Pubblica amministrazione - Pubblica amministrazione -  Alceste Santuari - 13/11/2017

Comuni e partecipate: no al comando del personale (nei primi) – Corte Conti Sicilia 177/17

Il distacco è l’utilizzazione temporanea del dipendente presso un ufficio, che è diverso da quello che costituisce la sua sede di servizio e che rientra comunque nella medesima amministrazione. Pertanto, il distacco non ricorre quando la prestazione venga eseguita presso altra amministrazione; in tale ipotesi, infatti, si configura il comando: la giurisprudenza lo ha individuato in tutte quelle ipotesi in cui il dipendente pubblico è destinato a prestare servizio presso una P.A. diversa da quella di appartenenza, senza che si abbia la costituzione di un nuovo rapporto di impiego con l’ente destinatario della prestazione, il quale sarà tenuto soltanto a rimborsare all’amministrazione di appartenenza il trattamento economico fondamentale. Alla posizione di comando del dipendente presso una nuova amministrazione non si accompagna, infatti, la soppressione del posto in organico presso l’amministrazione di provenienza, venendosi piuttosto a configurare una mobilità temporanea presso l’ente di destinazione, grazie ad un meccanismo caratterizzato dalla reversibilità (salvo provvedimento di immissione nei ruoli).

Nel caso di specie, un sindaco intendeva sapere se il personale dipendente dalla società territoriale (consortile) incaricata del servizio per l’ambito ottimale poteva essere “comandato” presso il comune.

La Corte dei conti, sezione regionale per la Regione Sicilia, con la deliberazione 26 ottobre 2017, n. 177, dopo aver richiamato che caratteristiche del comando sono la “temporaneità e l’interesse dell’amministrazione ricevente”, ha ricordato che il “provvedimento di comando, dunque, non comporta una novazione soggettiva del rapporto di lavoro né, tanto meno, la costituzione di un rapporto di impiego comunque conformato con l’amministrazione destinataria delle prestazioni, ma determina esclusivamente una modificazione oggettiva del rapporto originario, nel senso che sorge nell'impiegato l'obbligo di prestare servizio nell'interesse immediato del diverso ente e di sottostare al relativo potere gerarchico (direttivo e disciplinare), mentre lo stato giuridico ed economico del "comandato" resta regolato alla stregua dell'ordinamento proprio dell'ente “comandante”.

Una volta chiarita la cornice del comando, i giudici contabili siciliani hanno evidenziato che i dipendenti assunti dalla società “non possono considerarsi dipendenti pubblici, sicché ad essi non può applicarsi la disciplina del comando”. E questo perché i dipendenti della società in parola “non rientrano nel campo di applicazione del decreto legislativo n. 165 del 2001 e della disciplina del pubblico impiego, nell’ambito della quale trovano collocazione il comando e il distacco.” In altri termini, poiché le società di cui trattasi (società di capitali di natura consortile istituite su basi territoriali), ai fini giuslavoristici, non si configurano quali amministrazioni pubbliche. Ne consegue che le sue unità di personale non hanno la qualifica di dipendente pubblico e non possono fruire del comando e del distacco.

La sezione riconosce che le società controllate dalla pubblica amministrazione solo a determinati fini vengono incluse nel settore pubblico allargato. Ciò avviene, ad esempio, nell’ambito dei contratti, per i quali è stata elaborata la nozione di organismo di diritto pubblico, oppure per l’applicazione della disciplina sulla trasparenza prevista dal decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33 o, infine, nella definizione del conto consolidato delle amministrazioni pubbliche, che include, accanto agli organismi pubblici dello Stato e degli enti territoriali, le unità istituzionali che producono beni non destinabili alla vendita soggetti a controllo pubblico, a prescindere dalla forma giuridica da esse rivestita.

Ma alle società partecipate non può applicarsi l’istituto del comando, così come non “possono applicarsi neppure gli altri istituti sulla mobilità del pubblico impiego.” Al riguardo, i giudici contabili evidenziano che “la mobilità del personale delle società partecipate è specificamente disciplinata dall’art. 19 del decreto legislativo 19 agosto 2016, n. 175, che contiene una regolamentazione puntuale, sicché non è applicabile l’art. 30 del decreto legislativo n. 165 del 2001, che si occupa della mobilità nel pubblico impiego.”

La sezione siciliana ha richiamato l’orientamento espresso dalla Sezione regionale di controllo per la Campania nella deliberazione n. 56/2017/PAR, che ha affermato che l’art. 30 del decreto legislativo n. 165 del 2001 non è applicabile in maniera generalizzata al settore del personale delle società a partecipazione pubblica. Esso si deve intendere applicabile “solo nei ristretti ambiti soggettivi e oggettivi, legislativamente consentiti, di “reinternalizzazione di funzioni o servizi esternalizzati” e di “riassorbimento delle unità di personale già dipendenti a tempo indeterminato da amministrazioni pubbliche e transitate alle dipendenze della società interessata dal processo di reinternalizzazione”. Tale preclusione discende, oltre che dal tenore letterale delle disposizioni, anche dall’esigenza di rispettare il divieto di attuare processi di mobilità fra la partecipata e l’Ente, al fine di evitare l’elusione dei vincoli alle assunzioni e del principio costituzionale del concorso pubblico.

In ultima analisi, la sezione regionale di controllo ha sottolineato che “qualora l’ente riuscisse a individuare una forma giuridica consentita per l’utilizzo del personale della[società], la spesa in questione dovrà essere comunque computata ai fini della verifica dei parametri posti dall’art. 1, comma 557 e seguenti, della legge n. 296 del 2006, così come interpretati dalla Sezione delle Autonomie, tenuto conto del fatto che l’art. 1, comma 557 bis, della medesima legge finisce per includervi gli oneri per qualsiasi prestazione di collaborazione coordinata o per qualsiasi forma di somministrazione di personale per un ente locale.”

Quella in commento è una deliberazione che ha il merito di chiarire il perimetro di applicabilità (rectius: non applicabilità) di istituti tipici del comparto pubblico che non si estendono naturaliter alle società partecipate dagli enti locali.