Danni - Danni -  Giovanni Catellani - 15/01/2018

Corte di Cassazione 330/2018: demansionamento e risarcimento del danno

La Corte di cassazione torna sul rapporto tra demansionamento e danni sia patrimoniali che non patrimoniali con la sentenza n.330 pubblicata il 10 gennaio 2018. Nel confermare una decisione della Corte di Appello di Genova, ha ribadito alcuni principi fondamentali. Il demansionamento, ovverosia l’assegnazione del lavoratore a mansioni inferiori a quelle svolte in precedenza, è un fatto potenzialmente idoneo a produrre una pluralità di conseguenze dannose, sia di natura patrimoniale che di natura non patrimoniale. Il demansionamento rientra nell’ ambito della responsabilità contrattuale: si tratta di un inadempimento da parte del datore di lavoro. Sul fronte dei danni patrimoniali, per la Suprema corte l' inadempimento può determinare un danno da perdita della professionalità[…] che può consistere sia nell'impoverimento della capacità professionale del lavoratore e nella mancata acquisizione di un maggior saper fare, sia nel pregiudizio subito per la perdita di chance, ossia di ulteriori possibilità di guadagno o di ulteriori potenzialità occupazionali. Per quanto riguarda i danni non patrimoniali, il peggioramento delle mansioni può determinare un pregiudizio a beni di natura immateriale. Non solo un danno alla salute, bene tutelato dall’art.32 della Costituzione: perché la tutela del lavoratore è rafforzata da varie disposizioni che riconoscono altri diritti tutelati dalla Carta costituzionale. Vengono in tal senso richiamate le sentenze di San Martino, in virtù delle quali l'esigenza di accertare se, in concreto, il contratto tenda alla realizzazione anche di interessi non patrimoniali, eventualmente presidiati da diritti inviolabili della persona, viene meno nel caso in cui l'inserimento di interessi siffatti nel rapporto sia opera della legge, come appunto nel caso del contratto di lavoro. Vengono pertanto richiamati i principi costituzionali contenuti negli artt. 2 e 4 della Costituzione, atteso che il demansionamento può comportare pregiudizi che comportano la compromissione delle aspettative di sviluppo della personalità del lavoratore che si svolge nella formazione sociale costituita dall'impresa. La Corte torna anche sulla questione della liquidazione dei danni non patrimoniali, la cui quantificazione, a differenza di quello che riguarda i danni patrimoniali, non può mai essere oggetto di esatta commisurazione. Va premesso che il danno non deriva automaticamente dall’inadempimento del datore di lavoro, perché non è immancabilmente ravvisabile solo in ragione della potenzialità lesiva dell'atto illegittimo (Cass. SS.UU. n. 6572 del 2006). Per questo motivo chi ha subito il danno deve provarlo con precisi oneri di allegazione e di prova. Peraltro, ribadisce la Corte, si impone una sua valutazione equitativa, anche attraverso il ricorso alla prova presuntiva, che potrà costituire pure l'unica fonte di convincimento del giudice. In tal senso, i criteri di valutazione equitativa, la cui scelta ed adozione è rimessa alla prudente discrezionalità del giudice, debbono consentire una valutazione che sia adeguata e proporzionata (v. Cass. n. 12408 del 2011), in considerazione di tutte le circostanze concrete del caso specifico, al fine di ristorare il pregiudizio effettivamente subito dal danneggiato e permettere la personalizzazione del risarcimento (v. Cass. SS.UU. n. 26972/2008 cit.; Cass. n. 7740 del 2007; Cass. n. 13546 del 2006). L’approssimazione che, secondo la Suprema corte, caratterizza inevitabilmente la liquidazione del danno non patrimoniale, esclude che l'esercizio del potere equitativo del giudice di merito possa di per sé essere soggetto a controllo in sede di legittimità, se non in presenza di totale mancanza di giustificazione che sorregga la statuizione o di macroscopico scostamento da dati di comune esperienza o di radicale contraddittorietà delle argomentazioni (cfr. Cass. n. 12918 del 2010; Cass. n. 1529 del 2010; conforme, più di recente, Cass. n. 18778 del 2014). In casi di demansionamento,il giudice del merito, può desumere l'esistenza del danno, determinandone anche l'entità in via equitativa, con processo logico - giuridico attinente alla formazione della prova, anche presuntiva, in base agli elementi di fatto relativi alla qualità e quantità della esperienza lavorativa pregressa, al tipo di professionalità colpita, alla durata del demansionamento, all'esito finale della dequalificazione e alle altre circostanze del caso concreto (cfr., ex plurimis, Cass. n. 19778 del 2014; Cass. n. 4652 del 2009; Cass. n. 28274 del 2008; Cass. SS.UU.. n. 6572/2006 cit.).