Cultura, società - Cultura, società -  Marco Faccioli - 25/01/2019

CHI DI SOCIAL FERISCE...

Oggi, sappiatelo, racconterò una storia senza un lieto fine, anzi dal finale pessimo. Una bruttissima storia dei nostri tempi. Gillian Brockell, la protagonista della tragedia che sto per narrare, è una giovane donna in carriera, video editor del Washington Post. Come tutte le giovani donne, in carriera o meno, non ha resistito, una volta scopertasi incinta, ad annunciare urbi et orbi sui social media la prossima nascita del suo primogenito. E fin qua nulla di strano, soprattutto in un'epoca in cui il proprio stato interessante, in più di un caso, è stato dalla madre prima postato su Facebook e poi comunicato (verrebbe quasi da dire “con la dovuta calma”) al padre del nascituro. Ma veniamo al dunque: Gillian purtroppo ha perso il bimbo al terzo mese, però sui social media continuavano a proliferare inarrestabili, in un diluvio di commenti, di “I like”, e di emoticon vari, i post con cui la stessa aveva dato la lieta notizia. Fare marcia indietro, in questi casi, è del tutto impossibile, soprattutto quando, vien quasi da dire: “incautamente”, la madre ha altresì pubblicizzato articoli per bambini come vestitini e biberon. Da un lato l'onda lunga e rumorosa dei social media, dall'altro l'incolmabile dolore di una madre che vorrebbe solo calma e silenzio sulla sua condizione. Gillian, non sapendo come uscire dal vortice mediatico in cui si era cacciata, rimanendone stritolata prigioniera, ha pensato bene, ancora una volta, di fare uso dei social. E così, messasi alla tastiera, ha scritto una lunga lettera aperta a Facebook, Twitter, Instagram ed Experian per implorare il mondo intero di porre fine al suo strazio quotidiano, ovvero quello di vedersi comparire di continuo in banner e link pubblicitari per articoli di prima infanzia, il tutto dopo aver perso il figlio prima della nascita. Le sue parole hanno provocato una forte emozione nei lettori, che hanno condiviso in migliaia la lettera su Twitter. “Lo so che voi sapevate che io ero incinta, - scrive Gillian – ed è solo colpa mia. Semplicemente non ho saputo resistere a questi hashtag su Instagram: #30weekspregnant, #babybump. Che stupida! E ho anche accettato alcune pubblicità per abbigliamento da mamme che Facebook mi ha proposto”. Dopo lo sfogo, l'ancor più accorata preghiera: “Vi prego, aziende tecnologiche, vi imploro, se siete state abbastanza intelligenti da rendervi conto che ero incinta, siete sicuramente abbastanza intelligenti anche per capire che il mio bambino è morto. Basta! Cancellatemi dalle vostre pagine!”. La conclusione è una richiesta che suona come un atto di accusa: “Per favore, aggiornate i vostri algoritmi!”. Il processo incriminato è quello della profilazione pubblicitaria, per cui all’utente vengono proposti sui social media quegli articoli che potrebbero essere di suo interesse. In questo caso, biberon, passeggini, giocattoli che una donna incinta potrebbe voler comprare ...peccato solo che appaiano ancora le pubblicità con Gillian come testimonial. Vien da pensare alla saggezza della cultura popolare che raccomandava, con prudente cautela, di non preparare mai la stanzetta al nascituro prima che questi fosse nato.