Persona, diritti personalità - Persona, diritti personalità -  Andrea Castiglioni - 29/12/2017

Caso Bellomo, il Re è nudo

Ogni dettaglio che ogni giorno emerge sul “caso Bellomo” è sconcertante.

Era risaputo, tra gli ambienti, che Bellomo fosse “eccentrico” (diciamo così), ed è per questo che le prime notizie destavano anche ilarità tra chi conosceva il suo corso. Non si poteva non ridere nel leggere di un soggetto che sfrontatamente si ritiene un genio (...); che dice di aver conseguito risultati geniali addirittura al test di Rorschach (quando tutti sanno che il test delle “macchie d’inchiostro” non misura l’intelligenza di una persona ma la sua personalità…). Insomma, l’abbiamo preso in giro non poco; tuttavia quello che conta è la preparazione al concorso, quindi poco male se chi ti parla è un fulminato, l’importante è se ti aiuta a raggiungere la preparazione necessaria. Questi erano i ragionamenti.

Ma i problemi di salute delle ragazze coinvolte, e i dettagli sempre più grotteschi sulle sue pretese, lasciano spazio non più alle risate ma allo sconcerto. Leggere di ricatti a sfondo sessuale; “mettiti in ginocchio e chiedi scusa”; minigonne di una certa lunghezza; “istanze di grazia” per chiedere perdono; giudizi su fidanzati e amici con ordine di lasciarli; contratti di spionaggio; uso illegittimo delle forze dell’ordine per recapitare e “invitare” la malcapitata a concludere una mediazione puntando sull’effetto intimidatorio delle divise; leggere di ragazze che in camera d’albergo si cambiavano e mettevano vestitini sexy in lacrime; di profili Facebook per spiare le vittime con l’aiuto di un tirapiedi compiacente.

Un imbarazzo raggelante che è sceso su tutta la categoria della magistratura; adesso tutti si chiedono come sia possibile che gente così si sia infiltrata in una categoria che per definizione dovrebbe essere esempio di integrità morale – e le perplessità portano anche a pensare: quindi ci sono ragazze che hanno superato il concorso e hanno accettato remissivamente queste umiliazioni? E quindi potrei trovarmele come giudici? Magari in una causa per molestie?

Insomma, non si può più ridere e le perplessità che mi sono maturate sono due.

 

La prima: la selezione dei magistrati.

Francesco Bellomo non sta bene, è evidente, ha bisogno di un aiuto serio. Sia lui che il suo aiutante (sempre che non ce ne siano altri/altre i cui nomi non sono ancora emersi). Ma ad ogni modo, questo soggetto non è un professionista che io, in qualità di cliente, sono libero di evitare. È un giudice, che giocoforza sta a contatto con le persone, con i problemi della gente, ed è chiamato a dirimerli. Che sia una separazione, un fallimento, un’azione di disconoscimento di paternità, un processo per rapina, un’istanza per l’ottenimento di una concessione amministrativa: il lavoro di chi ha a che fare col diritto, da una parte o dall’altra della scrivania (sia esso giudice o avvocato), ha a che fare con persone; dietro ogni contratto, licenza, reato, c’è la vita delle persone. Il diritto non è fatto di libri ma da persone, e si applica alle persone.

Quindi, una riflessione va fatta sul metodo di selezione dei magistrati, perché così, per come è strutturato ora, è richiesta solo ed esclusivamente preparazione tecnica, e sono completamente trascurate le componenti umane (o mentali). E quindi possono diventare giudici persone razziste, misogine, spostate, fanatiche, fulminate, con turbe della personalità. Questo sistema, così com’è adesso, oltre ai mai sopiti dubbi sulla regolarità formale sulla conduzione del concorso e sulle correzioni, non è affidabile e deve essere ripensato. Non saprei cosa suggerire di preciso; forse l’incarico per nomina, così che sarebbe possibile vagliare bene il soggetto, valutando come conduce la sua vita, arrivando a capire meglio se questa persona è affidabile o meno.

Ad ogni modo, il problema è serio. Va affrontato con prudenza e coraggio.

 

La seconda: gli aspiranti.

Ma come è possibile che vi siano persone che accettino quelle condizioni senza avere un sussulto di orgoglio? Cosa spinge a pagare un prezzo così alto e umiliante? Perché sentirsi dire che il proprio fidanzato non è adatto a te? Che non ti vesti in modo adeguato? Che devi metterti in ginocchio e chiedere scusa? Ma dov’è quel sussulto che esplode da dentro e ti fa dire “Ma come si permette lei? Chi si crede di essere??”.

La verità è che molte persone pensano che la professione di magistrato sia al di sopra di tutto, anche della famiglia e degli affetti. Sia la meta divina che giustifica il sacrificio di tutto il resto, l’Olimpo che risolve tutti i tuoi problemi, interiori ed esteriori; colma il vuoto che c’è in te; sarai automaticamente “qualcuno”; sarai traboccante di autostima; la gente ti bacerà le mani; riderà alle tue battute; il mondo sarà ai tuoi piedi. Solo quella strada, l’essere “vincitori” a quel concorso, è l’unico modo per dare un senso alla propria vita. Non vincendo quel concorso, la condanna è una vita “mediocre” (così si esprimeva Bellomo, che puntava su queste debolezze).

Spero che queste vicende abbiano svegliato dal torpore e dall’assuefazione tutti quelli che incoronavano il gigante Bellomo, un personaggio che si nutriva dell’inferiorità dei suoi seguaci. Che traeva linfa vitale dalla venerazione dei suoi adepti (quando invece avrebbe dovuto guardare meno film e farsi ascoltare da un professionista di un’altra categoria).

Beh, il re è nudo. Finalmente qualcosa si è rotto e la realtà ha spazzato via il sogno.

Spero che i suoi allievi e allieve, vincitori o meno del concorso, si rendano conto che l’autostima non proviene dalla vittoria ad un concorso. È una battaglia che dura tutta la vita e che ti porta a combattere tutti i giorni contro i tuoi demoni, cioè contro se stessi, a prescindere da un concorso pubblico o da una professione.

Fare il magistrato è una professione prestigiosa, difficile e delicata; ma pur sempre una professione. Non è un qualcosa che colma il vuoto che è dentro di noi, rendendoci magicamente importanti; viceversa, il non vincere il concorso non rende la persona una nullità, condannandola ad una vita triste e mediocre. “Mediocre sarà lei”!!!, bisognerebbe dirgli.

Purtroppo per stare bene con noi stessi la strada è un’altra; sbaglia chi pensa che la soluzione a tutti i problemi sia vincere un concorso. Il mondo non è fatto di giganti, e chi si permette di dire che non posso sposarmi con quella persona, o che dovrei inginocchiarmi o vestirmi in quel modo, e altre cosa ridicole, si merita soltanto una porta sbattuta in faccia.

 

Tutta questa vicenda è triste, ma i nodi devono venire al pettine, e per rendersi conto che il Re è nudo, alle volte, è necessario toccare il fondo.