Lavoro - Lavoro -  Maria Rita Mottola - 20/07/2019

Cass. sez. Lav. 12 luglio 2019, n. 18808/19 – Mobbing per chi un lavoro ce l’ha

Oggi il lavoro è merce rara, la disoccupazione raggiunge tassi a due cifre, soprattutto tra i giovani. E quando una merce scarseggia si fa di tutto per accaparrarsela. Dalla fine degli anni ’90 l’emersione di un fenomeno come il mobbing dava ragione di un mondo che procedeva irrimediabilmente verso le barbarie. Ne demmo conto, nel lontano gennaio 2003, allorquando pubblicammo una monografia sul mobbing e la condotta antisindacale per la casa editrice Utet. Se il datore di lavoro non comprende che la ricchezza della propria azienda è il capitale umano e non lo preserva e tutela, il declino arriva velocemente. Se i colleghi di lavoro si prestano ad un’opera di distruzione psicologica del malcapitato, il declino sociale e umano è già arrivato. Barbarie appunto. Il lungo di lavoro che dovrebbe essere il luogo della realizzazione ove si possono esprimere le proprie capacità diviene un luogo di tortura.

Si rammenta, solo per sottolineare come il legislatore italiano, un tempo, sapeva scrivere le leggi ed era all'avanguardia, la norma fondamentale di tutela della salute sul luogo di lavoro. Chi non può condividere l’art. 2087 c.c. scritto nel lontano 1942? “L'imprenditore è tenuto ad adottare nell'esercizio dell'impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.

Tre gli spunti che la sentenza in commento propone.

Primo. La causa per il risarcimento dei danni derivanti da mobbing è stata promossa da una lavoratrice avverso un Comune. Se da un lato è facile sottolineare come il lavoro privato scarseggia, dall’altro non è possibile non rilevare come un Ente Pubblico avrebbe una responsabilità maggiore nei confronti dei propri dipendenti perché alla natura di datore di lavoro si affianca quale di ente esponenziale di diritti collettivi.

Secondo. iS legge in motivazione come la Corte territoriale abbia sottolineato come le condotte riconducibili al datore di lavoro possano avere natura colposa e non necessariamente dolosa. Infatti,

è pacifico che “seppure ciò non integri la fattispecie tipicamente intenzionale del mobbing, anche inadempimenti colposi ad obblighi datoriali che influiscano dannosamente sull'ambito psichico dei lavoratori possano integrare la responsabilità ex art. 2087 c.c. (Cass. 20 giugno 2018, n. 16256; Cass. 20 aprile 2018, n. 9901).

Nel caso di specie, in realtà, la stessa Corte meneghina aveva riconosciuto la sussistenza di condotte vessatorie.

Terzo. La difesa del Comune deduce che la lavoratrice manteneva una condotta ostile e che tale atteggiamento avrebbe giustificato la “ritorsione” da parte dell’amministrazione. Ma così motiva la S.C.

“d’altra parte, non è vero che per configurare il mobbing (o lo straining) quali comportamenti vessatori nei confronti del dipendente sia necessario che non ricorra conflittualità reciproca. Infatti, pur a fronte (in via di mera ipotesi) di atteggiamenti ostili del lavoratore, il datore di lavoro non è certamente legittimato ad indursi a comportamenti vessatori. Egli può infatti senza dubbio esercitare i propri poteri direzionali ex art. 2104, co. 2, c.c., come anche, nel caso, i poteri disciplinari, ma nei limiti stabiliti dalla legge e comunque nel rispetto di un canone generale di continenza, espressivo dei doveri di correttezza propri di ogni relazione obbligatoria, tanto più se destinata ad incidere continuativamente sulle relazioni interpersonali. Canone che è certamente e comunque superato allorquando i comportamenti datoriali - ovverosia proprio della parte che nell'ambito del rapporto si pone in posizione di supremazia in quanto titolare del potere di dirigere i propri dipendenti - ricevano una qualificazione in termini di vessatorietà.”

Il Comune avrebbe dovuto trovare altre misure legittime e rispettosa dei diritti della lavoratrice per contestate le condotte inadeguate della stessa e non accanirsi contro di lei in modo tale da procurare danni alla salute.