Pubblica amministrazione - Pubblica amministrazione -  Alceste Santuari - 07/02/2020

Comuni e partecipazioni societarie: no a quelle micro e non essenziali – Tar Lombardia 48/2020

Un comune decideva, ai sensi dell’art. 1, comma 569, l. n. 147/2013 e dell’art. 2473-ter c.c., di liquidare la propria quota (di minoranza) in una società concessionaria di trasporto pubblico locale, interamente partecipata da enti pubblici.

Contro la decisione dell’amministrazione comunale ha presentato ricorso la medesima società di trasporto, lamentando:

-) la falsa applicazione dell’art. 3, comma 27, della legge n. 244 del 2007, norma ritenuta non applicabile alla fattispecie in esame in quanto la società ricorrente, lungi dallo svolgere attività di produzione di beni e di servizi non strettamente necessarie per il perseguimento delle finalità istituzionali proprie del comune, eroga un sevizio pubblico di interesse generale (servizio pubblico locale);

-) da ciò conseguirebbe il divieto per il comune di recedere dal contratto di società e richiedere la liquidazione della partecipazione alla società partecipata in applicazione dell’art. 1, comma 569, della legge n. 147 del 2013;

-) il comune avrebbe dovuto, per recedere dalla società, attivare una procedura ad evidenza pubblica per la cessione delle proprie azioni.

Con sentenza 9 gennaio 2020, n. 48, il Tar Lombardia, sez. III ha respinto il ricorso motivando la propria decisione come segue:

-) i giudici amministrativi statuiscono in ordine alle controversie aventi ad oggetto l'attività unilaterale prodromica alla vicenda societaria, considerata dal legislatore di natura pubblicistica, con la quale un ente pubblico delibera di costituire una società o di parteciparvi o di procedere ad un atto modificativo o estintivo della società medesima o di interferire, nei casi previsti dalla legge, nella vita della stessa;

-) sono, al contrario, di competenza del giudice ordinario “le controversie aventi ad oggetto gli atti societari a valle della scelta di fondo di utilizzo del modello societario, i quali restano interamente soggetti alle regole del diritto commerciale proprie del modello recepito;

-) nel caso di specie, tuttavia, il Tar è legittimamente investito della controversia atteso che essa involve “una valutazione di conformità dell’attività svolta dalla società partecipata” alle finalità istituzionali” del comune. In altri termini, la sezione lombarda ha ritenuto che trattasi “di una valutazione che ha ad oggetto l’apprezzamento dell’interesse pubblico e che, per questa ragione, non può che tradursi in un atto avente natura amministrativa il quale, pertanto, si sottrae alle regole del diritto commerciale (e quindi alla conoscenza del giudice ordinario) (il Tar cita le seguenti precedenti pronunce: Consiglio di Stato, sez. V, 11 novembre 2016, n. 4688; T.A.R. Piemonte, sez. I, 4 dicembre 2015, n. 1739; T.A.R. Lombardia, Brescia, sez. I, 13 ottobre 2015, n. 1305);

-) l’ordinamento giuridico (sia la norma all’epoca applicabile sia il TUSP) intende “contrastare la proliferazione indiscriminata delle partecipazioni pubbliche in società di capitali che svolgono attività non attinenti alle finalità della pubblica amministrazione interessata”;

-) l’ordinamento giuridico é sfavorevole alla detenzione da parte della P.A. di quote/azioni in società che esercitano attività imprenditoriale o, più in generale, risultino funzionali “al solo scopo di investimento”;

-) l’attività imprenditoriale vera e propria può essere dunque esercitata solo dai soggetti privati in regime di concorrenza, mentre le pubbliche amministrazioni possono acquisire e mantenere partecipazioni societarie solo qualora ciò sia funzionale ad una migliore erogazione dei servizi che costituiscono oggetto della loro finalità istituzionali e, quindi, solo qualora l’attività della società partecipata sia diretta all’erogazione di tali servizi (cfr. Consiglio di Stato, ad. plen., 3 giugno 2010, n. 11).

Da quanto sopra descritto, il Tar Lombardia ha dunque ritenuto che non siano ammissibili le partecipazioni della P.A. in società “che svolgono attività commerciali del tutto diverse da quella dell’erogazione di servizi pubblici”. Parimenti, la sezione ha ritenuto non ammissibili quelle partecipazioni, come nel caso di specie, in società che abbiano sì ad oggetto attività di interesse pubblico, le quali tuttavia, “per l’impossibilità dell’ente interessato di influire su di esse in ragione dell’esiguità della partecipazione, non siano specificamente funzionali al perseguimento delle finalità istituzionali proprie dello stesso ente interessato”. Le attività di interesse generale svolte dalla società ben possono essere funzionali alle finalità di altri enti pubblici (come nel caso di cui si tratta), ma se la partecipazione in dette società “si risolve in un mero sostegno finanziario a un’attività di impresa e, dunque, in una mera partecipazione di investimento” deve essere valutata con disfavore.