Responsabilità civile - Ingiustizia, cause di giustificazione -  Riccardo Mazzon - 16/09/2017

Cause di giustificazione: differenze con figure similari

Discorrendo circa la differenza cause di giustificazione/figure ad esse similari, è chiaro che, pur lasciando sussistere l’illiceità del fatto, le cause di esclusione della colpevolezza escludono che possa muoversi un rimprovero personale al suo autore per la commissione del fatto, in quanto trattasi di circostanze psicologicamente coartanti, che rendono difficile richiedere al soggetto un comportamento conforme al diritto: pertanto, poiché esse sono circostanze che attengono all’elemento soggettivo, ne consegue la loro applicabilità in quanto e se conosciute dall’agente, così escludendo qualsiasi estensibilità ad altri eventuali concorrenti; così, per fare un esempio, la causa di non punibilità prevista dall’art. 384 c.p. (necessità di salvare da grave ed inevitabile nocumento nella libertà o nell’onore) è fondata, per taluni - per compiuti approfondimenti, si veda il trattato "Le cause di giustificazione nella responsabilità per illecito", Riccardo Mazzon, Milano 2017 -, proprio sul principio dell’inesigibilità che esclude la colpevolezza.

Quanto, invece, alle cause di esenzione da pena, esse sono da considerarsi circostanze esterne al fatto umano che lasciano integre tanto l’antigiuridicità quanto la colpevolezza (pertanto ci troviamo di fronte ad un fatto tipico, antigiuridico e colpevole), ma che escludono la punibilità a seguito di valutazioni attinenti alla necessità, nonché alla meritevolezza, della pena (per esempio, il legislatore ritiene che non si debba applicare la sanzione penale, per ragioni di mera opportunità, quando prevede determinate ipotesi di immunità), non potendo di conseguenza venir estese ad eventuali concorrenti nel reato: ne consegue, per costante giurisprudenza, l’inapplicabilità alle stesse dei principi generali valevoli per le cause di giustificazione, primo fra tutti il principio di putatività e ciò nonostante qualche isolata pronuncia di merito di contrario avviso.

Ad ogni buon conto, per spiegare il fondamento sostanziale delle cause di giustificazione, la dottrina adotta un modello esplicativo ora di tipo monistico ora di tipo pluralistico; secondo il modello monistico, tutte le scriminanti andrebbero ricondotte ad uno stesso principio: principio ravvisato, di volta in volta, nel criterio del “mezzo adeguato per il raggiungimento di uno scopo approvato dall’ordinamento giuridico”; ovvero della “prevalenza del vantaggio sul danno”; o ancora del “bilanciamento tra beni in conflitto”; oppure di un “giusto contemperamento tra interesse e controinteresse”; sia rinvenibile o meno un fondamento comune a tutte le scriminanti, rimane tuttavia il dato incontestabile che ciascuna causa di giustificazione presenta elementi ad essa propri: sicché, nell’individuare portata e limiti di ogni scriminante, decisivo appare un approccio che tenga conto delle peculiarità contenutistiche di ciascuna di esse (è questo il  c.d. modello pluralistico, che si contrappone a quello monistico, sostenendo per l’appunto che, se da un lato è rinvenibile nella generalità delle scriminanti un fondamento comune, dall’altro resta innegabile il fatto che ciascuna di queste cause di giustificazione presenta caratteristiche proprie e peculiari, che permettono di distinguerla da ogni altra).

Il modello pluralistico, in altri termini, tende ad individuare diversi criteri capaci di spiegare il fondamento sostanziale delle varie esimenti, provvedendo pertanto il più delle volte a ricondurre le scriminanti in esame nell’ambito di differenti principi ed, in particolare, il principio dell’ “interesse prevalente” (a tale criterio si riconducono le scriminanti dell’esercizio del diritto, dell’adempimento del dovere, della difesa legittima e dell’uso legittimo delle armi) ed il principio dell’ “interesse mancante” (a tale criterio si riconducono le scriminanti del consenso dell’avente diritto e dello stato di necessità).

Naturalmente qualsiasi tentativo di sistemazione ha i suoi limiti, giacché ciascuna soluzione proposta finisce sempre per non tenere il passo dell’evoluzione dei rapporti sociali i quali sono in perenne divenire e, in quanto tali, sfuggono a qualsiasi tipo di stabile concettualizzazione: Padovani, peraltro, a tal proposito, correttamente nota come, in ogni caso, le cause di giustificazione si ispirano al principio del bilanciamento degli interessi; e anche la giurisprudenza, seppur incidentalmente, quando necessario, tende ad utilizzare efficacemente il concetto del bilanciamento degli interessi in conflitto.

Esemplificazioni:

“Il principio di colpevolezza implica che la persona è penalmente responsabile solo per azioni da lei controllabili e mai per comportamenti che solo fortuitamente producano conseguenze parzialmente vietate e comunque mai per comportamenti realizzati nella inevitabile ignoranza del precetto” (Corte cost. 24 marzo 1988, n. 364, FA, 89, 3).

“La causa di non punibilità di cui all'art. 384 c.p. postula come condizione che ne costituisce anche la ragione giustificatrice lo stato di necessità, ossia una situazione di pericolo non determinata dal soggetto attivo. Essa, inoltre, è basata sul principio della inesigibilità di un comportamento diverso, come tale escludente la colpevolezza, a differenza dell'esimente di cui all'art. 54 c.p. avente natura di causa oggettiva di esclusione della antigiuridicità. Invero, non agisce per esservi stato costretto dalla necessità di salvare se stesso colui che compie un atto superfluo e non producente ai fini dell'autofavoreggiamento, per la libertà scelta di aiutare altri ad eludere le investigazioni dell'autorità” (Cass. Pen., sez. I, 3 luglio 1980, CP, 1982, 463; GP, 1981, II, 343).

Trib. Napoli 1 aprile 1976, GM, 1979, 697: “circostanze di esclusione della pena ai sensi dell'art. 59 c.p. sono le situazioni di non punibilità disciplinate dalla legge, preesistenti o concomitanti al fatto descritto dal modello legale di reato, che rilevano quando questo sia stato compiutamente realizzato e che non riguardano la capacità di diritto penale (c.d. cause di giustificazione, o di liceità, o di esclusione della punibilità), nonché quelle altre situazioni di non punibilità, successive al fatto descritto nel modello legale di reato, al di fuori delle cause estintive del reato (c.d. cause di esenzione dalla pena)”.

“Le cause di giustificazione, pertanto, possono definirsi: quelle speciali situazioni nelle quali un fatto, che di regola è vietato dalla legge penale, non costituisce reato per l’esistenza di una norma che lo autorizza o lo impone. Se si ricerca la ragione sostanziale per cui queste cause eliminano l’antigiuridicità, non è difficile ravvisarla nella mancanza di danno sociale. Allorché esse ricorrono, infatti, l’azione non contrasta con gli interessi della comunità come avviene normalmente, e ciò perché in quelle determinate situazioni è necessaria per salvare un interesse che ha un valore sociale superiore, o per lo meno uguale a quello che si sacrifica. Esulando per tal modo il danno sociale, l’intervento dello Stato con la sanzione punitiva non ha più ragion d’essere” (Antolisei 2003, 273).

“Così si comprende perché la dottrina dominante propenda per un modello di tipo pluralistico, tendente a ricondurre le esimenti a principi diversi. Tra i criteri solitamente più invocati, rientrano i due principi dell’interesse prevalente e dell’interesse mancante: il primo spiega le scriminante dell’esercizio del diritto, dell’adempimento del dovere, della difesa legittima e dell’uso legittimo delle armi; il secondo spiega, invece, le altre due scriminante generali del consenso dell’avente diritto e dello stato di necessità” (Fiandaca - Musco 2009).

“Le cause di giustificazione si ispirano al principio del bilanciamento degli interessi in conflitto; la prevalenza dell’uno o dell’altro è condizionata cioè ad una valutazione comparativa del loro rispettivo valore”. (Padovani, Diritto penale, Giuffrè, Milano, 2008, p. 187 ss.).

“nel caso in cui passi di un volume dedicato al tema della mafia (contenente, tra l'altro, la completa testimonianza di un ex aderente a "cosa nostra") ledano profondamente l'onore e la reputazione di una persona, nella valutazione dell'esercizio del diritto di cronaca e di critica e nel conseguente bilanciamento tra i due beni costituzionalmente protetti del diritto alla libertà di manifestazione del pensiero e quello alla dignità personale, nell'attuale momento storico in cui la lotta a quel cancro sociale che è la mafia è basilare per la stessa difesa delle strutture democratiche, deve prevalere la libertà di parola; a tal fine è sufficiente che l'agente ritenga per errore involontario che i fatti narrati siano veri per configurarsi a suo favore una causa di esclusione della punibilità venendo a mancare del tutto l'elemento psicologico necessario per concretare l'esistenza del reato di diffamazione” (Trib. Trento 26 ottobre 1993, RP, 1994, 55).