Interessi protetti - Successioni, donazioni -  Francesca Zanasi - 23/02/2018

Cassazione, ordinanza 27417 del 2017: non serve il consenso dei coeredi perché il legittimato possa accedere alla propria quota di crediti ereditari

Alla data del decesso del marito (A.C.), la moglie V.T., insieme alle due figlie, E.C. e R.C. dopo aver effettuato le dovute comunicazioni in Banca, chiedeva di poter prelevare le somme depositate in conto corrente cointestato con il marito, riscuotendole nei limiti delle quote di loro spettanza, e di disinvestire alcuni titoli ivi depositati.
Il coerede delle attrici, C.C. (figlio del de cuius, si presume) non aveva prestato adesione alla descritta richiesta e, correlativamente, la Banca aveva opposto un rifiuto alla restituzione delle somme, procedendo peraltro con una nuova operazione di investimento.
Le richiedenti ricorrevano dunque in giudizio, innanzi al Tribunale di Venezia, al fine di ottenere la condanna dell’istituto di credito al versamento delle somme indicate, nonché il risarcimento – richiesto anche nei confronti del coerede non aderente - del danno cagionato dall’investimento.
Con sentenza n. 428 del 2010 il Tribunale di Venezia accoglieva le domande delle attrici, così assegnando a quest’ultime le somme e i titoli richiesti ed altresì condannando la Banca e il sig. C.C., coerede delle attrici, al risarcimento del danno.
Conseguentemente al gravame proposto, in via principale, dal coerede C.C. e, in via incidentale, dall’Istituto di Credito in parziale riforma della decisione del Tribunale de quo, la Corte d’Appello di Venezia, con sentenza n. 612/2016, rigettava la domanda attorea, applicando il principio secondo cui i crediti ereditari cadono in comunione e non si dividono automaticamente tra i coeredi, così che gli stessi devono essere oggetto di divisione. Pertanto, secondo la Corte d’Appello adita, poiché l’azione del singolo partecipante alla comunione è sempre svolta nell’esclusivo interesse della comunione, ciò esclude che il coerede possa agire per il pagamento della quota parte del credito ereditario nel proprio esclusivo interesse.

Il ricorso

La sentenza della Corte d’Appello veniva impugnata con ricorso per Cassazione dalle Parti soccombenti. Nello specifico, le ricorrenti lamentavano:

1) l’erronea interpretazione dei principi enunciati dalle Sezioni Unite con la sentenza 24657/2007, ove, in riferimento ai debiti ereditari, veniva statuito che “cadano in comunione e che debbano quindi essere divisi alla stregua delle altre componenti attive dell’asse”;

2) l’omesso esame della circostanza fattuale che V.T., vedova di A.C., fosse cointestataria del conto in oggetto;

3) la deliberata iniziativa della Banca, informata del decesso di A.C. e della volontà delle eredi di non proseguire nell’investimento nei titoli di credito, di ignorare tali circostanze e provvedere al reinvestimento delle somme sulla base della mancata adesione del coerede C.C.

La decisione della Cassazione

La Suprema Corte evidenzia la fallacia del ragionamento portato avanti dalla Corte d’Appello di Venezia e ritiene che il Giudice del gravame non abbia tenuto conto dell’orientamento espresso dalle Sezioni Unite con sentenza 24657/2007 nella sua completezza.
Ed invero, secondo tale orientamento, se pure i debiti ereditari siano componente essenziale della comunione e di conseguenza vadano divisi, “ogni coerede ha il diritto di chiedere la riscossione dell’intero credito ovvero della quota di sua spettanza, e senza che ciò implichi la necessaria partecipazione al giudizio degli altri coeredi, essendosi esclusa la ricorrenza di una fattispecie di litisconsorzio necessario”.
In altri termini, il singolo coerede ben potrà attivarsi per la riscossione del credito, in tutto o in parte, senza la necessità che l’intervento avvenga nell’esclusivo interesse della comunione.
Le eventuali pretese di rendiconto, precisa anche la Cassazione, potranno dar luogo a contrasti che troveranno naturale sede di risoluzione in un successivo giudizio di divisione.
Con l’accoglimento della prima doglianza, la Suprema Corte assorbe anche i motivi successivi e sottolinea:

  • la circostanza per cui V.T., appellante e vedova di A.C., fosse cointestataria del conto corrente in oggetto, e per questo avrebbe dovuto ottenere l’immediata restituzione di quanto richiesto;
  • il mancato riconoscimento da parte della Corte d’Appello di una effettiva responsabilità in capo alla Banca, nonostante quest’ultima deliberatamente aveva reinvestito le somme del de cuius anche in assenza del consenso della cointestataria - coerede, sulla base di una circostanza ritenuta quindi irrilevante (il diniego da parte del coerede C.C.).

 Focus on: la determinazione delle porzioni ereditarie nel diritto vigente

 Focalizzando l’attenzione sui risvolti applicativi del principio affermato dalla Suprema Corte nell’ordinanza in commento è opportuno ripercorrere, in breve, i criteri per la formazione delle porzioni ereditarie.
L’ordinanza pone un cenno alle differenze in tema di ripartizione ereditaria tra i crediti ed i debiti del defunto, richiamando le statuizioni delle Sezioni Unite, nella nota sentenza n. 24657/2007. I crediti del de cuius si sottraggono alla regola della ripartizione automatica tra i coeredi dettata dall’art. 752 c.c. esclusivamente per i debiti ereditari ed entrano a far parte della comunione ereditaria, come si desume dal combinato disposto delle seguenti norme:

  1. a) 727 c.c. il quale stabilisce che le porzioni debbano essere formate comprendendo anche i crediti;
  2. b) 757 c.c. il quale prevede che il coerede al quale siano stati assegnati tutti o l’unico credito succede nel credito al momento dell’apertura della successione;
  3. c) 760 c.c. che esclude la garanzia per insolvenza del debitore di un credito assegnato a un coerede.

Trova pertanto applicazione il principio generale secondo cui ciascun soggetto partecipante alla comunione può esercitare singolarmente le azioni a vantaggio della cosa comune, senza necessità di integrare il contraddittorio nei confronti degli altri partecipanti; invero il diritto di ciascuno di essi investe la cosa comune nella sua interezza e la pronuncia sul diritto comune spiega i propri effetti nei riguardi di tutte le parti interessate.
Resta fermo che non rientrano nell’ambito della tutela del diritto azionato i rapporti patrimoniali interni tra coeredi, destinati ad essere definiti con lo strumento divisorio.
Interessante, sul punto, notare che la declaratoria di nullità di una donazione effettuata in vita dal de cuius (ad esempio per difetto di forma solenne) importa la qualificazione dell’importo donato come credito ereditario in favore dell’asse ereditario e a carico del soggetto al quale il denaro è stato attribuito (argomento approfondito dalla Cassazione nella sentenza n. 20633/2014).
Pertanto, affermatane giudizialmente la nullità, per qualsiasi causa, la donazione dichiarata nulla sarà soggetta alla medesima disciplina dettata per i crediti ereditari.
Diversa disciplina è prevista per le donazioni valide (dirette o indirette), che soltanto nell’ipotesi di lesione della quota di legittima potranno essere, com’è noto, giudizialmente ridotte.
Nulla quaestio, invece, sulla ripartizione dei debiti ereditari tra gli eredi: sul punto il dettato normativo dell’art. 752 c.c. è chiaro nello stabilire che i coeredi contribuiscono tra loro al pagamento dei debiti e pesi ereditari in misura proporzionata alle loro quote ereditarie, con salvezza di quando diversamente disposto per via testamentaria. 

La decisione in sintesi

La Corte accoglie il primo motivo assorbendo i successivi e cassa la sentenza, con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello anche in relazione alle spese.