Ambiente, Beni culturali - Animali -  Redazione P&D - 03/01/2018

Cavallo colpisce veterinario: il proprietario paga - Trib. Perugia n. 1174/2017 - A.G.

Un veterinario citava in giudizio la proprietaria di un maneggio per essere stato colpito da un cavallo di proprietà della stessa: il professionista veniva colpito con un calcio dal cavallo riportando lesioni quantificabili in 26 mila euro.
In rilievo l’applicazione dell’art. 2052 c.c., la convenuta assumeva che l’incidente si era verificato esclusivamente a causa della condotta imprudente del veterinario il quale si sarebbe avvicinato al cavallo, pur non dovendolo visitare e pur potendo prevedere, in quanto anch’egli veterinario, la reazione dell’animale durante la visita da parte della collega che aveva accompagnato per la visita. Assumeva, inoltre, che vi erano le giuste precauzioni, perché il cavallo era tenuto alla corda.
Come è noto, nel caso di che trattasi si configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva che può essere neutralizzata solo provando il caso fortuito che, in astratto, può essere costituito anche dal comportamento (imprevedibile, inevitabile e assolutamente eccezionale) del danneggiato.
Nella fattispecie giudicata dal Tribunale era emerso che il cavallo aveva scalciato con le zampe posteriori colpendo il veterinario al braccio e alla gamba. Provato appariva dunque il nesso causale tra il comportamento dell’animale e il danno riportato.
Quanto alla condotta del danneggiato, il Tribunale rileva che egli, entrando nel paddock ove si trovava il cavallo, poneva in essere un comportamento tutt’altro che imprevedibile, inevitabile ed eccezionale concludendo, pertanto, nel senso che il veterinario non aveva contribuito alla causazione dell’evento né in via esclusiva né in via concorrente e, quindi, la responsabilità di quanto occorso “deve essere attribuita unicamente alla proprietaria del cavallo”.
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Tribunale Perugia, sez. II, 10/07/2017, (ud. 21/06/2017, dep.10/07/2017),  n. 1174

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con atto di citazione ritualmente notificato il 16.11.2012, An. Se. conveniva La. Sc. dinanzi al Tribunale di Perugia; esponeva di essersi recato, in data 09.02.11, presso il maneggio in (omissis...) di proprietà della convenuta, ove aveva accompagnato una collega veterinaria, e di essere stato colpito con un calcio da un cavallo di proprietà della suddetta convenuta, riportando lesioni, con conseguenti danni biologici e patrimoniali, quantificabili in € 26.000,00; sosteneva che responsabile dei danni era la Sc., quale proprietaria del cavallo ai sensi dell'art. 2052 c.c., e ne chiedeva il risarcimento.
Per tutte queste ragioni, l'attore An. Se. così concludeva: "Voglia l'Ill.mo Tribunale adito, accertata l'esclusiva responsabilità della sig. La. Sc. nella verificazione del sinistro del 09 febbraio 2011 e l'entità dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti dal dott. Se. An. in conseguenza dello stesso, condannare la sig. La. Sc. al pagamento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali subiti dall'attore, quantificati in complessivi € 26.000,00 o nella diversa somma che il Giudice riterrà di giustizia".
La convenuta La. Sc. inizialmente non si costituiva e veniva dichiarata contumace all'udienza di prima comparizione ex art. 183 c.p.c. del 5.3.2013.
Espletati gli incombenti preliminari all'udienza di prima comparizione e trattazione ex art. 183 c.p.c. in questione, dopo la concessione dei termini di cui all'art. 183 comma 6. c.p.c. e la decisione sulle richieste istruttorie, la convenuta Sc. si costituiva all'udienza del 19.2.2014, contestando la domanda attorea; in particolare, assumeva che l'incidente si era verificato esclusivamente a causa della condotta imprudente del Se., il quale si era avvicinato al cavallo, pur non dovendolo visitare e pur potendo prevedere, in quanto anch'egli veterinario, la reazione dell'animale durante la visita da parte della collega, e che d'altro canto, la proprietaria aveva preso tutte le necessarie precauzioni, in quanto il cavallo era tenuto alla corda; in subordine, contestava la quantificazione dei danni operata dall'attore.
Per tutte queste ragioni, la convenuta La. Sc. così concludeva: "Voglia il Tribunale adito, contrariis reiectis, a - respingere la domanda attrice in quanto infondata in fatto e in diritto; b - in via di subordine, accertato il prevalente concorso di colpa dell'attore nel prodursi dell'evento e delle lesioni nella misura che risulterà provata, ridurre proporzionalmente il risarcimento dovuto ai sensi dell'art. 1227 c.c.; c - con vittoria di spese, compensi professionali ed accessori di lite.".
La causa veniva istruita, oltre che con la produzione di documenti, attraverso la prova per interrogatorio formale della convenuta e la prova testimoniale richiesta dall'attrice, ammesse dal Giudice con ordinanza del 12.9.2013 ed espletate alle udienze del 4.6.2014 e del 3.2.2015, nonchè attraverso una consulenza tecnica disposta con ulteriore ordinanza dell'11.2.2015.
All'udienza del 7.3.2017, le parti precisavano le conclusioni, come in epigrafe indicate, ed il Giudice tratteneva la causa in decisione, assegnando alle parti i termini di legge per il deposito delle comparse conclusionali e delle memorie di replica.
MOTIVI DELLA DECISIONE
L'attore Se. ha proposto una domanda di risarcimento dei danni cagionati da un animale, ai sensi dell'art. 2052 c.c..
Tale norma, com'è noto, prevede un'ipotesi di responsabilità oggettiva, nella quale il proprietario o chi ha l'uso dell'animale risponde non per una condotta colposa (anche solo omissiva) ma sulla base del mero rapporto intercorrente con l'animale nonchè del nesso causale tra il comportamento di quest'ultimo e l'evento dannoso, che può essere interrotto solo dal caso fortuito, ossia dall'intervento di un fattore esterno nella causazione del danno, che presenti i caratteri dell'imprevedibilità, dell'inevitabilità e dell'assoluta eccezionalità, con la conseguenza che all'attore compete solo di provare l'esistenza del rapporto eziologico tra il comportamento dell'animale e l'evento lesivo, mentre il convenuto, per liberarsi, deve provare l'esistenza di un fattore, estraneo alla sua sfera soggettiva, idoneo ad interrompere detto nesso causale. Per tale ragione, non può attribuirsi efficacia liberatoria alla semplice prova dell'uso della normale diligenza nella custodia dell'animale stesso (cfr. Cassazione civile, sez. III, 28 luglio 2014, n. 17091; Cassazione civile, sez. III, 20 luglio 2011, n. 15895) o della mansuetudine di questo (cfr. Cassazione civile, sez. III, 6 gennaio 1983 n. 75) nè della sua imprevedibilità, atteso che l'imprevedibilità costituisce una caratteristica ontologica di ogni essere privo di raziocinio (cfr. Cassazione civile, sez. III, 9 aprile 2015, n. 7093).
Tale caso fortuito, viceversa, può essere costituito anche dal comportamento del danneggiato, purchè avente carattere di imprevedibilità, inevitabilità e assoluta eccezionalità - caso fortuito incidente che assorba l'intero rapporto causale -, ovvero della condotta colposa, specifica o generica - caso fortuito concorrente con il comportamento dell'animale nella produzione eziologica dell'evento dannoso - (cfr. Cassazione civile, sez. III, 20 maggio 2016, n. 10402; cfr. Cassazione civile, sez. III, 15 dicembre 2015, n. 25223).
Ebbene, nel caso di specie, dalle prove orali espletate, in particolare sia dall'interrogatorio formale della Sc. che dalla prova testimoniale della Dott.ssa Ve., veterinaria che doveva visitare il cavallo dell'odierna convenuta Sc. e che era stata accompagnata al maneggio dall'odierno attore, è emerso chiaramente che un cavallo di proprietà della suddetta Sc., scalciando all'indietro, con una "coppiola" - come l'ha definita la testimone Ve. -, ha colpito con le zampe posteriori il Se. al braccio sinistro ed alla gamba sinistra. Sussiste dunque indiscutibilmente il nesso causale tra il comportamento dell'animale di proprietà della convenuta Sc. e le lesioni riportate dall'attore Se..
A fronte di ciò, si deve anzitutto ribadire che, alla luce della giurisprudenza citata supra, è del tutto irrilevante il fatto che il calcio sia stato frutto di un movimento repentino ed inaspettato del cavallo; allo stesso modo, alla luce della medesima giurisprudenza, del tutto irrilevante è anche il fatto che la Sc. tenesse il cavallo "alla lunghina", cioè alla corda.
D'altronde, il Se., entrando nel paddock ove si trovava il cavallo, ha posto in essere un comportamento tutt'altro che imprevedibile, inevitabile ed eccezionale; se è pur vero che il Se. non doveva visitare il cavallo, è anche vero che il medesimo Se. aveva comunque accompagnato la veterinaria Dott.ssa Ve. ed era anche lui un veterinario e, quindi, era del tutto logico che si avvicinasse al cavallo; peraltro, non risulta che la Sc. lo abbia fermato o invitato a non entrare nel paddock, come ben avrebbe potuto fare; inoltre, dalla deposizione della testimone Ve., risulta che la visita veterinaria non era neanche cominciata e che i due veterinari si stavano avvicinando al cavallo e, addirittura, che il Se., secondo quella che è la prassi in uso tra i veterinari, che sono abituati a visitare i cavalli e quindi sanno come comportarsi, si era posto non dietro al cavallo ma di fianco ad esso, proprio al fine di evitare di essere colpito con un calcio all'indietro ma, nonostante questo, è stato colpito ugualmente perchè il cavallo si è girato di lato.
Sulla base della ricostruzione dei fatti così compiuta, quindi, si deve ritenere che il Se. non abbia contribuito alla causazione dell'evento nè in via esclusiva nè in via concorrente; pertanto, secondo il criterio di imputazione oggettiva previsto dall'art. 2052 c.c. per come supra richiamato, la responsabilità deve essere attribuita unicamente alla proprietaria del cavallo, ovvero all'odierna convenuta Sc..
Tutto ciò chiarito con riferimento all'an della responsabilità, si deve quindi passare alla quantificazione dei danni lamentati dall'attore.
A tal proposito, occorre anzitutto considerare che l'intera materia del danno non patrimoniale è stata oggetto di un approfondito riesame da parte della giurisprudenza di legittimità (cfr. Cassazione civile, Sez. un., 11 novembre 2008, n. 26972). Secondo quanto evidenziato in tale pronuncia, il danno non patrimoniale di cui parla l'art. 2059 c.c., nella rubrica e nel testo, si identifica con il danno determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica ed il risarcimento del danno previsto da tale disposizione è possibile, ove sussistano gli elementi nei quali si articola l'illecito civile extracontrattuale definito dall'art. 2043 c.c., nei soli casi determinati dalla legge, e cioè, oltre che in ipotesi di reato (art. 185 c.p.) e nelle altre ipotesi espressamente previste da leggi ordinarie in relazione alla compromissione di valori personali, anche in caso di lesione di diritti inviolabili della persona riconosciuti dalla Costituzione.
Tra questi ultimi (come del resto già evidenziato dalle c.d. sentenze gemelle Cassazione civile, sez. III, 31 maggio 2003, n. 8827 e Cassazione civile, sez. III, 31 maggio 2003, n. 8828), deve essere ricompreso - per quel che interessa in questa sede - il danno da lesione del diritto inviolabile alla salute sancito dall'art. 32 Cost., tradizionalmente denominato danno biologico, il cui risarcimento era precedentemente riconosciuto, proprio al fine di superare i limiti derivanti dalla riserva di legge di cui all'art. 2059 c.c., attraverso il richiamo all'art. 2043 c.c..
In questo contesto, deve invece ritenersi ormai definitivamente superata la limitazione dell'art. 2059 alla tradizionale figura del c.d. danno morale soggettivo transeunte: tale figura, recepita per lungo tempo dalla giurisprudenza, aveva infatti un fondamento normativo assai dubbio, poichè nè l'art. 2059 c.c. nè l'art. 185 c.p. parlano di danno "morale" e tantomeno di danno "transitorio", ed era carente anche sul piano della adeguatezza della tutela, poichè la sofferenza morale cagionata dal reato non è necessariamente transeunte, ben potendo l'effetto penoso protrarsi anche per lungo tempo. A ciò consegue che nell'ambito della categoria generale del danno non patrimoniale, la formula "danno morale" non individua una autonoma sottocategoria di danno, ma descrive, tra i vari possibili pregiudizi non patrimoniali, un tipo di pregiudizio, costituito dalla sofferenza soggettiva cagionata dal reato in sè considerata, la cui intensità e durata nel tempo non assumono rilevanza ai fini della esistenza del danno, ma solo della quantificazione del risarcimento. E tuttavia, una volta definitivamente accantonata la figura del c.d. danno morale soggettivo, tale sofferenza morale, senza ulteriori connotazioni in termini di durata, può essere risarcita solo ove si tratti di sofferenza soggettiva in sè considerata, e non come componente di più complesso pregiudizio non patrimoniale, e cioè ad esempio ove siano allegati il turbamento dell'animo e il dolore intimo sofferti dalla persona diffamata o lesa nella identità personale, senza lamentare degenerazioni patologiche della sofferenza; ove invece siano dedotte siffatte conseguenze, si rientra nell'area del danno biologico, del quale ogni sofferenza, fisica o psichica, per sua natura intrinseca costituisce componente. Da ciò consegue che la congiunta attribuzione del danno biologico e del danno morale, nei suindicati termini inteso e generalmente liquidato in percentuale del primo, costituisce una duplicazione di risarcimento; pertanto, esclusa la praticabilità di tale operazione, in caso di utilizzazione delle tabelle ai fini della liquidazione del danno biologico, si deve piuttosto procedere ad un'adeguata personalizzazione di tale liquidazione, valutando nella loro effettiva consistenza le sofferenze fisiche e psichiche patite dal soggetto leso, onde pervenire al ristoro del danno nella sua interezza.
Così, ad esempio, il dolore fisico a base organica, cioè il dolore fisico causato dalla lesione e quello causato dalle cure, nella misura in cui possa ritenersi conseguenza "normale" di quel tipo di lesione, rientra nella determinazione dell'invalidità permanente mentre, ove fuoriesca da tali conseguenze "normali", e purchè sia specificamente allegato e provato, deve essere apprezzato in sede di personalizzazione; deve poi essere risarcita, sempre in sede di personalizzazione, ove specificamente allegata e provata, la sofferenza emotiva sussistente a prescindere da una base organica, nel cui ambito rientrano ad esempio lo spavento provocato dalle modalità con cui è stata inflitta la lesione, l'ansia e la preoccupazione causate dalle proprie condizioni di salute, la perdita di stima o di considerazione o di compiacimento di sè, la tristezza ed rimpianto per il perduto benessere.
Ciò chiarito, il danno biologico patito dall'odierno attore Se. deve essere valutato sulla base di quanto risultante dalla consulenza tecnica, la quale appare il frutto di un attento esame del caso di specie, risulta attentamente e logicamente motivata e non è stata contestata dai consulenti di parte.
Nel merito, quindi, dalla consulenza tecnica in questione risulta che l'attore Se., in conseguenza del fatto illecito oggetto di causa, ha riportato "la lussazione del radio sinistro con frattura ulnare omolaterale", da cui sono derivati un periodo di invalidità temporanea totale di quaranta giorni, di invalidità temporanea parziale al 50% di venti giorni e di invalidità temporanea parziale al 25% di dieci giorni nonchè dei postumi permanenti, consistenti in "ipotrofia dell'arto superiore sinistro e ipoestesia nel territorio del nervo ulnare", che devono essere quantificati nella misura del 7%.
Nessun incremento può essere disposto a titolo di danno c.d. morale, per come supra meglio definito, in quanto l'attore Se. non ha specificamente allegato, nè tantomeno provato, alcun elemento di personalizzazione del danno sotto il profilo delle sofferenze patite, ovvero di avere subito una sofferenza maggiore rispetto a quella di altri soggetti affetti da analoghe lesioni.
Il danno biologico in questione, per come supra individuato, può essere liquidato secondo quanto previsto dalla tabella del Tribunale di Milano del 2014, da ritenersi applicabile a tutte le ipotesi di danno alla persona diverse da quelle di danno di lieve entità derivante da incidente stradale, tabella del resto tradizionalmente utilizzata anche presso il presente Tribunale, in quanto rappresentante la tabella maggiormente diffusa a livello nazionale, e in ossequio altresì a quanto recentemente affermato anche dalla giurisprudenza di legittimità (cfr. ancora Cassazione civile, 7 giugno 2011 n. 12408), secondo cui i criteri di calcolo per la liquidazione del danno alla persona adottati dal Tribunale di Milano costituiranno, d'ora innanzi, valore da ritenersi "equo", e cioè quello in grado di garantire la parità di trattamento e da applicare in tutti i casi in cui la fattispecie concreta non presenti circostanze idonee ad aumentarne o a ridurne l'entità. Tale tabella, inoltre, in ossequio alle osservazioni della sentenza precedentemente citata della Cassazione civile, Sez. un., 11 novembre 2008, n. 26972, consente la liquidazione congiunta del danno non patrimoniale conseguente a "lesione permanente dell'integrità psicofisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale", sia nei suoi risvolti anatomo-funzionali e relazionali medi ovvero peculiari, e del danno non patrimoniale conseguente alle medesime lesioni in termini di "dolore" e "sofferenza soggettiva", in via di presunzione in riferimento ad un dato tipo di lesione.
Sulla base della tabella, dunque, il danno biologico in questione può essere così determinato: € 120,50 per ogni giorno di invalidità temporanea totale, proporzionalmente ridotti per la parziale, per complessivi € 6.476,88 (€ 120,50 x 40 + € 120,50 x 50% x 20 + € 120,50 x 25% x 10 = € 4.820,00 + € 1.205,00 + € 451,88 = € 6.476,88); € 11.271,00 a titolo di invalidità permanente, somma determinata partendo da un valore punto di € 2.190,70, ridotto sino ad € 1.610,14 per il coefficiente di 0,735, in considerazione del fatto che la persona danneggiata aveva compiuto 53 anni all'epoca del fatto, moltiplicato per la percentuale di invalidità del 7%.
All'importo così calcolato, sotto il profilo del danno patrimoniale, in particolare del danno emergente per le spese mediche sostenute in conseguenza del sinistro, deve aggiungersi quello di € 650,00 (docc. 5, 6 e 7 fasc.att.).
Nessuna somma ulteriore risulta dovuta a titolo di danno patrimoniale, quale lucro cessante, per la riduzione del reddito, posto che la documentazione prodotta, costituita semplicemente da due pagine delle dichiarazioni dei redditi rispettivamente per gli anni 2011 e 2012, in mancanza di ulteriore documentazione attestante gli introiti nei vari mesi dell'anno, non risulta sufficiente a dimostrare che la riduzione del reddito sia stata effettivamente una conseguenza del sinistro.
In totale, quindi, il danno patito dall'attore Se. ammonta ad € 18.397,88.
In applicazione del principio stabilito da Cassazione civile, Sezioni Unite, 17 febbraio 1995 n. 1712, sulle somme dovute a titolo di risarcimento danni devono poi essere riconosciuti sia la rivalutazione monetaria che gli interessi - dal giorno dell'illecito fino alla data della presente pronuncia - quale corrispettivo del mancato tempestivo godimento, da parte del danneggiato, dell'equivalente pecuniario del debito di valore. Ed invero, la corresponsione degli interessi costituisce uno dei criteri di liquidazione del predetto lucro cessante, la cui sussistenza può ritenersi provata alla stregua anche di presunzioni semplici e il cui ammontare può essere determinato secondo un equo apprezzamento.
Pertanto, alla stregua dei principi affermati in giurisprudenza, la somma precedentemente indicata a titolo di danno non patrimoniale - calcolata alla data dell'1.1.2014 (data di entrata in vigore della tabella) - deve essere rapportata alla data del sinistro (c.d. aestimatio); in particolare, la somma dovuta a titolo di danno biologico da invalidità permanente deve essere devalutata alla data della fine dell'invalidità temporanea (25.4.2011) fino ad € 10.756,29 (cfr. in tal senso Cassazione civile, sez. III, 20 dicembre 2011, n. 27584), mentre la somma dovuta a titolo di danno biologico da invalidità temporanea deve essere devalutata alla data dell'illecito (9.2.2011) fino ad € 6.126,78. Sulle somme così calcolate e via via rivalutate annualmente secondo gli indici ISTAT nonchè sui vari esborsi, dalla data degli stessi, devono quindi essere applicati gli interessi al tasso legale.
In definitiva, pertanto, applicando i criteri di calcolo appena indicati, alla data della sentenza, rectius dell'udienza di precisazione delle conclusioni, l'importo dovuto all'attore ammonta complessivamente a € 20.028,83, somma comprensiva del capitale devalutato alla data del sinistro (pari ad € 17.533,07), degli interessi (pari ad € 1.435,90) e della rivalutazione monetaria (pari ad € 1.059,86).
E, quindi, la convenuta Sc. deve essere condannata a pagare tale importo di € 20.028,83.
La regolamentazione delle spese di lite segue il principio della soccombenza. Pertanto, la convenuta Sc. deve essere condannata a rimborsare all'attore Se. le spese di lite da esso sostenute, spese che vengono liquidate come indicato in dispositivo, tenuto conto del valore della controversia e dell'attività difensiva espletata, sulla base dei parametri di cui al D.M. Giustizia 10 aprile 2014 n. 55 vigenti all'epoca in cui si è esaurita l'attività difensiva (cfr. Cassazione civile, sez. un., 12 ottobre 2012, n. 17405).
Analogamente, anche le spese della consulenza tecnica, per come già liquidate in corso di causa, devono essere definitivamente poste a carico della convenuta.
P.Q.M.
Il Tribunale di Perugia, seconda sezione civile, definitivamente pronunciando,
condanna La. Sc. a pagare a An. Se. la somma di € 20.028,83;
condanna altresì La. Sc. a rimborsare a An. Se. le spese di lite, che liquida in € 235,66 per spese ed € 4.835,00 per compenso professionale, oltre i.v.a., c.p.a. e rimborso spese generali;
pone le spese della consulenza tecnica, per come già liquidate in corso di causa, definitivamente a carico di La. Sc..
Perugia, 21 giugno 2017