Pubblica amministrazione - Pubblica amministrazione -  Alceste Santuari - 07/04/2020

Centrali di committenza e forme (pubbliche) di gestione – Corte UE C-3/19 – Conclusioni Avv. Gen.

Il Consiglio di Stato, sez. V, con ordinanza del 3 gennaio 2019, n. 68, aveva rimesso alla Corte di giustizia dell’Unione europea, tra le altre, la seguente questione: (cfr.  https://www.personaedanno.it/articolo/piccoli-comuni-e-centrali-di-committenza-no-al-numerus-clausus-delle-forme-cons-st-68-19)

-) osta al diritto comunitario una norma nazionale (quella italiana, nel caso di specie) che non preveda la possibilità per i comuni di istituire forme di diritto privato (in luogo delle sole pubbliche previste dall’ordinamento) per svolgere attività di centrali di committenza?

Nelle proprie conclusioni del 2 aprile 2020 (C-3/19), l’Avvocato Generale della Corte di giustizia dell’Unione Europea si è così espresso:

-) il diritto dell'Ue non osta ad una norma nazionale che limita gli acquisti di lavori, beni e servizi degli enti locali di piccole dimensioni, a soli 2 modelli organizzativi pubblici di centrale di committenza l'unione di comuni o il consorzio di comuni;

-) il diritto dell’Unione e, in particolare, l’articolo 11 della direttiva 2004/18/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 31 marzo 2004, relativa al coordinamento delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, di forniture e di servizi, non osta ad una norma nazionale in forza della quale, secondo l’interpretazione del giudice del rinvio, gli enti locali di piccole dimensioni devono acquistare lavori, beni e servizi mediante centrali di committenza costituite secondo due modelli organizzativi specifici, quali l’unione di comuni o il consorzio di comuni, il cui ambito di operatività è limitato al territorio di detti comuni unitariamente considerato;

-) facendo riferimento alla sentenza del 3 ottobre 2019 (C-285/18, EU:C:2019:829) e al considerando n. 5 della direttiva 2014/24 gli Stati membri sono liberi scegliere il modo di prestazione di servizi mediante il quale le amministrazioni aggiudicatrici provvedono alle proprie esigenze;

–) anche la direttiva 2014/23/UE mette in luce la libertà degli Stati membri di scegliere il modo migliore per gestire l’esecuzione dei lavori o la prestazione dei servizi.

Il Consiglio di Stato aveva sollevato dubbi circa la legittimità della normativa italiana che non prevedeva la possibilità per i comuni (piccoli) di ricorrere a forme diverse da quelle pubbliche per gestire centrali di committenza.

L’Avvocato Generale ritiene, al contrario, che la norma italiana, “valutata dal punto di vista del diritto della concorrenza nell’ambito degli appalti pubblici”, non lo violi di per sé. Egli evidenzia che “la concorrenza oggetto di tutela ai sensi del diritto dell’Unione in tale ambito è, principalmente, quella che sussiste tra gli operatori economici che offrono lavori, beni o servizi alle amministrazioni aggiudicatrici. A condizione che queste ultime (nella fattispecie, le centrali di committenza costituite in seno alle unioni di comuni e ai consorzi tra i comuni) rispettino le procedure della direttiva 2004/18 per rifornirsi di tali forniture, la concorrenza tra detti operatori economici è preservata.”

In altri termini, l’Avvocato Generale non esclude a priori che gli enti locali di piccole dimensioni non possano ricorrere al mercato concorrenziale affinché gli operatori economici interessati forniscano a tali amministrazioni pubbliche i beni, i lavori o i servizi di cui hanno bisogno.

Si potrebbe dunque inferire, in ultima analisi, che i comuni di piccole dimensioni mantengono la facoltà di rivolgersi al mercato ovvero di costituire forme pubbliche attraverso cui gestire le centrali di committenza. Tertium non datur.

Attendiamo la decisione della Corte UE.