Amministrazione di sostegno - Interdizione, inabilitazione -  Manuele Pizzi - 02/08/2020

Contraddittorio fra le parti: l'interdicendo gode di maggiori garanzie?

Tra le varie scartoffie da riordinare,  mi è transitata tra le mani una stampa, scaricata da un sito di informazione toscano; una frase, della quale qui riporto uno stralcio, ha colto la mia attenzione: "...vogliono abolire l'interdizione, che darebbe maggiori garanzie al cittadino, proveniendo da una sentenza emessa dal collegio di giudici e non da semplice decreto di apertura  e nomina di un giudice tutelare monocratico".

Quindi, secondo un tale orientamento, a differenza del processo di interdizione (come disciplinato dagli artt. 712 e ss c.p.c.)  il procedimento istitutivo dell'amministrazione di sostegno prevederebbe spazi ridotti, riguardo allo svolgimento concreto del principio inerente al contraddittorio fra le parti ex art. 111, Co 2°., Cost.

In tema di incapacitazione, sulla scia di tale pensiero, mutuando una terminologia processualpenalistica, il processo di interdizione, nei confronti del convenuto-interdicendo, sarebbe più garantista rispetto al procedimento di apertura di un'amministrazione di sostegno? 

Nel novero di un'interpretazione, circa le differenze tra la snella procedura istitutiva di un'A.D.S., ed il contenzioso civile volto all'ablazione totale della capacità di agire, è necessario tenere conto di sottese istanze di svuotamento sostanziale dell'istituto dell'amministrazione di sostegno, istanze veicolate da culture antipsichiatriche.

Tralasciando l'attività di valorizzazione ideale del contraddittorio fra ricorrente e resistente nel processo d'interdizione, contraddittorio da intendersi quale: possibilità per il soggetto che subisce gli effetti di un provvedimento giurisdizionale di essere messo in condizione di difendersi prima che il provvedimento sia emanato, è doveroso porsi un interrogativo circa la fondatezza della tesi sopra menzionata.

I tratti peculiari di questa valorizzazione-fascinazione del processo d'interdizione, potrebbero essere così riassunti:

  • il giudizio di interdizione viene definito con la deliberazione di una sentenza da parte di un collegio composto da tre giudici; invece, il procedimento istitutivo di un'amministrazione di sostegno è definito dal giudice tutelare, che decide in composizione monocratica;
  • la prassi, nel corso delle istruttorie dei giudizi di interdizione, dell'espletamento di una CTU sulla persona dell'interdicendo;
  • il procedimento istitutivo di un'A.D.S., oltre all'audizione del beneficiando, può basare la propria decisione sulle produzioni documentali, tuttavia, nulla esclude, specie qualora ne sia formulata istanza, il ricorso a tutti i mezzi istruttori previsti dal c.p.c.;
  • l'interdicendo conserva la propria capacità processuale, tuttavia, ciò costituisce un tratto proprio anche nella figura dell'amministrando, nella possibilità di avvalersi della difesa tecnica di un avvocato.

Quindi, in materia di amministrazione di sostegno, il decreto istitutivo, ex art. 405 Cod. Civ., sarebbe frutto di un procedimento connotato da un'indebolita componente di contraddittorio fra ricorrente e beneficiando?   Senonchè, la collegialità dell'organo giudiziario adito costituisce tout court garanzia maggiore per un più efficace svolgimento del contraddittorio, in relazione all'importanza della materia da trattare?

Fatta salva la ritualità delle notifiche dell'atto introduttivo, in relazione allo svolgimento del principio del contraddittorio fra le parti, è necessario sottolineare che nella struttura del processo d'interdizione, esperita la fase di introduzione della causa, per effetto di decreto presidenziale, emesso ai sensi degli artt. 168-bies e  713 c.p.c., l'istruttoria, o meglio la direzione del procedimento è affidata ad un solo magistrato: al giudice istruttore.

Oltre alla previsione di cui all'art. 189 c.p.c., inerente al passaggio della causa alla fase decisoria, ove può essere richiesto dalle parti partecipanti al giudizio, la discussione orale della causa dinanzi al collegio, la sola ipotesi in cui il suddetto collegio conosce, ulteriormente, della materia del contenzioso, è rappresentata dall'ipotesi di cui all'art. 281 c.p.c., nella quale si procede alla riassunzione di prove già assunte, e non all'assunzione di prove nuove.

Spetterà ai giuristi valutare l'importanza dottrinale di questa (piccola) diatriba.  Ora, un pensiero va rivolto all'istituto dell'amministrazione di sostegno: se il centro della disciplina dovesse essere il rispetto assoluto della "volontà" manifestata dall'interessato, rispetto al best interest della persona, inevitabilmente si incappa in errore, stante che nel buon diritto - a seconda del tipo di beneficiando - la soluzione cui approdare sarà sempre quella di una "ragionevole armonizzazione fra i suddetti punti-luce, caso per caso,, la cucitura di un vestito su misura,, un empirica combinazione appropriata, suscettibile di aggiustamento ( sul punto cfr. CENDON P., L'amministrazione di sostegno non va abrogata, va applicata!,  in P&D, 02/10/2016).

In conclusione, l'interdicendo non gode di una maggiore garanzia di contraddittorio fra le parti rispetto alla figura dell'amministrando.  La difesa dei propri diritti può trovare il suo svolgimento nelle norme civilistiche dell'amministrazione di sostegno, con la salvaguardia dell'applicabilità dei principi del diritto processuale civile.