Lavoro - Lavoro -  Maria Zappia - 08/01/2018

Commento semiserio al caso Bellomo ed al "dress code" richiesto alle giovani allieve

IL GRANDE REALITY DELLE PROFESSIONI LEGALI: RIFLESSIONE DI INIZIO D’ANNO SUL”CASO BELLOMO” E SULL’ELEZIONE DI “MISS TOGA”

 

                                                                                                 - Maria ZAPPIA -

 

Libere professioni / lavoro /dignita’/donne/

 

Commento semiserio e non di carattere specialistico, alle clausole contenenti il  “dress code” nel caso “Bellomo e ad analoghe vicende relative all’apparire delle donne avvocato.  

 

Tutto un grande reality show.

Un’acuta ed attenta osservazione delle “leggiadre” vicende relative al “corpo” e “all’immagine” di giovani laureate in legge e di giovani avvocatesse, non può essere disgiunta dall’amara constatazione che ad essere svilite dal c.d. “caso Bellomo” o dall’elezione della miss toga calabrese, non siano state solo ed unicamente le donne bensì le professioni intellettuali tutte.

A dominare è la leggerezza e la vacuità: è imperante il trionfo dell’immagine, dell’occhio e dello sguardo sul cervello, sulle facoltà intellettive e sul raziocinio. Un potente e diffuso delirio narcisistico impera nella società e investe anche le professioni forensi. La ricerca di opportunità lavorative in settori di elevato valore sociale, non viene più finalizzata alla realizzazione di sane ambizioni, quanto piuttosto al soddisfacimento di esigenze narcististiche.

Non troverebbero altrimenti plausibile spiegazione l’annuncio di “bella presenza e tacchi a spillo” tra i requisiti mirati al reclutamento di collaboratrice, le “stravaganti”, clausole inserite da un magistrato del Consiglio di Stato in un “atto di impegno” alla frequentazione di un corso di studi, l’elezione di “miss toga” durante la festa per i tradizionali auguri di fine d’anno da parte di una nota associazione di giovani professionisti.  

Ritengo che nessuno dei citati esempi manifesti volontà discriminatorie, “sessismo” che dir si voglia. Ritengo si tratti di ben più grave fenomeno che involge il senso etico del lavoro, in questo peculiare caso, del lavoro intellettuale.

Certamente, è un settore quello delle professioni legali, in cui l’offerta supera di gran lunga la domanda e dunque non appare ultroneo l’utilizzo di clausole mirate alla forma più che alla sostanza. Cosa richiedere in più a giovani laureate cum magna laude, se non indossare abiti succintamente adeguati alle audizioni in pubblica sala? O esigere a futura collega di studio di calzare “il puntuto tacco” che rende l’andatura di ogni donna ondeggiante e sensuale?

Fare l’avvocato o il magistrato esige elevate capacità di compulsare le carte, non certo esporsi in vetrina, eppure ciò che viene richiesta è l’esibizione del sé attraverso il vestito e l’immagine.

L’ironia è d’obbligo per una seria riflessione e per fomentare, in maniera dignitosa, in questo inizio di anno lavorativo, il dubbio se le clausole richiedenti requisiti “estetici” a coloro che si affacciano alle professioni liberali, siano realmente approvate da parte di chi le sottoscrive o da chi solo idealmente è costretto a condividerle. In realtà, non ricorre, nei casi citati alcuna violazione di legge, alcuna invalidità contrattuale, direi piuttosto consistenti attentati alla funzione sociale dell’avvocato e delle professioni forensi tutte. Perniciose legittimazioni di valori diffusi che ben poco hanno a che spartire con l’impegno e la funzione del lavoro quale elemento di realizzazione dell’individuo e di elevazione sociale.