Responsabilità civile - Responsabilità oggettiva, semioggettiva -  Redazione P&D - 04/01/2020

Correlazione tra la responsabilità per attività pericolose, art. 2050 c.c., e la copertura del d.P.R. n. 1124 del 1965 - Cass. civ. Sentenza n. 8449/19 - G.G.

Interessante il caso presentatosi e trattato nella pronuncia di legittimità sopra citata.
E’ emerso secondo detta impostazione che l’Inail non copre a favore  gli insegnanti e gli alunni delle scuole o istituti di istruzione i danni riportati da un alunno di un istituto scolastico in occasione di una calata passiva lungo una parete rocciosa svolta in occasione di una gita scolastica.
Può ritenersi infatti che  tale attività non possa essere ricompresa tra le esperienze tecnico scientifiche od esercitazioni pratiche cui fa riferimento l'art. 4, comma 1, n. 5) del d.P.R. n. 1124 del 1965, atteso che la copertura assicurativa prevista da tale disposizione per gli studenti ha carattere eccezionale e postula un nesso di derivazione eziologica tra le suddette esperienze tecnico scientifiche ed esercitazioni pratiche e le attività didattiche.  

Si rileva nei passaggi quanto segue per cui, tra l’altro, viene affermato che l'attività di calata passiva, lungo parete rocciosa, vedeva impegnati degli adolescenti alle prime armi, tanto che la loro partecipazione a quell'evento (subordinata all'acquisizione del consenso da parte dei rispettivi genitori) aveva richiesto una preparazione di quarantacinque minuti, con la quale essi venivano informati in merito alle tecniche di discesa ed utilizzo della corda, della cintura di sicurezza e dell'intera imbragatura; circostanze, queste, che  depongono per la pericolosità dell'attività in cui essi risultarono impegnati:

“ 9.1.1. L'attività "outdoor" alla quale prese parte il F., e durante il cui svolgimento ebbe a procurarsi i danni dei quali ha chiesto, poi, il ristoro, non può farsi rientrare tra le "esperienze tecnico-scientifiche od esercitazioni pratiche", alle quali fa riferimento il D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, art. 4, comma 1, n. 5), nel prevedere la copertura INAIL prevista per gli insegnanti e gli alunni delle scuole o istituti di istruzione di qualsiasi ordine e grado, anche privati.
Infatti, sebbene la giurisprudenza di questa Corte abbia fatto propria, con riferimento alla posizione dei docenti, "una interpretazione estensiva e costituzionalmente orientata del D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, art. 1, n. 28 e art. 4, n. 5, in relazione agli artt. 3 e 38 Cost.", che ha esteso la portata della norma (includendo, in particolare, tra i soggetti assicurati anche gli insegnanti delle scuole materne; cfr. da ultimo, Cass. Sez. Lav., sent. 10 aprile 2015, n. 7277, Rv. 635304-01, nello stesso senso già Cass. Sez. Lav., sent. 25 agosto 2005, n. 17334, Rv. 583163-01), presupposto per l'operatività della copertura assicurativa "de qua" resta, pur sempre, il collegamento tra le suddette "esperienze tecnico-scientifiche od esercitazioni pratiche" e le attività didattiche, richiedendosi, oltretutto, che tra le une e l'altra ricorra un "nesso di derivazione eziologica", e non un "semplice rapporto di coincidenza cronologica e topografica", non bastando, cioè, "che l'infortunio sia avvenuto sul luogo di lavoro e durante l'orario di lavoro", ma occorrendo, piuttosto, "che il lavoro abbia determinato il rischio del quale l'infortunio è conseguenza" (Cass. Sez. Lav., sent. n. 17334 del 2005, cit.). Orbene, se queste affermazioni valgono con riferimento al caso in cui il soggetto infortunato sia il lavoratore/insegnante, a maggior ragione debbono trovare applicazione per gli studenti, visto che essi, a differenza dei primi "sono una particolare categoria di soggetti che non hanno un rapporto di lavoro e che sono assicurati in via eccezionale, solo per gli infortuni che accadano nel corso delle esperienze tecnico-scientifiche e delle esercitazioni pratiche e di lavoro di cui alla specifica disposizione del Testo Unico" (così la circolare INAIL del 23 aprile 2003, n. 38).
La "eccezionalità" della copertura prevista per gli studenti impone, dunque, un'ermeneusi rigorosa della norma in questione, escludendo che le attività "outdoor" - svolte nel contesto di gite scolastiche possano includersi tra le "esperienze tecnico-scientifiche e delle esercitazioni pratiche" cui essa fa riferimento. “
Segue ancora:
“9.2.1. Quanto alla prima delle due censure in cui si esso articola, premesso che questa Corte - come evidenzia la stessa sentenza impugnata - ha già ricondotto, in passato, lo svolgimento dell'attività alpinistica alla previsione di cui all'art. 2050 c.c. (Cass. Sez. 3, sent. 24 luglio 2012, n. 12900, Rv. 623421-01), deve qui ribadirsi il principio secondo cui, "poichè tutte le attività umane contengono in sè un grado più o meno elevato di pericolosità per coloro che le esercitano, si deve sempre operare una netta distinzione tra pericolosità della condotta e pericolosità dell'attività in sè considerata", e ciò in quanto la prima "riguarda un'attività normalmente innocua, che assume i caratteri della pericolosità a causa della condotta imprudente o negligente dell'operatore, ed è elemento costitutivo della responsabilità ex art. 2043 c.c.", mentre la seconda "riguarda un'attività che, invece, è potenzialmente dannosa di per sè per l'alta percentuale di danni che può provocare in ragione della sua natura o della natura dei mezzi adoperati ed è una componente della responsabilità indicata dall'art. 2050 stesso codice" (così, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. 21 ottobre 2005, n. 20357, Rv. 584514-01).
D'altra parte, costituisce principio pacifico nella giurisprudenza di questa Corte che dalle "attività pericolose, che per loro stessa natura od anche per i mezzi impiegati rendono probabile e non semplicemente possibile il verificarsi di un evento dannoso e che importano responsabilità ex 2050 c.c., devono essere tenute distinte quelle normalmente innocue, che possono diventare pericolose per la condotta di chi le esercita e che comportano responsabilità secondo la regola generale dell'art. 2043 c.c.", soggiungendosi che "il giudizio di pericolosità deve essere espresso non già sulla base dell'evento dannoso, effettivamente verificatosi, sebbene secondo una prognosi postuma, che il giudice deve compiere sia facendo uso delle nozioni della comune esperienza, sia in relazione alle circostanze di fatto che si presentavano al momento dell'esercizio dell'attività e che erano conosciute o conoscibili dall'agente in considerazione del tipo di attività esercitata" (così, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. 15 ottobre 2004, n. 20334, Rv. 577728-01). Del pari, ricorrente - nella giurisprudenza di questa Corte - è l'affermazione secondo cui "la valutazione in concreto se un'attività, non espressamente qualificata pericolosa da una disposizione di legge, possa essere considerata tale per la sua natura o la spiccata potenzialità offensiva dei mezzi adoperati, implica un accertamento di fatto" che è "rimesso in via esclusiva al giudice di merito, la cui valutazione è insindacabile in sede di legittimità ove correttamente e logicamente motivata" (così, da ultimo, Cass. Sez. 3, sent. 20 maggio 2015, Rv. 635443 - 01; in senso analogo già Cass. Sez. 3, sent. n. 20334 del 2004, cit.; nonchè Cass. Sez. 3, sent. 17 gennaio 2007, n. 1195, Rv. 595635-01).
L'esistenza di una congrua motivazione, nel caso di specie, non può essere messa in dubbio, avendo la corte di Appello trentina osservato - riprendendo un passaggio della già citata Cass. Sez. 3, sent. n. 12900 del 2012 - che "anche le escursioni alpinistiche più facili presentano elementi di rischio elevato per soggetti sprovvisti o che hanno appena appreso le tecniche di tali escursioni, principalmente quando l'attività viene esercitata per le prime volte". Nel caso che occupa, infatti, l'attività di calata passiva, lungo parete rocciosa, vedeva impegnati degli adolescenti alle prime armi, tanto che la loro partecipazione a quell'evento (subordinata all'acquisizione del consenso da parte dei rispettivi genitori) aveva richiesto una preparazione di quarantacinque minuti, con la quale essi venivano informati in merito alle tecniche di discesa ed utilizzo della corda, della cintura di sicurezza e dell'intera imbragatura; circostanze, queste, che - diversamente da quanto ipotizza il ricorrente - depongono per la pericolosità dell'attività in cui essi risultarono impegnati. “