Deboli, svantaggiati - Minori, donne, anziani -  Maria Zappia - 30/07/2018

Cetti Curfino di Massimo Maugeri

Recensisco brevemente il romanzo dello scrittore catanese Massimo Maugeri perché l’estate invoglia alla lettura e perché la storia di Cetti Curfino riporta alla luce i temi, cari a chi si occupa di diritto, delle ingiustizie sociali e del degrado ambientale, spesso cause remote di tanti delitti.

"Immagina che vivi in un posto di merda, dove ogni giorno è difficile e per non soccombere devi combattere. Sempre. Ogni giorno. A un certo punto tuo padre muore e sei nella merda più di prima. Vedi che tua madre non ce la fa e capisci che ti devi arrangiare. E arrangiarsi, in un mondo come questo, in un posto come questo, significa farti crescere i denti e le unghie”. “Perché qua hai due sole possibilità o sbrani, o vieni sbranato.

E’ una vendetta, quella di Cetti,  del debole contro un mondo che non comprende, un delitto non premeditato, un gesto d’impeto, che allo stesso tempo rappresenta un atto di ribellione verso l’ordine sociale che pone la donna, povera, senza  marito e senza risorse in uno stato di atavica subalternità. Cetti è bella, di una bellezza prorompente, e quando il marito Cesco, operaio edile in nero, muore per un incidente sul lavoro, si ritrova senza opportunità, stentando a farsi strada per sopravvivere. Pensa di  richiedere indietro favori al politico di turno, al quale il marito aveva ricercato voti per un’ascesa elettorale e quando la promessa non viene onorata,   la donna si lascia travolgere dalla furia omicida e dall’abiezione sino al carcere. 

E tuttavia la storia tracciata da Maugeri, che è anche una storia di espiazione e riscatto, riporta alla luce il rapporto uomo - carcere, la solitudine del condannato, i rapporti di solidarietà che talvolta si creano tra chi è recluso e chi lavora all’interno degli istituti di detenzione. Il personaggio chiave di questa parte del romanzo è   Dina, un’operatrice penitenziaria orrida nell’aspetto e deleteria nei gesti ma saggia e pacata nella riflessione, una sorta di Caronte che traghetta il giornalista Andrea Coriano al cospetto di Cetti, in parlatorio, anticipando e preannunziando i dettagli della reale situazione in cui si trova la protagonista. Al fondo la storia è quella di una rinascita, che avviene dentro il in carcere, tramite la letteratura, i libri, la parola scritta anche se a veicolare il messaggio non è lo stato con i suoi apparati e le sue pretese rieducative ma è un giornalista tanto assetato di verità quanto irrisolto riguardo agli stili di vita. Andrea, il co-protagonista,  è uno scapolo che vive con zia Miriam, in una città del Sud, e ne è il suo contrario. Tanto la zitella è attiva, vivace e energica nelle pulizie di casa, tanto Andrea è apatico, pavido, succube, si fa per dire, delle fissazioni della zia, soprattutto delle fissazioni in materia di pulizia di casa e di uso del bicarbonato di sodio!

Le parti del romanzo che tratteggiano la quotidianità dei due sono esilaranti, fresche, ironiche, giuste per stemperare la crudezza di quanto è accaduto a Cetti e rappresentano anche uno spaccato di vita provinciale e di affetti profondi: Andrea difatti arresta il suo bisogno di verità proprio perché ad essere minacciata è la vita dell’anziana parente, amata al pari di una madre.  

Sono i piani della narrazione e la lingua che attraggono in quest’opera: lingua curata e precisa nelle parti in cui si esprime Andrea con i suoi tentativi di dare ordine ad una vita apparentemente incolore, priva di direzione, precipitata in una convivenza anomala, quella tra zia e nipote fatta di riti e di monotonia, di giretti in macchina con anziane e vivaci signore attempate e ricette di cucina del tempo che fu, e la lingua forte e violenta di Cetti, la lingua in cui la donna reclusa tenta di esprimere la propria verità, una lingua tutta dialettismi e senso pratico meridionale. Una lingua che tuttavia diviene rarefatta e corretta quando l’eroina, dopo aver letto un’infinità di libri, s’impadronisce dell’unica arma capace di cambiare le cose, la capacità di esprimersi e di raccontare. La padronanza del linguaggio acquisita mediante la cultura fa di Cetti un essere compiuto, le consente di raccontare la propria verità in maniera definitiva contro tutti, anche contro il figlio Seby che la condanna e la vorrebbe cancellare da sé.     

“A un certo punto tua madre fa una minchiata e la sbattono in carcere. E tu dici, vaffanculo, era dura prima e sarà dura pure ora. Però tua madre non è che si accontenta di fare una minchiata, una di quelle grosse come una casa, che ti rovinano per sempre. No. Fa di più. Decide di scrivere una lettera per raccontare i cazzi suoi e quelli che secondo lei sono stati i motivi che l’hanno spinta a fare la minchiata. E già questo bastava per la vita mia, sua, dei nostri antenati e dei nostri discendenti. Ma si è accontentata di questo? No. La signora è una che non si accontenta. E allora, mentre che ci siamo, avrà pensato: ora racconto tutto. E non è che lo racconto così. Tipo una frase e via. No. Racconto tutto, per filo e per segno. (…).