Diritto, procedura, esecuzione penale - Reato -  Redazione P&D - 18/04/2018

Cani che abbaiano, disturbo della quiete: quali condizioni da provare - Cass. pen. 16677/2018 - A.G.

La Corte di cassazione si è occupata di un caso di disturbo della quiete pubblica per il quale era stata condannata la proprietaria di tre cani che aveva lasciato gli animali di notte sul terrazzo dell’appartamento da lei abitato; secondo l’accusa, la donna era colpevole per non aver impedito il latrare e per avere, pertanto, provocato il disturbo del riposo dei vicini di casa.
Tramite ricorso per cassazione si è censurato l’asserita insussistenza del reato per essere un fatto isolato ed episodico, durato poche ore e non idoneo a ledere i due denuncianti, richiedendo, invece, la norma, il disturbo di un vasto ed indeterminato numero di persone.
Il reato è posto a tutela della quiete pubblica e non di uno specifico interesse personale.
La Corte di cassazione ha accolto il ricorso della condannata con alcune precisazioni.
Il Collegio ha ritenuto che il giudice di merito non abbia svolto un’adeguata indagine per verificare il fatto e la messa in pericolo dell’interesse tutelato. Invero, ai fini della sussistenza del reato è necessario che i rumori abbiano l’attitudine a propagarsi e a costituire fonte di disturbo per una potenziale pluralità indeterminata di persone, senza che sia necessario accertare che tutte queste persone siano state effettivamente disturbate. L’idoneità della fonte di disturbo va verificata in base all’intensità e all’ubicazione spaziale e il giudice di merito avrebbe dovuto svolgere tale verifica; al contrario, risulta che la lamentela pervenisse solo dai due abitanti dell’appartamento immediatamente confinante e non da altri individui né si è argomentato in ordine all’intensità dei rumori e alla situazione antropica dei luoghi al fine di verificare l’esistenza di dati (ad esempio, la razza e la conseguente presumibile stazza degli animali), sintomatici dell’intensità, della ripetitività e della tipologia dei rumori emessi e tali da giustificare la sussistenza dell’attitudine a disturbare un numero indeterminato di persone.
Nondimeno, su un piano diverso, il Collegio ha chiarito che il reato in questione è solo eventualmente permanente, potendosi consumare anche in un’unica condotta rumorosa o di schiamazzo ove sia oggettivamente tale da arrecare, in determinate circostanze, un effettivo disturbo alle occupazioni o al riposo delle persone.
La lesione della quiete pubblica, aggiunge la Corte, è ravvisabile anche in un episodio unico se protratto per un lasso non trascurabile di tempo e, nel caso di specie, risulta che i cani abbiano latrato con continuità per buona parte della notte. Pertanto, è da ritenere che “pur nella sua unicità materiale, il fatto sia stato caratterizzato da una sua complessità strutturale (non si è, in altre parole, trattato della emissione di uno o comunque di pochi latrati da parte dei cani in discorso ma di un fenomeno che, pur nella sua unità fenomenica, si è manifestato attraverso una pluralità di singoli episodi lungo un tempo non brevissimo), tale da comportare (omissis) la messa in pericolo del bene interesse tutelato dalla norma”.

Sull’argomento, volendo, Gasparre, Convivere con gli animali: le ricadute civili e penali della responsabilità per fatto dell'animale. Alla scoperta del doppio volto della posizione di garanzia, Key editore.


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