Malpractice medica - Malpractice medica -  Riccardo Mazzon - 23/07/2019

Cause di giustificazione e obbligo informativo in capo al medico: il paziente che non vuole essere informato e la cartella clinica

E' possibile, peraltro, che il paziente non voglia essere informato in prima persona, ma preferisca delegare, al suo posto, un altro soggetto: esiste, nel nostro ordinamento, spazio per una sorta di diritto a non essere informato?

E' uno, questo, dei casi in cui emerge la necessità di prevedere un sistema alternativo di legittimazioni: il paziente, in effetti, pur rifiutando ogni informazione ben può indicare lui stesso una o più persone (parenti, amici, operatori sociali, medici di famiglia o altro) cui i sanitari saranno autorizzati a fornire notizie sulla malattia; sul punto si pone il problema sia di entro quali limiti la persona indicata avrà più tardi il potere di adottare, sulla base dei dati ricevuti, decisioni vincolanti per conto del paziente, sia se il ricorso ai modelli civilistici della rappresentanza siano opportuni e raccomandabili, in materia così delicata come quella medica - dettagli, anche relativamente alle pronunce infra richiamate, in "Le cause di giustificazione nella responsabilità per illecito", Riccardo Mazzon, Milano 2017 -.

In ogni caso, ogni decisione del paziente, in ordine al rifiuto di essere informato e all’indicazione di eventuali persone deputate a riceverlo, necessita di essere annotata nella cartella clinica sia per evitare eventuali equivoci o spiacevoli malintesi, sia per consentire a tutti gli operatori sanitari che si succedono nella cura del paziente di essere informati di quella decisione.

L'ammissibilità dell’informazione a terzi, in ogni caso, è senz'altro ammessa, nei termini di cui all'articolo 31 del Codice di deontologia medica: “l’informazione a terzi è ammessa solo con il consenso esplicitamente espresso dal paziente, fatto salvo quanto previsto all’art. 9 allorché sia in grave pericolo la salute o la vita di altri. In caso di paziente ricoverato il medico deve raccogliere gli eventuali nominativi delle persone preliminarmente indicate dallo stesso a ricevere la comunicazione dei dati sensibili”. 

Sempre nell'ambito che ci occupa, è altresì necessario evitare che il diritto all’informazione del paziente si trasformi in un eccesso di informazioni, o addirittura in una sorta di rischio di  accanimento informativo: l’operatore sanitario, in tal senso, deve contemperare l’esigenza di informazione con la necessità di evitare che il paziente, per una qualsiasi remotissima eventualità, eviti di sottoporsi anche ad un banale intervento.

Importante, peraltro, tener conto di come il medico venga meno all'obbligo di fornire un valido ed esaustivo consenso informato al paziente non solo quando omette del tutto di riferirgli della natura della cura cui dovrà sottoporsi, dei relativi rischi e delle possibilità di successo, ma anche quando ritenga di sottoporre al paziente, perché lo sottoscriva, un modulo del tutto generico, dal quale non sia possibile desumere con certezza che il paziente abbia ottenuto in modo esaustivo le suddette informazioni.

A tal proposito, l'importanza della cartella clinica non dev'essere esasperata: l’elemento cartaceo è solo una tappa di un rapporto umano in continua evoluzione, in cui il rispetto dell’autodeterminazione individuale è costante punto di riferimento, congiuntamente alla sensibilità, alla cultura e all’esperienza personale e peculiare del singolo; ad esempio, se il paziente sottoscrive il modulo per il consenso informato anestesiologico e chirurgico solo il giorno del suo stesso ricovero, un tanto può essere indice di una non adeguata valorizzazione; e, allo stesso modo, la sottoscrizione sul modulo per il consenso informato, raccolta dal solo medico anestesista, potrà rivelarsi atteggiamento in palese contrasto con il principio secondo cui l'informazione deve provenire personalmente dal medico che eseguirà l'intervento; per fare un esempio, è stato deciso che, sebbene il medico non sia tenuto ad illustrare al paziente tutti gli aspetti tecnici dell'intervento, ai fini di un valido consenso informato non è sufficiente l'atto, predisposto dal medico e sottoscritto dal paziente, nel quale quest'ultimo dichiari che gli è stata spiegata "la natura e gli effetti" dell'intervento, ed acconsenta "ad ogni intervento terapeutico che si renderà necessario durante il corso di tale operazione e alla somministrazione di anestetici necessari all'intervento stesso".

Il consenso informato è in stretta correlazione con la facoltà del paziente non solo di scegliere tra le diverse possibilità di trattamento medico, ma anche di eventualmente rifiutare la terapia e di decidere consapevolmente di interromperla; se è vero, infatti, che il consenso informato del paziente rende lecito l'intervento terapeutico del medico, non si può al contempo addivenire a soluzioni ermeneutiche che vanificano radicalmente tale principio, assumendo, per esempio, che il medico sia comunque e sempre legittimato all'espletamento dell'attività terapeutica in ossequio al fine curativo perseguito in favore del paziente: così, è stato deciso che, in caso di esito infausto dell'intervento terapeutico, il criterio di imputazione potrà essere, invero, di carattere colposo qualora il sanitario, in assenza di valido consenso dell'ammalato, abbia effettuato l'intervento nella convinzione del consenso ovvero sulle consuete ipotesi integrative della c.d. colpa medica, come quella di omissione di condotta tecnicamente doverosa...; ma si deve ritenere insuperabile l'espresso, libero e consapevole rifiuto eventualmente informato del paziente, ancorché l'omissione dell'intervento possa cagionare il pericolo di un aggravamento dello stato di salute dell'infermo e persino la morte. In tal caso, qualora l'esito dell'intervento eseguito con il dissenso del paziente sia risultato infausto... quanto alle conseguenze penali scaturenti da detto intervento terapeutico (escluso che la fattispecie possa rifluire nella previsione dell'art. 610 c.p.), viene in rilievo il disposto dell'art. 582 c.p. (lesione penale volontaria), così come nelle situazioni in cui si accerti che il sanitario abbia agito, pur essendo conscio che il suo intervento - poi causativo di danno o della morte del paziente - avrebbe prodotto una non necessaria menomazione dell'integrità fisica o psichica del paziente.