Responsabilità civile - Ingiustizia, cause di giustificazione -  Riccardo Mazzon - 18/09/2018

Cause di giustificazione: il soccorso di necessità a danno del terzo innocente

Il soccorso di necessità è l’ipotesi in cui un estraneo interviene a favore della persona minacciata provocando un danno ad un terzo innocente, senza che la norma operi una distinzione fra terzo e terzo; così, ad esempio, per il padre in soccorso della figlia: è stato a tal proposito deciso - dettagli, anche relativamente alle pronunce infra richiamate, in "Le cause di giustificazione nella responsabilità per illecito", Riccardo Mazzon, Milano 2017 - che non è punibile (ex art. 54 c.p.) e non deve risarcire il danneggiato (ex art. 2045 c.c.) il padre della minore, affidata alla madre in base agli accordi omologati di separazione, il quale sia venuto meno all'obbligo di ricondurre al genitore affidatario, la figlia, dopo averla avuta con sé, conformemente agli accordi di separazione, per un breve periodo, qualora sia dimostrata la necessità di preservare la minore da un danno sicuro e grave, come quello derivante dall'impossibilità per la bambina di instaurare e godere, continuando a permanere con la madre, un sistema di relazioni extrafamiliari stabili e rassicuranti, a causa dei continui spostamenti territoriali di costei, e derivante altresì dal pericolo di un altamente probabile, definitivo trasferimento della madre, cittadina straniera, all'estero per ricongiungersi alla propria famiglia di origine; ancora, la Suprema Corte ha chiarito come, poiché rientra fra i diritti inviolabili della persona quello alla educazione ed alla corretta strutturazione della propria personalità, ben possa astrattamente affermarsi che agisce in stato di necessità il padre di un minore (nella specie, ragazza tredicenne) che abusivamente costruisca un vano aggregato alla abitazione familiare onde sottrarre tale minore alla promiscuità con gli altri familiari.

Ulteriori esempi possono ricavarsi da pronunce che hanno sancito come, in caso di soccorso alla moglie malata, non commetta illecito, per aver agito nella erronea convinzione della esistenza di uno stato di necessità, colui il quale costruisca, senza disporre di concessione edilizia, un servizio igienico che appaia necessario per consentire alla propria moglie, gravemente malata, la degenza domiciliare (nel caso di specie, la donna non era in grado di camminare e i preesistenti servizi igienici si trovavano a trenta metri dell'abitazione); naturalmente, l'esimente dello stato di necessità richiede che la situazione di pericolo (ancorché relativo all'alimentazione, alle cure mediche, etc.) abbia un tale carattere di indilazionabilità e cogenza da non lasciare all'agente altra alternativa che quella di violare la legge: così, è stata esclusa la configurabilità dell'esimente all'imputato che aveva esportato illecitamente valuta per sottoporre la moglie all'estero alla fotochemioterapia, per mancata prova della indilazionabilità della cura..

Radicati nell’istinto incoercibile di conservazione dell’uomo, lo stato di necessità e lo stesso soccorso di necessità sono, per la loro natura utilitaristica, delle scriminanti amorali, che per molti autori dovrebbero sottostare a precisi e rigorosi limiti; in particolare, non dovrebbe essere consentito ad un soggetto di interferire nell’ordine naturale delle cose, mutando a proprio arbitrio delle situazioni di fatto a favore di una persona piuttosto che di un’altra o per salvare un qualsiasi bene indipendentemente dal valore di questo: lo stato di necessità dovrebbe invece operare qualora il bene salvato abbia un valore superiore o al massimo uguale a quello del bene sacrificato, così il soccorso di necessità sarebbe invocabile solamente per salvare persone legate al soggetto agente da un particolare vincolo.

Il carattere amorale - in alcune situazioni addirittura immorale - dello stato di necessità viene riconosciuto dallo stesso ordinamento giuridico, che, infatti, non accetta il fatto lesivo necessitato (come nel caso della legittima difesa), ma semplicemente lo tollera; tant’è che l’agente deve corrispondere al terzo offeso incolpevole un equo indennizzo secondo l’apprezzamento del giudice, ex art. 2045 c.c..