna alla rifusione delle spese di lite ribalta il problema esageratamente all’estremo opposto, perchè, in casi come quello qui commentato, quegli ospiti dell’albergo, pur avendo avuto “ragione” sul pessimo trattamento ricevuto, si sentiranno sconfitti, mentre l’albergatore… no.