Cultura, società - Intersezioni -  Redazione P&D - 28/10/2019

Che faccia! Ti è morto il gatto? - M.R.P.

Bene si adatterebbe a me e a mio marito questo detto. Fra lunedì e martedì nella notte è morta la
nostra amata gatta Fufi, questo è quanto mi è sgorgato quasi di getto il giorno dopo la sua morte.
Lo consegno a voi che amate i gatti e gli animali e le piante e tutto ciò che è vivo.

Comincerò dalla gioia selvaggia
quando hai leccato l’omogeneizzato
dopo due giorni di insano digiuno.
Ti strapperò alla morte    
 penso senza
davvero pensarlo e tu hai leccato.
Affannata riposi e dalla scatola,
quasi tua ultima dimora, hai leccato
ancora il manzo sacrificato e utile
almeno a te, gatta affannata, gatta
Fufi ormai alla fine della vita.
E io ben sapevo e io te lasciavo
nella scatola come in una bara,
umana, ai gatti piacciono le scatole
gioco, le scatole tana, le scatole
da farsi le unghie e a lungo in acrobatiche
posture ripulirsi. Ma tu stavi
nella scatola rannicchiata in fondo.
La gioia selvaggia quando ti sei
affacciata a leccare il vitellone.
Per tua curiosità più che per fame.
Per amor mio più che per amor tuo.
Che l’amor tuo era farla finita
da che mangiare era fatica, muoversi
era fatica, respirare ti era
fatica innaturale.
(La morte forse è cosa naturale
dicono i saggi d’ogni religione
e filosofia, leggevo il tao,
tu morivi e morire mi sembrava
solo arduo, doloroso e così sia).
Fatica innaturale
così hai smesso subito di leccare
il manzo e, ancora accurata, ti sei
leccata i baffi, per educazione,
com’è fra i gatti, non per gesto umano
un po’ volgare. Sei tornata in fondo
alla scatola, scomoda sembravi
scomodo certo mi era accarezzarti,
darti le medicine: il cortisone,
la chemioterapia che rifiutavi,
cupa, volgevi il capo
già era un affanno. La mia selvaggia
gioia s’è volta in rabbia. Io non volevo
più soffrire. Non volevo soffrire.
E piena d’ira col mio dolore
perché te ne andavi, perché l’affronto
della morte, lo sfregio dell’assenza
erano lì dietro la tua scatola
dietro di te. Occhi sparuti, occhi vivi,
occhi tondi di Fufi.
Dietro di te nella scatola è entrata
la gatta Brina, tua piccola peste
che voleva il tuo posto sul divano
e ti soffiava, tre chili di rabbia,
tu ne eri il doppio e ogni tanto una zampa
ti scappava verso la scocciatrice.
In ansia spiavo la scocciatrice
proprio dietro a te, ormai gracile, Fufi,
Ma lei da gatta a gatta si è leccata,
ti ha leccata, come un unico corpo.
(Il gatto Trillo ti ha invece annusata:
mi dite che la morte è naturale?).
Un solo, unico corpo.
E tu, proprio tu te ne sei andata.
Basta saluti e salamelecchi.
Sto morendo ma con discrezione,
solo l’affanno, l’affanno e mi spiace
disturbare. Non so, da mana quale
sono, che pensieri avevi negli occhi
intatti e nelle vertebre crestute
come tu fossi, da gatto, tornata
dinosauro. Invece era la magrezza,
in te da sempre grassa
(mia madre protestava, no! Robusta)
così innaturale da farci noi,
che ti amavamo, disperare. E cibo
di ogni tipo e nuove ghiottonerie,
le leccavi giusto perché da sempre
fosti amante del buon cibo, e poi basta
troppa fatica, troppo affanno. Tu
non mangiavi, il tumore te stava
mangiando. La poesia è una brutta bestia,
mia piccola anima di gatta, mentre
già eri agonizzante scrivevo versi.
La poesia è concentrata in sé,
eppure ho ben patito, a carezzarti
in quella scatola non mi potevo
chinare. L’ultimo tuo giorno in questa
terra nella forma di Fufi, quieta
e saggia, ti ho trovata sul cuscino
coperta da mio marito, dolente,
lo cercavi, salutavi, mentre io,
ero distratta da altri gatti e versi,
impietosi i poeti.
Ora consolano me per la tua
morte prematura, e tu lui consoli.
Che nell’ultimo giorno in questa terra
​ti ha coperta nel freddo della morte
ti ha composta mentre tu, scomposta unica
volta in tutta la tua vita sulla terra
cercavi di salire sul divano.
E lì ti abbiamo issata.
Io, pacificata alla tua fine,
dal saluto dell’altra
felina e mio marito timoroso
del tuo soffrire venivamo a cogliere
come un fiore raro il tuo respiro.
Sempre più lento e finalmente calmo,
respiro lento respiro rado.
Te ne andavi, le zampine di gatta
grande così fredde. Le tue zampine
di gatta casalinga ancora morbide.
Ricordi? Avevi le unghie
lunghe, ti sanguinavano i cuscinetti
rosei e bianchi e neri come il tuo
manto. Abbiamo tagliato, risanato.
Protestavi i farmaci rifuggivi.
Nemmeno stare in braccio aerea sopra
il pavimento ti piaceva. Tu eri
gatta da divano e da giardino,
stavi ore al sole a pancia in su, contenta.
Di più ora da malata, perché il sole,
come le carezze, ti erano cura.
E le dolci parole.
Sempre rispondevi al tuo nome. Gatta
intelligente e pigra.
Non hai forse provato mai scalare
un albero e catturare una foglia
un topo, una lucertola. Che importa?
Hai catturato un raggio, io l’ho visto e
mordicchiato di gioia la mia mano
con dentini aguzzi e gentili. Fufi
guance paffute ancora
ancora nel rigore della morte.
Forse nella notte sotto la mano
ho colto il tuo ultimo respiro, il saluto.
O forse no, ma lasciami,
gatta amica, l’illusione. Ora sei
sepolta sotto il pino
ti copre una zolla, l’ha ritagliata,
perfetta, proprio per te, mio marito
che scavava piangendo la tua fossa.
Stai lì dove spesso riparavi
invisibile a tutti
anche a noi. E solo al tuo volere
ti degnavi a rispondere ai richiami.
Fufi, Fufi il cortisone, la chemio
Fufi il cibo che ti piace. Piace.
Ma tu volevi pace e in pace sei
​e io ho sognato, dopo
la tua morte, che scendevo le scale
al piano del divano che fu tuo
e non c’era più il pavimento, tutto
divelto, impolverato, spettrale. Vivere
senza di te sul divano sarà
in futuro questo: un mondo sconnesso.