Malpractice medica - Consenso informato -  Michela Del Vecchio - 13/06/2018

Consenso informato inesistente su modulo generico – Tribunale Firenze 20 marzo 2018 n. 824

Non è da molti mesi che è entrata in vigore la legge 219 del 2017 (Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento – G.U. n. 12 del 16 gennaio 2018) e la giurisprudenza di merito già inizia a fornire le prime interpretazioni e chiarimenti sulla portata dell’art. 1, commi 2 – 3 e 4, della legge citata.

La prima parte della legge 219/17 è dedicata al consenso informato ed all’alleanza terapeutica fra medico e paziente: il consenso informato, secondo l’art. 1 comma 2, è l’espressione proprio della relazione di cura e fiducia tra i due soggetti interessati al piano terapeutico.

Ampio spazio, nella legge, è infatti dedicato al tempo della comunicazione fra medico e paziente. Ogni persona ha diritto a conoscere ed essere informata sul suo stato di salute e su ogni elemento che inerisce allo stesso (diagnosi, prognosi, benefici di cura e rischi). L’informazione deve essere completa ed aggiornata nonché chiara e comprensibile tanto che il successivo comma del medesimo articolo prevede la possibilità di esternare il consenso appunto informato (e, si aggiunge, compiutamente formato) “con gli strumenti più consoni alle condizioni del paziente”.

Trattasi della manifestazione del diritto costituzionalmente protetto all’autodeterminazione (art. 2 Cost), all’inviolabilità della persona (art. 13 Cost) ed alla salute (art. 32 Cost.)

Richiamando tali principi costituzionali, il Tribunale di Firenze ha negato validità al consenso rilasciato su un modulo generico poiché “la firma del NO appare sulle informazioni relative all’intervento ma non sui restanti moduli relativi al consenso a sottoporsi all’intervento”.

In altri termini, secondo i giudici fiorentini, il consenso rilasciato dal paziente della struttura sanitaria citata in giudizio non era e non poteva essere consapevolmente formatosi in quanto non informato, il paziente stesso, di tutti i trattamenti sanitari “nonché riguardo alle possibili alternative e alle conseguenze dell’eventuale rifiuto del trattamento sanitario…” (così, testualmente, comma secondo dell’art. 1 della Legge 219/17).

Prima dell’entrata in vigore della legge sulle D.A.T. e sul consenso informato eravamo consapevoli che il consenso informato occorreva ma costituiva una sorta di “liberatoria” di responsabilità per i medici: l’ottenimento del consenso aveva infatti principalmente lo scopo di esonerare il medico da responsabilità per eventuali complicanze, effetti collaterali o interventi non portanti al risultato sperato.

Con la legge 219/17 cambia la prospettiva e la valorizzazione del rapporto di fiducia medico paziente diventa la chiave di lettura delle disposizioni in tema di consenso informato. Il paziente non è più solo il destinatario di informazioni mediche circa il trattamento sanitario cui dovrà sottoporsi ove lo consenta ma è partecipe e protagonista del rapporto sanitario: soggetto attivo del trattamento e collaborativo nell’esecuzione dello stesso.

Una prospettiva, si ripete, certamente coerente con i principi costituzionali di cui ai già citati artt. 2, 13 e 32 Cost ma anche, come indicato nella stessa disposizione normativa, con gli artt. 1 (“la dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata”), 2 (“ogni individuo ha diritto alla vita ….”), 3 (“ogni individuo ha diritto alla propria integrità psico fisica; nell’ambito della medicina e della biologia devono essere rispettati in particolare il consenso libero e informato della persona interessata secondo le modalità definite dalla legge, il divieto di pratiche eugenetiche, in particolare di quelle aventi come scopo la selezione delle persone, il divieto di fare del corpo umano e delle sue parti in quanto tali una fonte di lucro, il divieto della clonazione riproduttiva degli esseri umani”) della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

Proprio la rilevanza di tali valori, come cardini di ogni Stato libero e democratico e principi di tutela della persona e dei suoi diritti esistenziali, ha determinato il Tribunale di Firenze a tutelare, sotto il profilo risarcitorio, la violazione del diritto all’autodeterminazione per sé stessa senza procedere ad alcuna indagine (pure suggerita dalla giurisprudenza anche di legittimità in precedenza formatasi in materia) sulla volontà del paziente di acconsentire, se compiutamente informato, al trattamento terapeutico.

Il Tribunale fiorentino ha, in conclusione, ritenuto essenziale la circostanza che le informazioni fornite per l’acquisizione del consenso informato “devono essere idonee a fornire piena conoscenza della natura, portata ed estensione dell’intervento medico chirurgico, dei suoi rischi, dei risultati conseguibili e delle possibili conseguenze negative, non essendo all’uopo idonea la sottoscrizione da parte del paziente di un modulo del tutto generico, né rilevando, ai fini della completezza ed effettività del consenso, la qualità del paziente, che incide unicamente sulle modalità di informazione, da adattarsi al suo livello culturale mediante un linguaggio a lui comprensibile, secondo il suo stato soggettivo ed il grado di conoscenze specifiche di cui dispone”