Famiglia, relazioni affettive - Famiglia, relazioni affettive -  Valeria Cianciolo - 24/09/2018

Convivenza more uxorio. Come si divide il patrimonio quando ci si dice addio? Nota a Cassazione Civile, Sez. III, ord. 7 giugno 2018, n. 14732

Il conferimento effettuato in favore del partner in pendenza di una relazione sentimentale non finalizzato al vantaggio esclusivo di quest’ultimo, ma alla formazione e poi alla fruizione di un progetto comune, non costituisce né una donazione né un’attribuzione spontanea in favore del solo soggetto che se ne è giovato, sicché detta elargizione non può sottostare alla disciplina propria delle obbligazioni naturali. Di conseguenza, venuto meno il rapporto sentimentale tra i due, potrà riconoscersi al depauperato il diritto a recuperare quanto volontariamente versato economicamente e materialmente per quella determinata finalità, in piena applicazione e nei limiti dei principi dell’indebito arricchimento di cui all’art. 2041 c.c.

 Il fatto. Tizia conveniva in giudizio il proprio ex partner, Caio chiedendo accertarsi la cessazione della famiglia di fatto costituita con lui fino all'agosto 2001, accertarsi la consistenza del patrimonio comune a quella data, conseguente agli apporti in denaro e in lavoro di entrambi i conviventi, e disporsi la divisione di esso in parti uguali, con l'attribuzione in proprio favore del controvalore in denaro; in subordine, chiedeva accertarsi l'ingiustificato arricchimento del suo ex convivente, con la condanna del medesimo alla restituzione degli importi ricevuti.

Tra i due era intercorsa una relazione iniziata fin dal 1987, mentre la convivenza di fatto si era instaurata dal 1997 fino al 2001. Entrambi i partners avevano contribuito, prima dell'instaurazione della convivenza, in denaro e con il contributo lavorativo personale, alla costruzione di una casa di abitazione eretta su un terreno di esclusiva proprietà di Caio, che pertanto era divenuta proprietà esclusiva di questi. Allo scioglimento della convivenza, Caio aveva trattenuto per sè tutti gli arredi della casa, acquistati insieme o dall'uno o l'altro dei partners durante la convivenza, i risparmi versati da entrambi su un conto cointestato, un motoscooter.

Tizia aveva personalmente sostenuto anche spese per l'acquisto dei materiali necessari alla costruzione della casa; aveva personalmente lavorato alla costruzione della casa. Va da sé che la convivenza si era svolta secondo paritetica cooperazione economica nel rispetto della quale i conviventi, entrambi lavoratori subordinati, versavano i loro stipendi nel conto corrente cointestato.

Si costituiva in giudizio Caio rappresentando che il terreno su cui sorgeva la casa era di sua esclusiva proprietà, e che di conseguenza aveva acquistato la proprietà della casa, e che le contribuzioni al menage familiare di Tizia, in denaro o in lavoro, erano state effettuate a titolo gratuito, ed erano irripetibili, in quanto prestate in adempimento di un dovere morale e che pertanto nulla le doveva.

Tizia ricorre in Cassazione e sottopone agli Ermellini la questione relativa alla qualificazione delle attribuzioni operate dai partners nel corso della loro relazione, denunciando la falsa applicazione dell’art. 2041 c.c. non avendo la Corte di merito, a suo dire, considerato che proprio la volontarietà della prestazione, costituirebbe causa escludente l’ingiustizia del lamentato arricchimento

L’ordinanza in esame rigetta il ricorso di Tizia e ammette un’azione di ingiustificato arricchimento a favore del partner anche nell’ipotesi in cui tali prestazioni siano derivate dall’acquisto di mobili e arredi in considerazione di una vita in comune e che a causa della rottura della relazione, seppur di proprietà dell’acquirente-impoverito, sono rimasti in godimento del convivente-arricchito in quanto proprietario dell’immobile adibito a futura dimora della famiglia di fatto.

La disciplina dell’arricchimento senza causa

La Cassazione giunge a tale conclusione a seguito di un percorso logico-giuridico e un’attenta disamina dell’istituto dell’azione di arricchimento ingiustificato calato, nel caso specifico, tra conviventi more uxorio: l’arricchimento risulta senza causa laddove l’impoverimento non sia conseguente ad adempimento di un’obbligazione naturale.

L’azione per ingiustificato arricchimento configura un rimedio, il tramite il quale, chi si sia arricchito a danno di un’altra persona è tenuto a compensare quest’ultima della correlativa diminuzione patrimoniale; l’azione, in altri termini, si fonda sulla sussistenza di un arricchimento, posto in correlazione con un depauperamento, avvenuto in mancanza di una giusta causa

Gli elementi costitutivi dell'azione di arricchimento senza causa sono cinque: 1) l'arricchimento; 2) il pregiudizio; 3) la correlazione tra pregiudizio ed arricchimento; 4) la mancanza di giusta causa; 5) la sussidiarietà dell'azione. Le prime considerazioni che suscita una tale configurazione dell'azione sono molteplici. In primo luogo non è difficile ravvisare una qualche vicinanza con la responsabilità civile; in secondo luogo emerge chiaramente un intento legislativo di circoscrivere il più possibile il campo d'azione del rimedio in questione. Il rimedio è infatti considerato strettamente sussidiario: esso, infatti, ha natura di clausola generale, applicabile là dove non residui un’altra azione a tutela dell’impoverito, il quale abbia subìto un pregiudizio di natura patrimoniale. E altra azione non pare residuare per il convivente more uxorio economicamente debole, là dove sussista un arricchimento dell’altro convivente, ottenuto mediante l’attività, lavorativa e non, posta in essere dal primo.

Nel caso di specie, l’ex compagna avrebbe tutt’al più contribuito, economicamente e con la propria attività lavorativa, alla costruzione di una casa progettata di comune accordo con l’allora convivente, senza che per questo il suo apporto possa essere considerato obbligazione naturale e dunque irripetibile.

Di conseguenza, nel caso di specie, venuto meno il rapporto sentimentale tra i due, in ragione della proprietà esclusiva del terreno e dell’operatività del principio di accessione, al convivente non potrà riconoscersi la comproprietà del bene che ha contribuito a costruire con il suo apporto lavorativo ed economico, ma potrà essere accertato il suo diritto a recuperare quanto volontariamente versato economicamente e materialmente per quella determinata finalità, in piena applicazione e nei limiti dei principi dell’indebito arricchimento di cui all’art. 2041 c.c.