Interessi protetti - Obbligazioni, contratti -  Riccardo Mazzon - 30/03/2020

Carattere eminentemente patrimoniale della prestazione e coronavirus: l'esempio del COVID-19 a cospetto, ad esempio, del contratto di viaggio

Le obbligazioni, siano esse "di risultato" o "di mezzi", sono sempre finalizzata a riversare nella sfera giuridica del creditore una "utilitas" oggettivamente apprezzabile, fermo restando che, nel primo caso, il risultato stesso è in rapporto di causalità necessaria con l'attività del debitore, non dipendendo da alcun fattore ad essa estraneo, mentre nell'obbligazione "di mezzi" il risultato dipende, oltre che dal comportamento del debitore, da fattori ulteriori e concomitanti (si pensi, ad esempio, a fattori agronomici non controllabili dall'appaltatore, impegnatosi solo alla corretta esecuzione di un trattamento antiossidante della frutta stoccata in celle frigorifere: ne consegue che il debitore "di mezzi" prova l'esatto adempimento dimostrando di aver osservato le regole dell'arte e di essersi conformato ai protocolli dell'attività, mentre non ha l'onere di provare che il risultato è mancato per cause a lui non imputabili).

In tal contesto, regola aurea interessante il fenomeno della responsabilità contrattuale è quella riferibile al carattere eminentemente patrimoniale della prestazione, nel senso che quest’ultima, per poter formare oggetto di un obbligazione (e, dunque, per poter contribuire a fondare una qualche responsabilità contrattuale - in senso ampio -), deve necessariamente essere suscettibile di valutazione economica - si veda, per un approfondimento, anche in relazione alla giurisprudenza qui citata, il trattato "Responsabilità contrattuale e danni risarcibili", Riccardo Mazzon, Giuffré 2019 -.

Un tanto vale anche quando la prestazione corrisponda ad un interesse eventualmente non patrimoniale del creditore e, d’altra parte, a tal proposito, è noto come, oramai, la lettura costituzionalmente orientata dell'art. 2059 c.c. imponga che il danno non patrimoniale debba essere risarcito anche nell'ambito della responsabilità contrattuale (nonostante la summenzionata norma sia stata dettata in tema di responsabilità aquiliana): la ragione di questa estensione applicativa risiede proprio nella natura degli interessi tutelati, i quali, data la loro rilevanza costituzionale e la loro pertinenza ad aspetti legati alla personalità, non possono ricevere una minore tutela solo perché l'illecito che li colpisce si configura di tipo contrattuale, senza contare che la rilevanza, in ambito contrattuale, degli interessi non patrimoniali, viene espressamente riconosciuta dall'art. 1174 c.c., secondo cui la prestazione che forma oggetto dell'obbligazione deve, per l’appunto, corrispondere ad un interesse, anche non patrimoniale, del creditore.

D’altro canto, il rimedio risarcitorio è senz’altro riferibile anche ad un interesse non patrimoniale del creditore (art. 1174 c.c.), non essendo tra l’altro ignota al sistema la divaricazione tra il carattere non patrimoniale dell'interesse e il rimedio patrimoniale consequenziale alla sua lesione, alla quale il risarcimento deve essere (equitativamente) commisurato; il principio è ormai di consueta applicazione: si pensi, ad esempio in materia laburistica, a come – considerato: (1) che il rapporto di lavoro subordinato non è di puro scambio, ma coinvolge la persona del lavoratore; (2) che esso costituisce altresì un contratto di organizzazione - la disciplina degli aspetti patrimoniali e la collaborazione nell'impresa debbano necessariamente coniugarsi con i precetti costituzionali di tutela del lavoratore proprio a ragione tanto del principio di esecuzione di buona fede del contratto di assunzione, quanto dell'attuale evoluzione del mercato del lavoro che, enfatizzando la formazione continua come essenziale caratteristica dell'attuale momento storico-economico, valorizza la funzione della prestazione lavorativa in tal senso diretta: così, non soltanto una riduzione qualitativa, ma anche quantitativa delle mansioni, in una misura significativa, può comportare dequalificazione professionale risarcibile (qualora il lavoratore deduca una dequalificazione per rilevante riduzione quantitativa delle mansioni, l'onere di dedurre e provare lo svolgimento di mansioni significative di mancata dequalificazione, ovvero la sussistenza di una causa giustificativa connessa all'esercizio di poteri disciplinari o imprenditoriali garantiti dall'art. 41 cost., compete al convenuto dato re di lavoro, che l'eccepisce).

Significativa applicazione del principio de quo è anche quella che consente la legittimità del c.d. contratto di sponsorizzazione, figura non specificatamente disciplinata dalla legge e che comprende una serie di ipotesi nelle quali un soggetto - il quale viene detto "sponsorizzato" (ovvero, secondo la terminologia anglosassone, sponsee) - si obbliga, dietro corrispettivo, a consentire ad altri l'uso della propria immagine e del proprio nome per promuovere presso il pubblico un marchio o un prodotto (tale uso dell'immagine pubblica può anche prevedere che lo sponsee tenga determinati comportamenti di testimonianza in favore del marchio o del prodotto oggetto di commercializzazione); ebbene, l'obbligazione assunta dallo sponsorizzato ha natura patrimoniale - proprio ai sensi dell'art. 1174 c.c. - e corrisponde all'affermarsi, nel costume sociale, della commercializzazione del nome e dell'immagine personale (che viene accompagnata, di regola, da un diritto di “esclusiva”: da tali caratteristiche non discende, peraltro, che il contratto di sponsorizzazione debba necessariamente essere concluso dallo sponsorizzato, potendo l'obbligazione relativa all'adempimento della sua prestazione essere assunta anche da un terzo, il quale in tal caso risponde, nei confronti dell'utilizzatore, ai sensi dell'art. 1381 c.c.).

Si pensi anche al settore del trasporto aereo di merci: l'attività svolta dall'impresa esercente il servizio di c.d. "handling" aeroportuale non viene resa in esecuzione di un autonomo contratto di deposito a favore di terzo, concluso tra l' "handler" (promittente) e il vettore (stipulante) a beneficio del mittente o del destinatario, ma rientra, come attività accessoria, nella complessiva prestazione che forma oggetto del contratto di trasporto, la quale non si esaurisce nel mero trasferimento delle cose ma comprende anche la fase ad esso antecedente (allorché l' "handler" riceve la merce dal mittente in funzione della consegna al vettore, nell'aeroporto di partenza) e la fase ad esso successiva (allorché riceve la merce dal vettore in funzione della messa a disposizione del destinatario, nell'aeroporto di destinazione), atteso che tale prestazione deve corrispondere, ai sensi dell'art. 1174 c.c., all'interesse del creditore ad ottenere la riconsegna delle cose trasportate nel luogo, nel termine e con le modalità indicate nel contratto medesimo; consegue da ciò che: a) l'operatore di "handling" assume la qualifica di ausiliario del vettore, in quanto soggetto terzo rispetto al contratto di trasporto, della cui opera il debitore si avvale per l'esecuzione di una parte della prestazione che ne forma oggetto; b) nell'ipotesi di perdita o avaria delle cose trasportate nella fase in cui le stesse sono affidate all' "handler", il proprietario di esse può agire contrattualmente nei confronti del vettore, il quale è responsabile del fatto colposo del proprio ausiliario, ai sensi dell'art. 1228 c.c.; c) nella medesima ipotesi, l'operatore di "handling" non risponde nei confronti del mittente o del destinatario a titolo contrattuale, non essendo parte del rapporto obbligatorio nascente dal contratto di trasporto, ma risponde, in solido con il vettore, a titolo extracontrattuale in quanto autore di un comportamento doloso o colposo imputabile ai sensi dell'art. 2043 c.c.; d) in quanto ausiliario del vettore aereo, l' "handler", pur rispondendo a titolo extracontrattuale, beneficia delle limitazioni di responsabilità previste, in favore del vettore medesimo e dei suoi dipendenti od incaricati, dagli artt. 22 e 30 della Convenzione di Montreal sul trasporto aereo (già artt. 22 e 25/A della Convenzione di Varsavia), nonché della disciplina uniforme convenzionale, dettata in tema di decadenza dall'azione risarcitoria e di prescrizione del diritto al risarcimento del danno, dall'art. 35 della Convenzione di Montreal (già art. 29 della Convenzione di Varsavia), salva l'ipotesi di condotta dolosa o coscientemente colposa, nella quale, ai sensi dell'art. 30, comma 3, della Convenzione di Montreal, la responsabilità dell'ausiliario resta illimitata.

Egualmente, nel contratto di viaggio - vacanza "tutto compreso" (cd "pacchetto turistico"), disciplinato attualmente dagli art. 82 e ss d.lgs 206/2005 (cd "codice del consumo") e che si distingue dal contratto di organizzazione o di intermediazione di viaggio (CCV) di cui alla convenzione di Bruxelles del 23 dicembre 1970 (resa esecutiva in Italia con la l. 27 dicembre 1977 n. 1084), la "finalità turistica" connota la sua causa concreta ed assume rilievo, oltre che come elemento di qualificazione, anche relativamente alla sorte del contratto, quale criterio di relativo adeguamento, con la conseguenza che, nell'economia funzionale complessiva di detto contratto, l'impossibilità di utilizzazione della prestazione da parte del consumatore creditore per causa a lui non imputabile, pur se normativamente non specificamente prevista, è da considerarsi causa di estinzione dell'obbligazione, autonoma e distinta dalla sopravvenuta totale (di cui all'art. 1463 c.c.) o parziale (prevista dall'art. 1464 c.c.) impossibilità di esecuzione della medesima: ne consegue che l'irrealizzabilità della “finalità turistica”, per sopravvenuto evento non imputabile alle parti determina, in virtù della caducazione dell'elemento funzionale dell'obbligazione costituito dall'interesse creditorio (proprio ai sensi dell'art. 1174 c.c.), l'estinzione del contratto per sopravvenuta impossibilità di utilizzazione della prestazione, con esonero delle parti dalle rispettive obbligazioni; in effetti, nel contratto di viaggio vacanza "tutto compreso" (c.d. "pacchetto turistico" o package), che si caratterizza per la prefissata combinazione di almeno due degli elementi rappresentati dal trasporto, dall'alloggio e da servizi turistici agli stessi non accessori (itinerario, visite, escursioni con accompagnatori e guide turistiche, ecc.) costituenti parte significativa di tale contratto, con durata superiore alle ventiquattro ore ovvero estendentesi per un periodo di tempo comportante almeno un soggiorno notturno, la "finalità turistica" (o "scopo di piacere") non è un motivo irrilevante ma si sostanzia nell'interesse che lo stesso è funzionalmente volto a soddisfare, connotandone la causa concreta e determinando, perciò, l'essenzialità di tutte le attività e dei servizi strumentali alla realizzazione del preminente scopo vacanziero.

Oppure, più semplicemente, pur ritenuto che l'assegnazione e la frequenza con un animale domestico non possono in alcun modo ed in ogni caso essere assimilate all'affidamento, alla frequenza ed al diritto di visita dei figli minori di coniugi che procedono a separazione personale legale, si pensi a come il giudice del procedimento di separazione non sia legittimato ad intervenire qualora le parti hanno provveduto, con un accordo amichevole e del tutto valido, a regolare l'assegnazione dell'animale e la frequenza dei contatti di ciascuna delle parti con il medesimo; d’’altro canto, è norma generale che, sempre in relazione al rapporto con gli animali, qualora un soggetto subisca un danno non patrimoniale riconducibile alla perdita di animale di affezione dovuta ad un inadempimento contrattuale, il danno non patrimoniale è risarcibile indipendentemente dalla sussistenza della lesione di un interesse inviolabile coperto dalla Costituzione, qualora sussistano i presupposti della risarcibilità dettati dagli art. 1218 ss. c.c., risultando implicito l'interesse non patrimoniale, di cui all'art. 1174 c.c. nel rapporto contrattuale avente ad oggetto l'affidamento dell'animale a pensione.