Responsabilità civile - Ingiustizia, cause di giustificazione -  Redazione P&D - 14/07/2018

Cause di giustificazione (stato di necessità): funzione surrogatoria od integratrice dell'art. 2045 c.c. quando impone l'indennità - RM

L'art. 2045 c.c., laddove riconosce in favore del danneggiato un'indennità nell'ipotesi in cui chi ha compiuto il fatto dannoso abbia agito in stato di necessità, ha una funzione surrogatoria od integratrice, avendo lo scopo di assicurare al danneggiato un'equa riparazione; ecco perché, ad esempio - dettagli, anche relativamente alle pronunce infra richiamate, in "Le cause di giustificazione nella responsabilità per illecito", Riccardo Mazzon, Milano 2017 -, la Suprema Corte ha deciso non esser affetta da violazione di legge la sentenza con cui il giudice d'appello, individuati nel fatto gli estremi dello stato di necessità e corretta in tal senso la motivazione della prima sentenza (che, invece, aveva attribuito al danneggiante la responsabilità risarcitoria ai sensi dell'art. 2043 c.c.), esercitando il proprio giudizio equitativo, liquidi in favore del danneggiato, a titolo di indennità, la stessa somma di danaro che il primo giudice aveva liquidato a titolo risarcitorio; peraltro, è altrettanto verosimile che il giudice, ad esempio, nel caso il convenuto provochi il sinistro avendo agito in stato di necessità, non riconosca agli attori l'integrale risarcimento del danno, ma un'indennità, equitativamente liquidata ex art. 2045 c.c., ritenendo magari equo, pertanto, ridurre a metà la somma dovuta agli attori medesimi.

Particolarmente in dottrina, si discute se lo stato di necessità escluda l'ingiustizia del danno, sotto il profilo della oggettiva antigiuridicità del fatto, rientrando in questo modo nella categoria della responsabilità per atto lecito dannoso, oppure se esso costituisca un fatto illecito, rispetto al quale divergano solamente le conseguenze (l'indennizzo, anziché il risarcimento); a seconda di come s'intenda risolvere la questione, lo stato di necessità comporterà responsabilità di tipo oggettivo oppure d'altra natura, come, ad esempio, responsabilità fondata sul criterio di imputazione dell'ingiustificato arricchimento.

Quel che è certo è che, affinché possa discutersi circa l'applicabilità o meno dell'articolo 2045 del codice civile, è sempre necessario constatare, antecedentemente, che la condotta dell'asserito danneggiante sia effettivamente collegata al danno attraverso un nesso di causalità, che il danno sia cioè conseguenza immediata e diretta della condotta nel caso dall'agente mantenuta (il che è da escludersi, qualora si ritenga che il danno lamentato si sarebbe egualmente verificato, anche in assenza dell'azione necessitata), con giudizio valutativo di ogni elemento della fattispecie concreta, atteso che, spesso, l'azione del danneggiante può, al contrario di quanto prime facie appaia, giovare (e non nuocere!) ad danneggiato; nell'ipotesi che segue ad esempio, l'indennità era stata richiesta dalla passeggiera di un'automobile, rimasta ferita per la brusca frenata che il conduttore di tale veicolo era stato costretto a compiere, per evitare la collisione con altro veicolo, improvvisamente immessosi sulla strada ma, notato che il presupposto per il riconoscimento del diritto all'indennità, che, ai sensi dell'art. 2045 c.c., il giudice può (nella misura ritenuta equa) attribuire al danneggiato nel caso in cui l'autore del fatto dannoso abbia agito in stato di necessità, è che la condotta di quest'ultimo sia consistita in un'azione diretta a cagionare danno, il giudicante ha ritenuto, pertanto, che tale indennità andasse correttamente negata quando - alla stregua della valutazione di tutti gli elementi della fattispecie concreta - risulti che l'azione del danneggiante sia stata invece diretta soltanto a giovare al soggetto in pericolo, il quale, dall'opera di salvataggio tentata a suo favore, abbia accidentalmente ricevuto un danno sostanzialmente non dissimile da quello che gli sarebbe derivato in mancanza di detta azione.