Giurisprudenza  -  Conzutti Mirijam  -  21/03/2011

Cass sez I, 21 marzo 2011 n. 6339 pres Luccioli rel Felicetti - AFFIDAMENTO CONDIVISO MODIFICABILITA', CONDIZIONI - mc

VB (), elettivamente domiciliata in , presso l'avvocato , che la rappresenta e difende, giusta procura a margine del controricorso;
- controricorrente -
avverso il decreto della CORTE D'APPELLO di PERUGIA, depositato il 12/12/2006, n. 650/06 c.c.;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 31/01/2011 dal Consigliere Dott. FRANCESCO FELICETTI;
udito, per il ricorrente, l'Avvocato che ha chiesto l'accoglimento del ricorso; 
udito, per la controricorrente, l'Avvocato che ha chiesto il rigetto del ricorso;
udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CESQUI Elisabetta che ha concluso per l'inammissibilità del ricorso. 
1. Il sig. G con ricorso 31 maggio 2006 al tribunale di Terni domandava la modifica delle condizioni della separazione personale dalla moglie sig.ra B omologate dal tribunale di Rieti in data 17 gennaio 2006, chiedendo che fosse disposto l'affido condiviso della figlia minore M, con i provvedimenti consequenziali. Nel ricorso il sig. B lamentava che la moglie si fosse trasferita, allegando ragioni di lavoro, avendo preso servizio quale medico pediatra presso l'ospedale di N, senza averlo concordato con lui e contrariamente all'interesse della minore, da Rieti a Fornole di Amelia, in provincia di Terni, portando con sè la figlia minore e così rendendo più gravose le possibilità d'incontro di esso ricorrente con la figlia. Instauratosi il contraddittorio, il tribunale di Terni disponeva l'affidamento condiviso, collocando la minore presso la madre, a condizione che essa risiedesse in Rieti, ritenendo ciò rispondente all'interesse della minore. La sig.ra V proponeva reclamo, mentre il sig. B proponeva reclamo incidentale chiedendo che la figlia fosse collocata presso di lui e la sig.ra Vecchi fosse condannata al risarcimento dei danni nei confronti suoi e della figlia per il suo comportamento, con irrogazione di una sanzione. La Corte d'appello di Perugia, con decreto depositato il 12 dicembre 2006, notificato il 19 dicembre 2006, accoglieva il gravame della sig.ra V disponendo il collocamento della minore presso la madre nella sua nuova residenza, ritenendo non emulativo il trasferimento in essa bensì giustificato da motivi di lavoro e non pregiudizievole per la figlia.
Modificava pertanto il regime d'incontri della minore con il padre in relazione alla nuova situazione determinatasi. Il sig. B ha proposto ricorso a questa Corte avverso tale provvedimento formulando due motivi. La sig.ra Vecchi resiste con controricorso. 

Con il primo motivo si denuncia "violazione e falsa applicazione di legge sotto il profilo dell'omessa e/o insufficiente motivazione ovvero di suo contrasto con la disciplina dell'affido condiviso". Si deduce in proposito che la Corte d'appello avrebbe modificato il decreto del tribunale, che condizionava il collocamento della minore presso la madre alla sua residenza in Rieti, sulla base della sola considerazione che il trasferimento avrebbe una plausibile giustificazione nella ricerca di una sua promozione professionale, dalla quale potenzialmente potrebbero derivare anche benefici alla minore. Tale statuizione si porrebbe in contrasto con l'art. 155 cod. civ., dandosi sostanziale preminenza all'interesse attuale di un genitore rispetto a quello del minore, in relazione al quale si terrebbe presente solo un potenziale interesse economico, trascurandosi quello preminente alla crescita in un ambiente idoneo a mantenere i preesistenti rapporti sociali e affettivi. La statuizione, secondo il ricorrente, sarebbe viziata anche sul piano motivazionale, avendo invertito la gradazione degl'interessi fra quello della figlia e quello della madre, anteponendo l'appagamento delle ambizioni professionali della madre al soddisfacimento del bisogno della figlia di continuare a vivere nel contesto sociale e familiare in cui era nata, mentre sarebbe senza rilievo la circostanza, valorizzata dalla Corte d'appello, che tale situazione sarebbe ormai stabilizzata. Mancherebbe inoltre la motivazione della conferma del collocamento presso la madre e non presso il padre. Si formulano i seguenti quesiti: 1) Si chiede alla Corte di cassazione se sia legittimo e conforme alla, legge il provvedimento della Corte d'appello che, nel riformare il decreto del tribunale di Terni concernente i rapporti tra genitori e figlia a seguito del suo improvviso trasferimento con la madre, non ha tenuto presente, ai fini della decisione assunta, l'effettivo interesse della minore, ne' ne ha dato conto nella motivazione. 2) Si chiede alla Corte di cassazione di verificare se il decreto della Corte d'appello di Perugia sia legittimo e conforme a legge, con particolare riferimento alle disposizioni in materia di affido condiviso, laddove non spieghi per quale motivo la figlia debba essere collocata presso la madre e non il padre. E soprattutto in considerazione del fatto che il tribunale di Terni, nell'affermare che la collocazione della minore presso la madre era subordinata al mantenimento della residenza in Rieti, aveva chiaramente affermato che in caso contrario la figlia sarebbe stata con il padre, per le riconosciute sue capacità (anche dalla stessa ex coniuge come si evince dal testo del decreto di omologa della separazione).
Il motivo è inammissibile. Il ricorrente con esso ha prospettato un vizio di "violazione e falsa applicazione di legge", ma ha poi in concreto compiuto una commistione fra profili di difetti motivazionali, prospettabili solo con riferimento alla motivazione sull'accertamento dei fatti e non alla motivazione in diritto (Cass. sez. un. 17 novembre 2004, n. 27712; 10 gennaio 2003, n. 261) e profili di violazione di legge. In tale contesto i quesiti formulati ai sensi dell'art. 366 bis c.p.c., si rivelano del tutto inadeguati, in quanto attinenti entrambi al profilo relativo alla "violazione o falsa applicazione di legge", rispetto al quale i quesiti esigevano (Cass. 7 maggio 2009, n. 8463; 19 febbraio 2009, n. 4044, 30 settembre 2008, n. 24339; 17 luglio 2008, n. 19769) che in essi venisse identificata la "ratio decidendi" del provvedimento impugnato e ne venisse sinteticamente contestata la fondatezza proponendosi la esatta, alternativa, "ratio decidendi".
Viceversa il primo quesito è formulato postulando un vizio motivazionale, inammissibile in relazione alla dedotta violazione di legge e il secondo in modo del tutto generico, rinviando alla disciplina generale in materia di affido condiviso ed, ancora, a vizi motivazionali circa il collocamento della minore presso la madre. 2. Con il secondo motivo si denuncia la violazione della L. n. 54 del 2006. Si deduce al riguardo che la Corte d'appello, pur avendo disposto l'affido condiviso avrebbe poi utilizzato le modalità d'esercizio secondo criteri propri della previgente disciplina di affido esclusivo, limitando la frequentazione del padre con la minore a tre week-end al mese, così violando l'art. 155 cod. civ. - che riconosce al minore il diritto a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori e conservare rapporti significativi con gli ascendenti e parenti di ciascun ramo genitoriale - e determinando una situazione deteriore per il padre rispetto alla frequentazione disposta dal tribunale. Secondo il ricorrente la su detta limitazione svuoterebbe di significato l'affido condiviso, ponendosi in contrasto con la sua stessa "ratio". Si formulano in proposito i seguenti quesiti: 1) Si chiede alla Corte dì cassazione di voler affermare che il provvedimento reso dal giudice di merito, con il quale lo stesso adotta i provvedimenti relativi ai figli minorenni, sia dichiarato come assunto in violazione di legge, e segnatamente della disciplina dettata dagli artt. 155 e segg. cod. civ., in quanto dal suo esame emerge chiaramente uno squilibrio dei rapporti della minore con uno dei due coniugi e ciò con riferimento a indici immediatamente rilevabili quali l'asimmetrica ripartizione dei tempi di frequentazione, il cui rapporto (nel caso di specie di uno a cinque) è manifestamente iniquo, e tale ripartizione non risponde ad alcuna esigenza del minore e, in via gradata ed eventuale, dei genitori. Dovendosi in tale ambito affermare l'illegittimità del provvedimento soprattutto perché è ingiustamente e immotivatamente limitativo del rapporto fra il padre e la minore, nonostante egli abbia manifestato la volontà e disponibilità a mantenere uno stretto rapporto con la figlia, e quando non siano state mai contestate e/o messe in dubbio le sue capacità di provvedervi. Si chiede inoltre alla Corte di cassazione di affermare che il provvedimento della Corte d'appello sia stato reso in violazione di legge in quanto dimostra di non avere minimamente contemperato le diverse esigenze del minore e dei coniugi, proponendo delle modalità di frequentazione che non sono rispettose da un lato della pari dignità dei ruoli e dei diritti di ciascun genitore, e non è realmente funzionale al mantenimento di un equilibrato e continuativo rapporto con la minore, non essendo idoneo, e quindi rispettoso della "ratio legis" un sistema incentrato solo su delle limitazioni, peraltro non necessitate da alcuna esigenza e tali da impedire al padre di partecipare alla vita della figlia durante l'arco della settimana o in particolari periodi, escludendolo dalla sua vita quotidiana e negandogli la possibilità di vederla e frequentarla in via autonoma al dì fuori dei ristretti limiti temporali indicati dal giudice, che dovrebbero strutturarsi come limiti minimi a garanzia della frequentazione padre-figlia e non come limiti massimi che ne frustrino lo sviluppo. E ciò in considerazione del fatto che di per sè la rigida e limitativa disciplina disegnata dalla Corte d'appello da solo, è idonea a condizionare e, per quanto di ragione, impedire l'attuazione di quanto previsto dall'art. 155 cod. civ., pregiudicando così l'interesse della minore. 2) Si chiede alla Corte di cassazione di verificare se il decreto della Corte d'appello sia conforme a legge, ovvero in sua violazione laddove, nel modulare la disciplina dei rapporti tra la minore e i genitori, a seguito dell'intervenuto trasferimento della madre con la bambina, non ha adottato misure volte a mitigare la difficoltà che ciò ha frapposto all'ordinaria frequentazione padre-figlia, ma le ha accentuate riducendo drasticamente le occasioni (tre fine settimana) d'incontro in via autonoma. Non prevedendo cioè la possibilità che il padre continuasse a trascorrere con la figlia due o tre pomeriggi alla settimana. Statuizione quella della Corte d'appello che modifica immotivatamente "in peius" il contenuto dell'accordo consensuale tra i coniugi in sede di separazione ove, nonostante la previgente disciplina, è stato riconosciuto al padre un ampio diritto di visita alla figlia. La Corte d'appello, pur prendendo atto che "quanto alla questione principale agitata dalla reclamante - che non è la condivisione dell'affido, verso la quale non sono espresse particolari critiche - ma l'imposizione della residenza a Rieti quale condizione del mantenimento della convivenza con la madre", vale a dire che motivo di doglianza della Dott.ssa Vecchi non era l'affido condiviso, ne' l'ampiezza del diritto di visita del padre, immotivatamente in extrapetizione e "contra legem" ha ridotto drasticamente la possibilità d'incontro autonomo (vale a dire senza la presenza della madre e/o dei nonni materni) tra figlia e padre,. E ciò in violazione sia dell'accordo omologato dal tribunale di Rieti che ha forza di legge, sia del combinato disposto degli artt. 155, 155 ter e 155 quater cod. civ. che è risultato frustrato nella sua applicazione concreta.
Il motivo va rigettato, essendo infondato nella parte in cui con esso si deduce extrapetizione, rientrando la rimodulazione dei periodi in cui il ricorrente potrà tenere presso di sè la figlia, in relazione alla nuova situazione determinatasi, nei poteri officiosi del giudice nella materia "de qua". È invece inammissibile per la parte restante, con la quale in effetti si censurano valutazioni di mero merito, inerenti alla su detta rimodulazione, incensurabili in questa sede non rinvenendosi in esse profili d'incongruità. Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente alle spese del giudizio di cassazione.
 
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese del giudizio



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Molti rinunciavano, altri invece, come detto poco fa, scendevano a chiedere la chiave al barista.In effetti i servizi erano davvero occupati, eccome.Dentro ci ero finito io, e vi sono rimasto fino alle 19, 6 ore in tutto ...comunque, cercando il lato positivo, sempre meglio che restare chiusi in ascensore.Sul subito vi verrà da pensare che ci fossi rimasto chiuso dentro ...chiave spezzata nella toppa o qualcosa del genere, invece no, nel bagno mi ero rifugiato volontariamente, non potendomene di certo stare in studio in mutande!Ma facciamo un piccolo passo indietro.In quel periodo, che per giunta coincideva con un luglio raramente così torrido, il mio dominus aveva deciso, complice una furibonda litigata con il proprietario delle mura per questioni di spese condominiali, di traslocare in uno studio più piccolo, dalle spese più contenute. Due giovani avvocati con lui da un anno erano stati invitati dal giorno alla notte a trovarsi una nuova sistemazione, mentre noi praticanti eravamo stati tenuti tutti in blocco, tanto nella nuova stanza ci saremmo comunque stati, naturalmente a strati.All'epoca dei fatti il PCT era pura fantascienza ed i fascicoli erano quelli di sempre, atti e documenti di carta e polvere.Il dominus aveva si e no una sessantina d'anni, ragione per cui lascio immaginare il suo archivio che cosa potesse mai contenere.E' stato così che, una bella mattina, siamo stati tutti avvisati (noi praticanti), che era necessario fare il trasloco verso la nuova destinazione, ragione per cui era necessario rimboccarsi le maniche della camicia e iniziare a trasbordare faldoni e mobilio (naturalmente a bordo dei nostri mezzi, con zona blu a pagamento per il posteggio) verso la nuova sistemazione.E' stato così che, proprio mentre stavo sollevando il piano di una scrivania che avevo appena finito di smontare dal proprio basamento, un sordo strappo ha sovrastato il chiacchiericcio dell'ufficio.Era quello dei pantaloni del mio completo che, proprio come in una comica di Stanlio ed Ollio, si erano improvvisamente aperti mettendomi a nudo quella parte dove la schiena cambia nome, tra la mia disperazione e l'ilarità dei miei colleghi.Non ricordo esattamente come il tutto sia accaduto, se il tessuto abbia ceduto per lo sforzo della mia posizione o perchè impigliatosi chissàdove, fatto sta che in un nano secondo era come se fossi stato azzannato da dietro da un grosso cane da guardia.Nel parapiglia del momento si è pure fatto vivo l'Avvocato, che ricordo benissimo essersi materializzato con una coca cola in lattina in mano, che, dopo aver lanciato un paio di improperi contro il locatore dell'ufficio (ovvero la causa del trasloco), mi ha detto di andare a chiudermi in bagno perchè, in quello stato, non potevo certo farmi vedere in giro.Così ho fatto, andando a rifugiarmi nel luogo di decenza in attesa di istruzioni sul da farsi.Dopo una decina di minuti sento bussare alla porta.Era una delle segretarie che, con un qual certo imbarazzo, mi chiedeva di dargli i pantaloni.Vedendo la mia faccia stupita mi spiegò che Tizio (un mio collega praticante) era stato mandato di fretta e furia nella più vicina merceria per comprare (senza specifica alcuna in ordine al possibile rimborso) ago e filo per sistemare i miei pantaloni.In effetti in quello stato non potevo né andare in giro per l'ufficio, né tanto meno attraversare mezza Torino per tornarmene a casa, ragione per cui rammendare i calzoni alla carlona era l'unica possibilità spendibile.Mi sono tolto quindi i pantaloni appendendoli subito dopo alla mano della segretaria che, dal corridoio, spuntava dentro al bagno nella fessura della porta socchiusa.Era estate, luglio pieno, faceva un caldo boia, e quella di dare i miei pantaloni sudati all'impiegata (non so quanto vi fosse di ironico in quel "grazie dottore" non appena a sue mani) era davvero la cosa meno allettante del mondo.Ed eccomi la, chiuso nel bagno, con l'immagine dello specchio a muro che rifletteva beffarda una delle immagini più spaventose in natura: quella di un uomo (io!) in camicia, scarpe classiche e calzini blu (per fortuna lunghi sotto il ginocchio).Adesso ci rido su, a ripensarci, ma al momento, credetemi, è stato veramente umiliante.Naturalmente l'impiegata aveva anche il suo bel da fare a svolgere il proprio lavoro (ricevere e passare telefonate, accogliere i clienti, mandare fax etc. etc.), per cui era più che mai ipotizzabile che la cosa sarebbe andata per le lunghe ...ed infatti!Non avendo niente da fare, mi sono fatto passare dalla porta, con percorso inverso ma con le stesse modalità con cui i miei pantaloni erano usciti, il mio pc portatile, così almeno da portarmi avanti con il lavoro, avevo infatti un appello che mi scadeva di li ad un paio di giorni.E' stato, lo giuro, l'unico atto della mia vita redatto sopra ad un wc, non essendovi altro luogo sul quale sistemarmi alla bisogna.Poco prima delle 19 sento bussare alla porta. I miei pantaloni erano pronti.Quel cretino del mio collega aveva preso un filo di un colore che non c'azzeccava nulla con quello della stoffa da rammendare, ma andava bene così, l'unica cosa che contava veramente era uscire da quel maledetto loculo e ritornare finalmente nel mondo civile. Il giorno dopo, sapendo quello che mi aspettava, sono andato in studio in blue jeans …e qualcuno ha pure avuto il coraggio di farmi notare come certi abbigliamenti non fossero consoni ad uno studio legale. ADR: Quanto è durato il trasloco? Oddio, fammi pensare...diciamo in tutto due settimane malcontate, compreso un sabato in cui ho dovuto pure fare gli straordinari. Diciamo che tra le varie competenze acquisite durante la pratica viè stata pure quella di facchinaggio, che non guasta mai.

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Controluce - D'Ambrosio Mary - 04/06/2014
QUANDO LA POTESTA' NON E' ESERCITATA NELL'INTERESSE DEL FIGLIO - Mary d'Ambrosio
L"art. 322 c.c. concede al figlio l'azione di annullamento di tutti gli atti compiuti dal genitore esercente la potestà senza rispettare le norme di cui agli articoli precedenti, dettate a tutela del minore. Fra tali norme rientra quella per cui il denaro del minore deve essere investito previa autorizzazione del giudice tutelare e secondo le modalità prescritte in tale autorizzazione.Qualora il genitore disattenda tali disposizioni ed impieghi il denaro nell'interesse proprio, anzichè nell'interesse del figlio, l'atto va incluso fra quelli suscettibili di annullamento, di cui all'art. 322 c.c..Tanto stabilisce la Corte di Cassazione con ordinanza n. 12117 del 29/05/2014.Il fatto in breve.La ricorrente citava in giudizio il proprio genitore chiedendo l"annullamento del contratto da questi concluso per l"acquisto di un immobile che intestava a sé medesimo e, fatalmente, faceva oggetto delle rivendicazioni dei propri creditori, impiegando somme di proprietà della figlia, all"epoca minorenne, sulla scorta dell"autorizzazione del Giudice Tutelare all"impiego dei capitali per l"acquisto di un fondo commerciale da intestare alla minore.La domanda di annullamento proposta dall'attrice era limitata alla parte dell"atto in cui veniva inserita come parte contrattuale il genitore piuttosto che lei stessa.Il Tribunale rigettava la domanda con invio degli atti alla Procura.La Corte territoriale non rilevava l"applicabilità dell"art. 322 c.c. in quanto, a parere della stessa, la norma è applicabile ai soli casi in cui il genitore non agisce in nome proprio ma spendendo la propria qualità di rappresentante del figlio.La Corte di Cassazione chiarisce che l"art. 322 c.c. è sì applicabile al caso di specie in quanto commina la sanzione della annullabilità agli atti compiuti in violazione delle norme contenute negli articoli precedenti. Esso si applica, in primo luogo, agli atti compiuti dai genitori senza la preventiva autorizzazione del Giudice Tutelare richiesta dall'art. 320, o in difformità dalla stessa. Secondariamente, opera con riferimento agli atti compiuti da uno solo dei genitori, anziché da entrambi, salvo il caso in cui si tratti di negozi per i quali è prevista la rappresentanza disgiunta.Nel caso in questione il genitore disattendeva le indicazioni del Giudice Tutelare impiegando le somme di proprietà della figlia nell"interesse proprio e a danno della minore.Legittima è pertanto l"azione proposta dalla figlia entro il termine prescrizionale di cinque anni a decorrere dalla data del compimento della maggiore età.La Corte ritiene altresì applicabile in via analogica l"art. 1432 c.c.Nel caso di annullamento del contratto per errore, dispone la norma, la parte in errore non può chiedere l"annullamento se, prima di subirne pregiudizio, la controparte offre di eseguirlo in modo conforme al contenuto  e alle modalità del contratto che quella intendeva concludere.La ratio di questa disciplina è rinvenibile nel principio di conservazione del negozio a tutela della buona fede contrattuale.L'applicazione analogica trova conforto nel fatto che è la stessa parte legittimata all"annullamento, nel caso de quo, a fare richiesta di rettifica del contratto ritenendone gli effetti vantaggiosi per sé. Inoltre non si profila pregiudizio alcuno per la controparte venditrice stante la conservazione del contratto con conseguente irrilevanza della persona dell'acquirente (il padre o la figlia).