Persona, diritti personalità - Persona, diritti personalità -  Giovanni Catellani - 05/11/2017

Contro l'interdizione

Il Tribunale di Torino, con provvedimento del 22 settembre 2017, torna a giustificare l’interdizione. Lo fa con parole che richiamano la giurisprudenza della Corte Costituzionale, e che sottolineano come, nel caso specifico, "l'interdizione risulta l'unico strumento che assicuri un'adeguata protezione alla convenuta in termini di assistenza, cura della persona e gestione patrimoniale…" Aggiunge che "l'Amministrazione di Sostegno non costituirebbe, nella specie, una misura di tutela adeguata in considerazione della gravità della patologia mentale accertata in capo alla convenuta, della sostanziale incapacità di provvedere ai propri interessi e della assoluta incapacità della convenuta stessa di collaborare con una figura alla quale sia affidato il compito della sua curatela o amministrazione.” Può essere contestata una tale interpretazione della fragilità della persona? Si, si può, e riteniamo sia giusto farlo nel nome della fragilità stessa. Esistono davvero casi di totale compromissione delle facoltà cognitive e volitive del soggetto che debbano necessariamente comportare l’interdizione? Noi crediamo di no, ed è per questo che vorremmo fosse abrogato l’istituto ex art. 414 c.c.: ma occorre discuterne e prendere in prestito alcune parole da risonanze e concatenazioni non giuridiche. Nel romanzo di Charles Dickens “Il nostro comune amico” c’è un personaggio particolarmente malvagio, meschino, infido, Rouge Riderhood, che potremmo definire un ricattatore psicotico. Riconosciuto e disprezzato come tale, un giorno cade nel Tamigi e sembra annegare. Viene soccorso e recuperato, e così scrive Dickens: “…il medico esamina l’umida carcassa e dichiara che, sebbene ci sia poca speranza, vale la pena cercare di rianimarla. Immediatamente entrano in azione tutti i mezzi migliori; i presenti danno una mano, con tutto il cuore. Nessuno ha il minimo riguardo per l’individuo, che è sempre stato per tutti oggetto di repulsione, sospetto e antipatia, ma ora riescono stranamente a separare la scintilla vitale che è in lui dalla sua persona e hanno per essa un profondo interesse, senza dubbio perché è la vita, e loro vivono e dovranno morire…Guardate! Un segno di vita! Un indiscutibile segno di vita! La scintilla può covare e poi spegnersi; oppure brillare e poi espandersi, ma guardate! A quei quattro zotici, vedendolo sono venute le lacrime agli occhi. Né Riderhood in questo mondo, né Riderhood nell’altro riuscirebbe a far loro inumidire gli occhi; ma un’anima in lotta fra i due ci riesce facilmente…Dal fondo del fiume, o da chissà quali altre profondità, risale alla superficie il volto vile, malvagio, insensibile di prima. Man mano che egli riacquista calore, il dottore e i quattro uomini diventano più freddi; man mano che riprendendo vita, le sue fattezze si ammorbidiscono, i volti e i cuori degli altri si induriscono nei suoi confronti.” Mentre sta morendo, i soccorritori scorgono in Riderhood una scintilla vitale che riescono a separare dalla sua persona: una vita impersonale E’ la vita, un segno di vita, un indiscutibile segno di vita che genera commozione, sentimento che svanisce nel momento in cui si rianima la persona Riderhood. Nel momento di massima fragilità della persona Riderhood, nel momento in cui sta morendo, si presenta una scintilla di vita impersonale che muove a commozione i quattro “zotici” che lo hanno soccorso. E’ stato il filosofo Gilles Deleuze a soffermarsi su questa circostanza nel suo ultimo brevissimo testo : “L’immanenza: una vita...” Scrive Deleuze: “Nessuno meglio di Dickens ha raccontato cos'è "una" vita, dove l'articolo indeterminativo è indice del trascendentale. Una canaglia, un cattivo soggetto disprezzato da tutti, è ridotto in fin di vita; ed ecco che quelli che se ne prendono cura mostrano una sorta di sollecitudine, di rispetto, di amore per il minimo segno di vita del moribondo. Tutti si danno da fare per salvarlo, al punto che nel più profondo del suo coma il malvagio sente qualcosa di dolce penetrare in lui. Ma, via via che si riprende i suoi salvatori diventano sempre più freddi, e lui riacquista tutta la sua volgarità, la sua cattiveria. Tra la sua vita e la sua morte c'è un momento in cui "una" vita gioca con la morte e nient'altro. La vita dell'individuo ha lasciato il posto a una vita impersonale, e tuttavia singolare, che esprime un puro evento affrancato dagli accidenti della vita esteriore e interiore, ossia dalla soggettività e dall'oggettività di ciò che accade. "Homo tantum" di cui tutti hanno compassione e che conquista una sorta di beatitudine. È un'ecceità, che non deriva più da una individuazione, ma da una singolarizzazione: vita di pura immanenza, neutra, al di là del bene e del male, poiché solo il soggetto che la incarnava in mezzo alle cose la rendeva buona o cattiva. La vita di questa individualità scompare a vantaggio della vita singolare immanente a un uomo che non ha più nome, sebbene non si confonda con nessun altro. Essenza singolare, una vita...” Di che vita ci stanno parlando Dickens e Deleuze? Di una vita impersonale, che si accende in ogni singola vita, perché tocca ognuno di noi, perché ci attraversa a prescindere dalla caratterizzazione personale, quale tratto comune di ogni singola esistenza. Una vita che si manifesta nel momento di sua massima fragilità, un momento in cui "una" vita gioca con la morte e nient'altro. In un’epoca che da almeno due secoli definiamo di biopolitica, che vede cioè la politica, il potere, la forza stessa del diritto, la normatività più diffusa, prendere in esame e regolamentare la vita di ognuno di noi, questa vita impersonale, che si rivela innanzitutto nella fragilità, trova un riconoscimento giuridico? Rispetto alla fragilità, ciò che non va è che troppe volte il diritto è unicamente l’espressione della forza di una pretesa personale. Può trovare una vita immanente a ciascuno di noi un riconoscimento giuridico che non sia l’espressione della rivendicazione trascendentale di un soggetto, di un io, e che non sia pertanto riducibile al manifestarsi di un rapporto di forza che spesso è violenza? E’ sicuramente fondata la provocazione di Simone Weil quando scrive che il diritto, essendo legato allo scambio, alla spartizione, all’ambito del commerciale, “si regge soltanto su un tono di rivendicazione; e una volta adottato questo tono, non lontana, dietro di lui, c’è la forza per sostenerlo altrimenti cade nel ridicolo”. Ma sappiamo che questa non è l’unica dimensione del diritto. Ed è proprio dalla esperienza di ciò che è impersonale, che può derivare una differenza costitutiva di un altro diritto. Non è forse la mancanza di questo riconoscimento della impersonalità di una vita che ci accomuna il vero ostacolo alla possibilità di vedere nella fragilità, anche la più estrema, una condizione di dignità delle nostre persone? Cosa può allora questa vita, questa scintilla di vita (spark of life), che residua sempre e comunque fino a quando un individuo vive, a prescindere dalla caratterizzazione di ogni individuo, dalla sua malvagità o bontà, e, aggiungiamo, arrivando al punto, dalla sua capacità di intendere e volere? Se ci si riferisce a questa vita impersonale, come diventa possibile interdire qualcuno? Una vita, come ci insegna Spinoza, si sostanzia sempre in una potenza che non si esprime in potere ma in possibilità di affezione, di relazione, di percezione. Prima ancora di essere capaci di agire, siamo potenza di vita, anche quando siamo al limite della morte. Riconoscere ciò, portare questa vita a caratterizzare la capacità giuridica, significa che nessuno può mai essere privato di una base minima di potenza giuridica, quella base minima costituita dalla possibilità di essere affetti da una relazione. Non è in fondo questa la dimensione ontologica dell’amministrazione di sostegno? L’amministrazione di sostegno non va forse nella direzione di riconoscere sempre e comunque quella scintilla vitale, un ché di impersonale che ci caratterizza nelle nostre possibilità esistenziali? L’interdizione non dovrebbe essere abrogata anche in virtù di quel poco o tanto di impersonale della vita che non è appropriabile, che è da riconoscere in modo indisponibile? Più in generale, si può ripensare l’ambito della capacità giuridica e della capacità d’agire in termini di potenza di una vita che deve essere riconosciuta nella sua dinamica personale-impersonale, nel suo divenire molteplice? La fragilità susseguente al depotenziamento di una vita, che ci accomuna e che dobbiamo riconoscere sempre e comunque, non diventerebbe così un evento da riconoscere nella sua dignità giuridica sino a quando si giunge al limite estremo della morte? Se la vita impersonale caratterizza inevitabilmente anche la nostra quotidianità e le nostre relazioni - tanto da essere richiamata da un grande scrittore della vita vissuta quale è stato Dickens - difficile non vederne una traccia su quel piano dinamico in cui il diritto è più riconoscimento a favore di una relazione che non pretesa soggettiva. Quella vita che dà un senso all’insieme delle relazioni, delle affezioni, delle percezioni, che ci rendono così singolari nell’essere da subito gettati nelle molteplici possibilità della vita nostra e degli altri. E’ stata la stessa Weil a scrivere che “Chi è penetrato nell’ambito dell’impersonale vi trova una responsabilità nei confronti di tutti gli esseri umani. Quella di proteggere in loro non già la persona, bensì ogni fragile possibilità di passaggio nell’impersonale che la persona ricopre.” E’ in nome di questa fragile possibilità, di quella che potremmo definire l’ultima fragile possibilità della fragilità, che non possiamo accettare l’istituto dell’interdizione. Non possiamo accettare un istituto giuridico che non opera un riconoscimento ulteriore, ma determina semplicemente un’esclusione. Non ci possiamo accontentare delle parole del Tribunale di Torino che prendono in considerazione il bene della persona affetta da massima fragilità per giustificarne l’interdizione. Nessuna finalità teleologica ci può soddisfare quando mette in discussione un’ultima possibilità di riconoscimento della ricchezza della vita, anche quella della sua ultima scintilla. Cosa significhi tutto ciò per il diritto è questione che costituisce una sfida per il pensiero, per i giuristi: una questione da affrontare per individuare la molteplicità di ciò che è giusto riconoscere alla vita.