Persona, diritti personalità - Persona, diritti personalità -  Valeria Cianciolo - 30/11/2017

Come contrastare fin da subito l’omofobia ed i crimini d’odio?

 Il caso del giovane ragazzo pestato a Milano insieme con un suo amico da un branco di minorenni purtroppo, non sarà l’ultimo.

Davanti a casi ignobili come questi tutti invochiamo che la legge ci protegga. Quando in verità dovrebbe essere il buon senso e l’amore per il prossimo.

E quindi voglio affrontare socraticamente la cosa…maieuticamente. Ragionando per paradossi.

Sia chiaro a tutti: per me, i discorsi di odio, tutti, non hanno senso, o meglio, mi fanno senso.

Però, nella ricerca di nuove fattispecie penali, bisogna fare attenzione ad alcuni passaggi logici.

Mi spiego.

Nell’ormai lontano maggio 2011, l’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione della Giornata Mondiale contro l’Omofobia, aveva ricordato la necessità di denunciare e contrastare in tutte le sedi, con fermezza e costanza, «le provocazioni verbali» omofobe, ammonendo a non sottovalutare «i rischi che l’abitudine all’uso nel discorso pubblico di allusioni irriverenti, lesive della dignità delle persone, contribuiscano a nutrire il terreno sul quale l’omofobia si radica. L’ostentazione in pubblico di atteggiamenti di irrisione nei confronti degli omosessuali è inammissibile in società democraticamente adulte»

I discorsi di odio si possono servire di molteplici possibilità linguistiche come le etichette denigratorie (frocio invece di gay), le etichette categoriali (culattoni invece di omosessuali), fino a fattispecie di reato come  l’ingiuria, la diffamazione, l’ istigazione.

Passare poi c.d. hate speeches  agli hate crimes  sembra essere un epilogo inevitabile, come fa la Risoluzione del Parlamento europeo approvata il 24 maggio 2012 sulla lotta all’omofobia in Europa dove si legge che l’omofobia «si manifesta nella sfera pubblica e privata sotto diverse forme, tra cui incitamento all’odio e istigazione alla discriminazione, scherno e violenza verbale, psicologica e fisica, persecuzioni e uccisioni, discriminazioni a violazione del principio di uguaglianza e limitazione ingiustificata e irragionevole dei diritti».

Cosa possiamo trovare in comune fra il discorso di Napolitano e la Risoluzione? Il fatto che si da alle parole d’odio una dimensione corale, collettiva, concettualmente corretto, ma si perde la dimensione concreta fisica individuale del reato e si varca quel confine impercettibile ma palpabile che ci porta verso la libertà d’espressione. Si arriva al paradosso di essere esposti ad una critica che è fondata entro certi limiti, ossia, che l’eccedenza di risposta penale su temi quali l’omofobia (ma anche il razzismo, la xenofobia, l’antisemitismo, il sessismo) si traducano in limiti all’esercizio della libertà di manifestazione del proprio pensiero e quindi, avvitandoci sempre in questo paradosso, in Italia la libertà di manifestazione del pensiero risulterebbe maggiormente in contrasto con limiti, penalmente previsti, che non si fondano sulla materialità di un fatto, restando sostanzialmente opinioni o asserzioni di fatti che dir si voglia, vere o false che siano.

In sostanza, quello che emerge è il difficile rapporto tra discorsi di odio e libertà di espressione che deve essere impostato correttamente. Non è un problema di contenuti (la libertà di espressione si apre a ombrello su qualunque asserzione e opinione, vera o falsa che sia), ma di modalità repressive.

Facendo poi attenzione ad un altro profilo: quello che si potrebbe aprire la strada ad un'anticipazione della repressione penale dei fenomeni di odio - e qui ci sta dentro tutto il negazionismo, l’omofobia, l’antisemitismo, il razzismo - in chiave pubblicistica di hate speec.

Dalle poche cose dette, mi sembra che i “nuovi” reati d’opinione come il negazionismo, l’omofobia, la xenofobia, richiamino, almeno astrattamente, la tutela della dignità umana in senso però, collettivo, sganciando tutto da una dimensione individuale. Insomma, un’idea astratta di dignità umana,  non facilmente declinazione. C’è dell’altro. Punire una manifestazione di pensiero in nome della tutela della dignità umana introduce un cortocircuito, perché anche l’esercizio della libertà d’opinione (che si vorrebbe limitare) è essa stessa esplicazione della dignità umana individuale della persona concretamente accusata di diffondere discorsi di odio in contrasto con un’idea collettiva di dignità umana. Tocqueville diceva che «la sovranità del popolo e la libertà di espressione sono due cose del tutto correlate: la censura e il suffragio universale sono, al contrario, due cose che si contraddicono reciprocamente».

Chi afferma l’una (la sovranità popolare) deve allora accettare necessariamente l’altra (la libertà d’espressione, in tutte le sue manifestazioni).

Fin qui ho voluto provocare. Ma faccio un passo ulteriore.

E' vero che devo accettare proprio tutto in nome della libertà di espressione?

Possiamo già difenderci?

Certamente si.

Abbiamo la c.d. circostanza aggravante dell’aver agito per «motivi abietti o futili» (art. 61, n. 1, c.p.) senza necessità di ricorrere a nuove fattispecie penali.

Non solo.

In Italia la libertà di espressione è apparentemente “illimitata”, se si presta attenzione alla sola Costituzione.

Ma non ci si può schermare dietro il paravento del diritto alla libertà di espressione per fini contrari al testo e allo spirito della Convenzione  EDU  perché se ciò fosse possibile, si contribuirebbe alla distruzione dei diritti e delle libertà garantiti dalla Convenzione stessa.

L'art. 17 CEDU è, come noto, una disposizione eccezionale utilizzata dalla Corte per escludere dalla protezione della Convenzione i casi di abuso del diritto, in cui una libertà garantita dalla Convenzione venga utilizzata per fini contrari al testo e allo spirito della stessa, diretti alla distruzione e all'eliminazione dei diritti e delle libertà in essa garantiti.

L'eccezionalità di questa disposizione sta proprio nel suo rapporto con la libertà di espressione. Le ipotesi del c. 2 dell'art. 10 CEDU costituiscono infatti delle legittime restrizioni della libertà sancita al c. 1, se e in quanto necessarie in ragione di altre esigenze meritevoli di tutela in una società democratica (quali ad esempio la sicurezza nazionale, l'ordine pubblico, la protezione della salute); in tali casi pertanto le condotte in questione sono considerate sì manifestazioni della libertà di espressione, tuttavia si consente ad una restrizione in un'ottica di bilanciamento di interessi.

Ecco.

Invito il giudice a dire: "la legge ad hoc non c’è. Ma ci sono i principi."

La libertà di espressione non può essere abusata e dunque, tutte le volte in cui, un gruppo di minorenni o maggiorenni invoca in branco la parola “frocio” ha commesso il reato di omofobia che contiene in sé ingiuria, diffamazione e talvolta, come nel caso di Milano, anche lesione e percosse.

Ho forse violato il principio di tassatività o di legalità?