Responsabilità civile - Ingiustizia, cause di giustificazione -  Redazione P&D - 25/07/2017

Corretta allocazione del danno: perché la presenza di una causa di giustificazione impedisce il risarcimento - R.M.

Il contrasto del fatto con il dovere giuridico – e, dunque, il risarcimento del potenziale danno - non risulta efficacemente (e completamente) determinabile se non avendo a mente la totalità delle regole che disciplinano l’ordinamento giuridico nel suo complesso; la relazione di difformità implicante “ingiustizia” del fatto, ossia antigiuridicità, deve infatti considerare anche i casi nei quali l’ordinamento (attraverso le cause di giustificazione) autorizza (o impone) un fatto dannoso lesivo vuoi di diritti soggettivi, vuoi di interessi legittimi: in dette ipotesi, infatti, pur in presenza di una lesione di posizioni soggettive di per sé tutelate (in quanto qualificate: diritti o interessi legittimi), non si potrà ritenere di versare in ambito obiettivamente antigiuridico; è per tal motivo che, in ambito amministrativo, è ormai consueto precisare come la risarcibilità del danno derivante dalla lesione di un interesse legittimo può dirsi sostanzialmente subordinata alla verifica delle sussistenza di tre condizioni: 1) l'evento lesivo, e cioè un evento che abbia causato la lesione del bene della vita costituente il lato interno della posizione giuridica soggettiva; 2) l'ingiustizia del danno, e cioè il danno prodotto non iure, in assenza di cause di giustificazione al lesivo operato della pubblica amministrazione; 3) la responsabilità dell'Amministrazione e cioè la riferibilità del danno ad una condotta colpevole dell'Amministrazione, non essendo invocabile il principio secondo il quale la colpa sarebbe "in re ipsa" quando l'Amministrazione adotti un provvedimento illegittimo.

Anche nel settore civilistico, pertanto, così come in quello penalistico, necessiterà tener conto delle cause di giustificazione quali elementi determinanti l’antigiuridicità obiettiva e, conseguentemente, il fatto illecito, inteso quale fatto materiale (dannoso) e obiettivamente antigiuridico, attribuito al soggetto attraverso un giudizio normativo di rimproverabilità personale.

Unica differenza con l’ambito penale sarà determinata dall’ontologica differenza tra i due fatti materiali, quest’ultimo connotato necessariamente dalla tipicità, quello civilistico assolutamente atipico; è, infatti, la necessaria tipicità del fatto che consente, nell’ambito penale, di affermare come l’antigiuridicità obiettiva si risolva interamente nel difetto di cause di giustificazione; l’atipicità del fatto materiale in ambito civile, al contrario, impone di valutare l’antigiuridicità in senso bipolare: il fatto sarà, dunque, illecito (e quindi obiettivamente antigiuridico) in quanto 1) lesivo di una situazione giuridica; 2) posto in essere in assenza di cause di giustificazione.

In altri termini: mentre, in ambito penale, la condotta tipica e offensiva sarà obiettivamente antigiuridica in mera assenza di cause di giustificazione, in ambito civile, la condotta atipica e offensiva (dannosa) sarà obiettivamente antigiuridica, sempre in assenza di cause di giustificazione, ma in quanto lesiva di una situazione giuridica altrimenti individuata.

In talune ipotesi, dunque, la violazione della norma può essere eccezionalmente giustificata dalla presenza delle c.d. cause di giustificazione (denominate anche esimenti, o scriminanti, o cause di esclusione dell’antigiuridicità): trattasi di circostanze particolari, in presenza delle quali un fatto, astrattamente configurabile come fonte di responsabilità, perde i tratti di riprovevolezza.

Il codice civile codifica due sole cause di giustificazione, idonee ad eliminare l’antigiuridicità, ossia la legittima difesa (art. 2044 c.c.) e lo stato di necessità (art. 2045 c.c.); la giurisprudenza, per entrambe, mette in risalto proprio la liceità del fatto “nella sua interezza”, constatata l’assenza, appunto, dell’antigiuridicità obiettiva; così, viene spesso precisato come l'art. 2044 c.c., disponendo che la responsabilità per danni sia esclusa quando il danno è arrecato per difendere sé od altri contro il pericolo attuale di un'offesa ingiusta, sempre che vi sia proporzione tra difesa e offesa, scrimini il fatto nella sua interezza; in tal modo si differenzia dall'eccesso colposo di legittima difesa nel quale, venendo a mancare il requisito della proporzionalità, vi è come conseguenza che la reazione difensiva, per effetto del suo trasmodare in eccesso, termina di essere legittima dando luogo ad un fatto illecito soggetto alla sanzione penale e fonte di obbligazione civile risarcitoria.

Lo scarno enunciato utilizzato dal codice civile, l’assenza di regole generali che, in ambito civile, disciplinino la materia, unitamente alla consapevolezza dell’evidente parallelismo antigiuridicità obiettiva penale/antigiuridicità obiettiva civile, portano la giurisprudenza civile ad esplicitare senza ambiguità alcuna il necessario ricorso ai principi penalistici, sovente affermando che l'art. 2044 c.c., nello stabilire che non è responsabile chi ha cagionato il danno per legittima difesa di sé o di altri, ha operato un rinvio implicito alle disposizioni che in materia penale regolano l'istituto della legittima difesa.

L’identica ratio coinvolgente le due fattispecie astratte in esame (legittima difesa e stato di necessità), id est la loro appartenenza alla categoria delle cause di giustificazione, è altresì confermata dall’applicazione analogica, operata dalla Suprema Corte, relativa alla necessità di applicare – naturalmente solo in casi particolari - il principio di indenizzabilità, esplicitato dal legislatore esclusivamente nell’art. 2045 c.c. (stato di necessità), anche alla legittima difesa (art. 2044 c.c.).