Responsabilità civile - Ingiustizia, cause di giustificazione -  Riccardo Mazzon - 31/08/2017

Cause di giustificazione: identificazione dei principi generali in ambito civile - Riccardo Mazzon

Quanto ai principi generali disciplinanti le cause di giustificazione, il codice civile non ne menziona alcuno: ciononostante, l’interprete (civilista) non potrà non chiedersi, pena un applicazione scorretta e parziale della disciplina in esame, quale sia la matrice della teoretica dell’antigiuridicità obiettiva (teoria tripartita), quali siano le categorie, affini alle c.d. scriminanti, suscettibili di eventualmente confondersi con esse, quale sia la ratio che sorregge le cause di giustificazione e, soprattutto, quali siano i principi generali sottesi all’applicazione pratica dell’istituto: principi che vanno dalla rilevanza oggettiva dell’istituto medesimo, all’eventuale rilevanza della putatività nonché, infine, all’incidenza dell’errore sulle scriminanti e alla sua efficacia in relazione al momento soggettivo dell’illecito (dolo o colpa).

Soccorre, a questo punto, il più volte notato parallelismo illecito civile/illecito penale, il quale consente (e, probabilmente, impone) di rinviare a quanto di seguito si dirà, con principi, pur attinti dalla dottrina penalistica, certamente validi ed utilizzabili anche in ambito civile - per compiuti approfondimenti, si veda il trattato "Le cause di giustificazione nella responsabilità per illecito", Riccardo Mazzon, Milano 2017 -.

Si possono definire, pertanto, cause di giustificazione quelle speciali situazioni nelle quali un fatto, che di regola è vietato dalla legge, non costituisce illecito per l’esistenza di una norma che lo autorizza o lo impone: pertanto il fatto, in tali condizioni, diviene giuridicamente lecito nonostante la sua conformità alla figura astratta di un illecito.

Né il codice penale, né tantomeno il codice civile, utilizzano mai la locuzione “cause di giustificazione”: il legislatore si limita semplicemente a parlare di “fatti non punibili” se commessi in una data situazione (vedi ad es. artt. 50, 51, 52, 53, 54 c.p.), di circostanze “che escludono la pena” (vedi art. 59, 1° comma, c.p.), di “circostanze oggettive che escludono la pena” (vedi art. 119, 2°comma, c.p.), di “non responsabilità” (art. 2044 c.c.) o “indennità” sostitutiva del risarcimento (art. 2045 c.c.).

All’interprete spetta pertanto un compito delicato, ossia individuare quali, tra le numerose ipotesi previste dalla legge, siano da ricondurre nell’ambito delle cause di giustificazione (altresì dette “fattispecie scriminanti”) e quali, invece, ricadano sotto l’egida di altri istituti giuridici (dal momento che la legge prevede, ad esempio, l’esclusione della punibilità di un soggetto anche in molte altre situazioni che nulla hanno a che vedere con la ratio delle cause di giustificazione: basti pensare, in ambito penale, all’ipotesi del difetto di imputabilità (art. 85, 1° comma, c.p.), all’errore sul fatto (art. 47 c.p.)…etc..

E’ doveroso, inoltre, chiedersi quale collocazione trovino le cd. cause di giustificazione all’interno della struttura dell’illecito: non v’è risposta univoca a tale quesito, tutto dipendendo dal tipo di teoria alla quale si intende aderire; naturalmente, è la dottrina penalistica ad aver affrontato in modo compiuto il problema, nei termini che seguono, due essendo le principali teorie formulate in merito alla sistemazione razionale degli elementi del reato: la teoria tripartita e la teoria bipartita.

Secondo i seguaci di tale teoria (tra i quali Mantovani, Fiandaca-Musco, Padovani), tre sono gli elementi essenziali del reato: il fatto (elemento materiale), la colpevolezza (elemento psicologico) e l’antigiuridicità, la quale viene desunta dalla conformità del fatto concreto al modello astratto di reato configurato dal legislatore e dalla mancanza di cause di giustificazione: tale dottrina consente una razionale sistemazione degli aspetti del reato sicché la si trova, seppur incidentalmente, efficacemente utilizzata dalla giurisprudenza: quando pretende, ad esempio, che le cause di giustificazione si configurino come elementi negativi di un reato perfetto in tutti i suoi aspetti (tipicità, antigiuridicità e colpevolezza); ovvero (e ormai sempre più spesso), in ambito di responsabilità derivante da illecito civile, quanto precisa che, in virtù dell'art. 2043 c.c., qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno, conseguendone che sono elementi costitutivi dell'illecito extracontrattuale il fatto illecito, il nesso di causalità, l'ingiustizia (o antigiuridicità) del danno, la colpevolezza e il danno.

Secondo, invece, i seguaci della teoria bipartita, in primis Antolisei, il reato si scompone semplicemente in elemento oggettivo (fatto materiale –comportamento esteriore dell’uomo-) ed elemento soggettivo (elemento psichico –atteggiamento della volontà-); e, dal confronto tra le due teorie, emerge, in particolare, che: se si aderisce alla teoria tripartita le cause di giustificazione, sulla base di quanto appena evidenziato, trovano autonoma collocazione all’interno dell’elemento della antigiuridicità; aderendo, al contrario, alle teorie che accolgono il sistema bipartito, vi è senz’altro da notare come l’argomento “cause di giustificazione” perda la propria autonomia, per essere conglobato all’interno dell’elemento oggettivo del reato.

La preferenza espressa dai più per il cd. sistema tripartito si giustifica senz’altro, pragmaticamente, con la possibilità che la teoria in oggetto dà all’interprete di localizzare in modo compiuto la cause di giustificazione e di diffusamente soffermarsi su regole e principi comuni all’antigiuridicità: simpatica, a tal proposito, l’affermazione di Padovani a supporto della preferenza accordata alla teoria tripartita, affermazione che si riporta integralmente, per la sua capacità comunicativa: “questa concezione (n.d.r. quella bipartita) non può essere seguita: come si vedrà in sede di analisi dell’antigiuridicità obiettiva, essa si risolve in una profonda alterazione dei piani di rilevanza, confondendo fenomeni sostanzialmente eterogenei; il fatto atipico per il difetto di un elemento positivo è essenzialmente un fatto inoffensivo; il fatto realizzato in presenza di una causa di giustificazione è un atto pur sempre lesivo di un interesse, ma lecito in forza di una particolare valutazione espressa sulla sua realizzazione. Livellarli su un medesimo piano sarebbe come equiparare l’uccisione di una mosca (atipica per il difetto di requisiti positivi) all’uccisione di un uomo in istato di difesa legittima (che risulterebbe parimenti atipica per le presenza di un requisito positivo)”.

Doveroso, a questo punto, precisare come le cause di giustificazione, specie in ambito penale, potrebbero confondersi con le (similari) figure delle c.d. cause di esclusione della colpevolezza e delle c.d. cause di esenzione da pena.

Peraltro, a ben vedere, le cause di giustificazione sono cause oggettive di esclusione dell’illecito in quanto rendono, ab origine, lecito un fatto che normalmente costituirebbe illecito, impedendo l’applicazione di qualsiasi tipo di sanzione (penale, civile, amministrativa): tali cause operano in virtù della loro obiettiva esistenza, indipendentemente dal fatto di essere state conosciute o meno, risultando pertanto applicabili non solo all’agente ma anche a tutti i soggetti che hanno eventualmente partecipato alla commissione del fatto.

Per inciso, in ordine all’aspetto psicologico relativo alle cause di giustificazione, non spaventi, in argomento, la circostanza secondo cui (come espone, ad esempio, la pronuncia della Suprema Corte in nota evidenziata) la loro portata scriminante generale in ambito penale potrebbe lasciar sussistere residue antigiuridicità in diversi settori dell’ordinamento giuridico: trattasi, evidentemente, di valutare la portata della causa di giustificazione avendo a mente la fattispecie concreta di riferimento: è chiaro infatti che, per fare un esempio, la sussistenza di una causa di giustificazione potrebbe impedire la sanzione penale, qualora il reato fosse punito solo in quanto doloso, lasciando però residuare un’eventuale responsabilità civile (risarcitoria) per colpa, nel caso la condotta dell’autore dell’illecito risultasse, nel suo complesso – e cioè avuto riguardo anche all’atteggiamento psicologico dell’autore del fatto nei confronti della causa di giustificazione - qualificabile, per l’appunto, non tanto “dolosa” ma senz’altro “colposa”.