Dottrina  -  Redazione P&D  -  13/02/2009

Cass. civ., sez. III, 13 febbraio 2009, n. 3528 - QUANDO AD INFORTUNARSI E' L'ATLETA...CHI PAGA? - Nicola TODESCHINI



Orbene, dagli stessi precedenti giurisprudenziali richiamati dalla corte d'appello, ma anche dal successivo sviluppo della interpretazione dell'art. 2050 cod. civ. da parte della Corte, emerge che la pericolosità dell'attività esercitata deve essere valutata in base alle concrete circostanze di fatto in cui si è venuta svolgendo, tenendo conto insieme della specifica capacità di chi è chiamato a svolgerla e della potenzialità di danno che essa comporta (così, ad esempio, Cass. 9 aprile 1999 n. 3471 e 26 aprile 2004 n. 7916).

Ora, è certo che l'atleta impegnato in una manifestazione agonistica accetta di esporsi a quegli incidenti che ne rendono prevedibile la verificazione, perchè a produrli vi concorrono gli inevitabili errori del gesto sportivo proprio o degli altri atleti impegnati nella gara, come gli errori di manovra dei mezzi usati.

E questo esclude che delle conseguenze di tali incidenti debbano rispondere i soggetti cui spetta predisporre e controllare il campo di gara.

Ma è proprio tale insita pericolosità della attività di cui si assume l'organizzazione ad imporre che questa non sia aumentata da difetto od errore nella predisposizione delle misure che debbono connotare il campo di gara, in modo da evitare che si producano anche a carico dell'atleta conseguenze più gravi di quelle normali.

Sicché, l'attività di organizzazione di una gara sportiva connotata secondo esperienza da elevata possibilità di incidenti dannosi, non solo per chi vi assiste, ma anche per gli atleti, è da riguardare come esercizio di attività pericolosa, ancorché in rapporto agli atleti nella misura in cui li esponga a conseguenze più gravi di quelle che possono essere prodotte dagli stessi errori degli atleti impegnati nella gara.

Ora, nel caso in esame, è rimasto accertato che ad innescare il danno subito dall'attore è stato il distacco di una scheggia da uno dei tavoloni di sostegno della pista contro il quale la testa dell'atleta, rivestita dal casco è andata a cozzare.

Alla stregua di quanto si è prima osservato il problema che la corte d'appello doveva risolvere era se quella predisposizione, ordinata ad evitare il pericolo della fuoriuscita del mezzo e dell'atleta dalla pista, in caso di sbandamento del veicolo, abbia accentuato per altro verso la pericolosità del campo di gara.

Non invece in quale modo si sia determinato il distacco della scheggia, perchè, quand'anche possa essere avvenuto in modo diverso da quello affermato dall'attore, esso ha tuttavia avuto origine nel come nel suo complesso si presentava predisposto il campo di gara.

Invero, acquisito che a determinare la perdita del casco che proteggeva la testa dell'atleta era stata una scheggia di legno staccatasi dal tavolato; una volta che non si poteva escludere in via di principio che l'evento si era prodotto nel corso di un'attività valutabile come pericolosa nel senso già detto; si doveva accertare se la pericolosità sussisteva in concreto anche in ragione dei ripari apprestati, mentre non importava stabilire in quale concreto modo il distacco della scheggia fosse avvenuto, ma se si era avuto cura di scegliere ripari non pericolosi in sè o se, non potendosene adoperare altri, si fosse avuto cura di renderli inoffensivi.

Discende dall'accoglimento del motivo, che i fatti della causa debbano essere rivalutati nella duplice prospettiva di un concreto accertamento della pericolosità della predisposizione attuata; della prova del limite alla conseguente responsabilità, in termini fortuito, e della imputazione della responsabilità per attività pericolosa ai diversi soggetti convenuti in giudizio.



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Due giovani avvocati con lui da un anno erano stati invitati dal giorno alla notte a trovarsi una nuova sistemazione, mentre noi praticanti eravamo stati tenuti tutti in blocco, tanto nella nuova stanza ci saremmo comunque stati, naturalmente a strati.All'epoca dei fatti il PCT era pura fantascienza ed i fascicoli erano quelli di sempre, atti e documenti di carta e polvere.Il dominus aveva si e no una sessantina d'anni, ragione per cui lascio immaginare il suo archivio che cosa potesse mai contenere.E' stato così che, una bella mattina, siamo stati tutti avvisati (noi praticanti), che era necessario fare il trasloco verso la nuova destinazione, ragione per cui era necessario rimboccarsi le maniche della camicia e iniziare a trasbordare faldoni e mobilio (naturalmente a bordo dei nostri mezzi, con zona blu a pagamento per il posteggio) verso la nuova sistemazione.E' stato così che, proprio mentre stavo sollevando il piano di una scrivania che avevo appena finito di smontare dal proprio basamento, un sordo strappo ha sovrastato il chiacchiericcio dell'ufficio.Era quello dei pantaloni del mio completo che, proprio come in una comica di Stanlio ed Ollio, si erano improvvisamente aperti mettendomi a nudo quella parte dove la schiena cambia nome, tra la mia disperazione e l'ilarità dei miei colleghi.Non ricordo esattamente come il tutto sia accaduto, se il tessuto abbia ceduto per lo sforzo della mia posizione o perchè impigliatosi chissàdove, fatto sta che in un nano secondo era come se fossi stato azzannato da dietro da un grosso cane da guardia.Nel parapiglia del momento si è pure fatto vivo l'Avvocato, che ricordo benissimo essersi materializzato con una coca cola in lattina in mano, che, dopo aver lanciato un paio di improperi contro il locatore dell'ufficio (ovvero la causa del trasloco), mi ha detto di andare a chiudermi in bagno perchè, in quello stato, non potevo certo farmi vedere in giro.Così ho fatto, andando a rifugiarmi nel luogo di decenza in attesa di istruzioni sul da farsi.Dopo una decina di minuti sento bussare alla porta.Era una delle segretarie che, con un qual certo imbarazzo, mi chiedeva di dargli i pantaloni.Vedendo la mia faccia stupita mi spiegò che Tizio (un mio collega praticante) era stato mandato di fretta e furia nella più vicina merceria per comprare (senza specifica alcuna in ordine al possibile rimborso) ago e filo per sistemare i miei pantaloni.In effetti in quello stato non potevo né andare in giro per l'ufficio, né tanto meno attraversare mezza Torino per tornarmene a casa, ragione per cui rammendare i calzoni alla carlona era l'unica possibilità spendibile.Mi sono tolto quindi i pantaloni appendendoli subito dopo alla mano della segretaria che, dal corridoio, spuntava dentro al bagno nella fessura della porta socchiusa.Era estate, luglio pieno, faceva un caldo boia, e quella di dare i miei pantaloni sudati all'impiegata (non so quanto vi fosse di ironico in quel "grazie dottore" non appena a sue mani) era davvero la cosa meno allettante del mondo.Ed eccomi la, chiuso nel bagno, con l'immagine dello specchio a muro che rifletteva beffarda una delle immagini più spaventose in natura: quella di un uomo (io!) in camicia, scarpe classiche e calzini blu (per fortuna lunghi sotto il ginocchio).Adesso ci rido su, a ripensarci, ma al momento, credetemi, è stato veramente umiliante.Naturalmente l'impiegata aveva anche il suo bel da fare a svolgere il proprio lavoro (ricevere e passare telefonate, accogliere i clienti, mandare fax etc. etc.), per cui era più che mai ipotizzabile che la cosa sarebbe andata per le lunghe ...ed infatti!Non avendo niente da fare, mi sono fatto passare dalla porta, con percorso inverso ma con le stesse modalità con cui i miei pantaloni erano usciti, il mio pc portatile, così almeno da portarmi avanti con il lavoro, avevo infatti un appello che mi scadeva di li ad un paio di giorni.E' stato, lo giuro, l'unico atto della mia vita redatto sopra ad un wc, non essendovi altro luogo sul quale sistemarmi alla bisogna.Poco prima delle 19 sento bussare alla porta. I miei pantaloni erano pronti.Quel cretino del mio collega aveva preso un filo di un colore che non c'azzeccava nulla con quello della stoffa da rammendare, ma andava bene così, l'unica cosa che contava veramente era uscire da quel maledetto loculo e ritornare finalmente nel mondo civile. Il giorno dopo, sapendo quello che mi aspettava, sono andato in studio in blue jeans …e qualcuno ha pure avuto il coraggio di farmi notare come certi abbigliamenti non fossero consoni ad uno studio legale. ADR: Quanto è durato il trasloco? Oddio, fammi pensare...diciamo in tutto due settimane malcontate, compreso un sabato in cui ho dovuto pure fare gli straordinari. Diciamo che tra le varie competenze acquisite durante la pratica viè stata pure quella di facchinaggio, che non guasta mai.

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